A lezione di retorica con Flavia Trupia: ecco come parlare in pubblico | VIDEO

Flavia Trupia retorica Fortune Italia
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È la prova vivente che con la cultura si mangia, perché ha fatto della retorica il suo lavoro. La società Per La Retorica, della quale è amministratrice, si occupa della divulgazione e dell’insegnamento dell’arte del dire. Flavia Trupia (con l’accento sulla i, altrimenti potrebbe arrabbiarsi!), è una comunicatrice, docente, divulgatrice e, soprattutto, una delle maggiori esperte di retorica del nostro Paese.

Nata e cresciuta a Roma, mamma impiegata e papà dirigente di Confindustria col ‘pallino’ per la linguistica, Flavia è cresciuta a ‘pane e Platone’. Si è fatta largo tra le agenzie di pubblicità e comunicazione, prima Young & Rubicam poi DDB, per poi dedicarsi alla sua attività da piccola imprenditrice culturale. Ha ideato perlaretorica.it, il primo sito italiano dedicato all’arte oratoria, come la definisce spesso. Ha pubblicato Discorsi potenti (Franco Angeli) e, con Andrea Granelli, Retorica e business (Egea) e La retorica è viva e gode di ottima salute (Franco Angeli). Ha scritto saggi in vari volumi, come Educazione rap di Amir Issaa (Add). Nel 2016 ha vinto il premio Prodotto Formativo dell’Anno con la #GuerradiParole, uno scontro di retorica tra studenti universitari e detenuti. Ha due figli, che definisce “formidabili retori”, con i quali soccombe sempre nelle discussioni. E un marito giornalista con il quale invece “me la batto alla pari”. Attualmente va in scena con la lezione-spettacolo “Come parla il perfetto dittatore. Conoscere la retorica per vaccinarsi dal totalitarismo”, insieme a Enrico Roccaforte.

Nell’immaginario collettivo la parola retorica ha una accezione negativa. Si dice, ad esempio, “parlo fuor di retorica” per intendere che si parla in modo schietto, onesto, sincero. Oppure si dice che un discorso è retorico quando si vuole intendere che è trito o ipocrita: “Basta con la retorica dei migranti”. Qual è la reale valenza della parola ‘retorica’? 

La retorica ha una doppia natura. Serve per far volare le nostre idee; e serve per parlare la lingua della manipolazione e dell’odio. Allo stesso modo, se conosciamo la retorica, riusciamo a difendere o affermare il nostro punto di vista; e a non farci abbindolare da parole ingannevoli e seduttive. Nel linguaggio comune, si definisce ‘retorico’ un discorso che suona trito e ipocrita. Il problema non è la quantità di retorica presente in quel discorso, ma il fatto che siamo di fronte a un brutto discorso o a un oratore poco credibile, che renderebbe falso anche un discorso perfetto. Faccio un esempio: è opinione diffusa che Papa Francesco sia un oratore efficace e molto diretto, che la sua comunicazione sia semplice e chiara quindi, nell’accezione comune, si pensa che parli ‘fuor di retorica’. È esattamente il contrario. Le espressioni che noi viviamo come lineari e prive di orpelli sono esattamente quelle nelle quali si trovano le figure retoriche. “Io vi chiedo: siate pastori con l’odore delle pecore. Che si senta! Pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini”: una doppia metafora, usata dal Santo Padre per esortare i preti a mescolarsi con la propria comunità, a farsi carico dei problemi delle persone. Pura retorica al servizio della semplicità.

Papa Francesco Fortune Italia
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Secondo Olivier Reboul, autore di ‘Introduzione alla Retorica’, “esiste una persuasione che non si ottiene né col denaro né con le minacce: quella che concerne la retorica”. Quanto è labile il confine tra persuasione e manipolazione?

Tutti noi, nessuno escluso, siamo un po’ persuasori e un po’ manipolatori. La mancanza della conoscenza della retorica, però, ci rende persuasori e manipolatori a nostra insaputa. Non sempre sappiamo che, con le parole, possiamo fare e farci male. È difficile da stabilire quale sia il confine tra persuasione e manipolazione, perché non dipende solo dalle parole ma dalla persona che le pronuncia e dal contesto in cui lo fa. Tuttavia, possiamo affermare che il manipolatore è un esperto più o meno consapevole dell’uso delle fallacie, quei ragionamenti che traggono forza argomentativa dal sembrare logici, malgrado non lo siano. Sembrano chiari e cristallini, ma contengono un errore nascosto. Mi spiego con un esempio. Quando un politico dice in modo critico “aiutiamo i migranti che vengono dall’altra parte del Mediterraneo, mentre non aiutiamo il disabile che sta sul nostro pianerottolo”, sembra che il suo ragionamento non faccia una piega. Si tratta invece della fallacia del falso dilemma, con la quale l’oratore semplifica la realtà facendola diventare binaria, imponendo una scelta tra due estremi. L’oratore in questione trascura volutamente che possa esistere una terza via: una politica che si prenda cura sia dei migranti che dei disabili. Un altro esempio: i fanatici della sigaretta sostengono che fumare non faccia poi così male, portando come prova il nonno novantenne che non ha mai abbandonato la sigaretta. È una fallacia aneddotica. La storia del nonno fumatore e in salute non costituisce una prova dell’innocuità del fumo.

La mimica del volto e i movimenti del corpo sono forse la prima forma di comunicazione. Lei insegna anche a esprimere in maniera più convincente concetti rendendo le parole più vive e più forti usando anche volto e corpo? 

Troppo spesso, quando parliamo in pubblico, dimentichiamo di avere un corpo. Invece la postura, gli occhi, le mani, ma anche i silenzi e il respiro sono parte del nostro discorso. Oltre alle argomentazioni e alle figure, il canone classico della retorica prende in considerazione l’actio, ossia la recitazione del discorso ad alta voce. Il corpo dell’oratore deve accompagnare le parole in modo organico, per rendere credibile quello che sta dicendo. Anche qui mi aiuta un esempio. Nella campagna elettorale 2022, il leader del PD Enrico Letta si lancia in una metafora, che avrebbe dovuto motivare le ‘truppe’, i parlamentari del suo partito: “Io voglio vedere in ognuno di voi gli occhi di tigre!”. Lo dice con un tono di voce che non comunica la minima enfasi, con uno sguardo serio, senza accompagnare le parole con il movimento delle mani e con le spalle leggermente curve. La verve è la stessa delle estrazioni del lotto della Rai degli anni ’80. Con quell’atteggiamento compassato avrebbe potuto dire “Ruota di Bari: 88, 41, 89…”.

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C’è un modo per imparare a usare il corpo e per decifrarne i messaggi? Il corpo, il volto, possono aiutarci a percepire concretezza o vacuità di concetti di chi sta parlando? Ci può indicare qualche segnale?  

Il corpo comunica, ed è uno degli strumenti della retorica. Nell’edizione di XFactor che si è appena conclusa abbiamo avuto modo di conoscere il diverso stile oratorio dei quattro giudici. Rkomi aveva l’abitudine di tenere una mano davanti alla faccia e di inclinare la testa da un lato. Questo linguaggio del corpo lo faceva vivere come un personaggio non completamente a proprio agio nel ruolo di giudice, ma poteva far scaturire, in chi lo guardava, anche un senso di tenerezza. La domanda è se Rkomi volesse comunicare esattamente questi sentimenti. Se vogliamo andare a scuola di linguaggio del corpo, dobbiamo studiare Michelle Obama, una vera maestra del genere. Quando parla in pubblico, il suo corpo mostra energia, i suoi occhi cercano lo sguardo di tutti i componenti dell’uditorio, le sue mani gesticolano per sottolineare e dare ritmo a quello che sta dicendo, le battute ad effetto sono incastonate tra due pause. È la numero uno.

Barack e Michelle Obama
Barack e Michelle Obama

Lei è anche insegnante di public speaking, che lei chiama ‘retorica’. Da lei, immagino, vengano manager, professionisti della comunicazione e non, forse politici, perché vogliono imparare a stare su un palco, o anche solo a comunicare in maniera efficace. In molti non hanno questa preparazione. Tutto questo non si potrebbe fare a scuola o all’università?

Il mondo della formazione italiana ha fame di retorica. L’arte del dire si studia a scuola quasi solo per interpretare il testo poetico, andando a cercare la sineddoche o l’ossimoro. Non basta. Sarebbe invece fondamentale insegnare a usare la retorica in modo attivo, sempre con la sua doppia valenza: imparare a parlare in modo efficace e vaccinarsi dal linguaggio dell’odio. All’università, al di là di qualche rara eccezione, la retorica è una perfetta sconosciuta. Invece tutti ne avrebbero bisogno, sia gli studenti delle materie umanistiche che di quelle scientifiche. Per non parlare di quei docenti, che ancora fanno lezioni frontali e sono felici se gli studenti stanno zitti e buoni come mummie, invece di interagire con loro. È la negazione della retorica. E, a mio avviso, la negazione della didattica.

La retorica è utilizzata molto spesso dalla politica perché, quando non si ha nulla da dire, viene facilmente in soccorso. Non è così?

La ‘supercazzola’ è una nobile arte. Serve per essere più diplomatici, ma anche per nascondere una mancanza di concretezza. Ci sono parole-spia che indicano che qualcuno ci sta ‘supercazzolando’: “Ripartire dalle persone” (e da chi vuoi ripartire, dai dinosauri?), “auspicata stagione di crescita” (ci mancherebbe altro!), “tecnologie innovative” (grazie, quelle obsolete sono buone per il museo della scienza e della tecnica, non certo per risolvere i problemi dei nostri giorni!). Quando un politico sa di non aver fatto nulla, può sempre “aprire un tavolo” o dare vita all’ennesima “cabina di regia”. Con le cabine di regia non si sbaglia mai!

Ha mai avuto l’impressione che qualcuno volesse imparare da lei come mentire senza farsi scoprire, magari usando in maniera sapiente, anzi mixando in maniera sapiente, l’arte del saper parlare e quella del saper usare anche volto e corpo per essere convincente?  

Ci sono oratori che, attraverso l’arte della retorica, cercano di nascondere una bugia bella e buona. E ci riescono perfettamente. Ma il caso più diffuso è un altro. Tutti noi desideriamo far emergere o prevalere il nostro punto di vista. E, fin qui, non c’è nessuna menzogna. La bugia arriva quando vogliamo far passare il nostro punto di vista come l’unico possibile: il solo e indiscutibile. Per esempio, un manager vuole negare il lavoro da casa chiesto dai dipendenti. Potrà dire “È buon senso che sul posto di lavoro si lavora con maggiore efficienza”. In realtà il buon senso c’entra poco. Infatti altri manager possono sostenere l’esatto opposto. Il punto è che il manager in questione fa passare il proprio punto di vista come una verità assoluta, come se fosse il teorema di Pitagora. In questo modo evita di assumersi la responsabilità della sua scelta. È come se volesse dire “non sono io che sono convinto che qui da noi il lavoro da casa non funziona, ma è universalmente riconosciuto che non è un opzione valida”. Insomma, quando sentiamo la premessa “È buon senso che…” chiediamoci sempre se siamo effettivamente di fronte al “buon senso” o al “suo senso”, ossia il modo di vedere le cose dell’oratore.

Flavia Trupia Fortune Italia
Flavia Trupia durante una lezione di retorica

Anche lei vede spesso in tv, immagino, politici parlare di questioni importanti: come cambiare la scuola, pensioni, come affrontare pandemia, come scrivere una manovra economica ed altri argomenti di capitale importanza per il Paese. Le capita spesso di notare dal tono di voce, dalle movenze del corpo, che quel politico che parla o non sa di cosa parla o peggio ancora mente sapendo di mentire? 

La retorica è una valida alleata di chi mente, come di chi ha una profonda verità da rivelare al mondo. Capita di vedere politici in difficoltà o poco a fuoco nei concetti che espongono. Molti sono bravi a sviare, mettendo in campo la fallacia dell’aringa rossa o ignoratio elenchi. Si scappa da un argomento, cercando di portare il discorso su un tema che non metta in difficoltà. Agli esami lo abbiamo fatto tutti. Il corpo però può tradire. L’oratore si gratta la testa o si tocca la faccia, gli occhi non guardano un punto preciso, l’indice massacra l’unghia del pollice. Tuttavia ho visto atteggiamenti simili anche in oratori iper preparati, ma semplicemente traditi dall’ansia.

Dei politici del presente e del passato, posso chiederle chi secondo lei è stato ed è il più convincente quando parla di questioni pubbliche?

Sandro Pertini aveva un dono raro: unire autorevolezza e calore umano. Due fuoriclasse sono Barack e Michelle Obama. Quando erano in carica come presidente e first lady degli Stati Uniti, hanno pronunciato discorsi memorabili. In negativo – e malgrado oggi ci sembri ridicolo, oltre che pericoloso – Benito Mussolini è stato un modello di oratoria. Le sue pause, dopo ogni parola, sono impressionanti. Cosi come l’uso dei tricolon, le terne di parole sullo stile di “credere, obbedire, combattere”. Per non parlare del linguaggio del corpo: i pugni alla cintura, il petto gonfio, la mascella con il labbro inferiore che sporge. Uno stile distintivo e purtroppo apprezzato dalle masse adoranti del tempo.

mussolini e hitler
Benito Mussolini e Adolf Hitler a Monaco, Germania, 18 giugno 1940.

Per comunicare bene, bisogna parlare in modo perfetto? La dizione è uno degli elementi della perfezione?

La retorica ha poco a che fare con la perfezione. Per anni ho organizzato la ‘Guerra di Parole’, un dibattito di retorica tra studenti universitari e detenuti. Hanno vinto sempre i detenuti, malgrado fossero quasi sempre meno colti degli studenti e avessero inflessioni dialettali più marcate. Il presidente del consiglio Giorgia Meloni ha un inconfondibile accento romano, che fa vivere il suo stile come autentico. Non dimentichiamo che l’autenticismo è un valore nella retorica. Insomma, perfezione e retorica non sempre vanno d’accordo.

Linguaggio dell’odio, manipolazione, totalitarismo. Come vengono usate le parole nel linguaggio moderno?

È stata terrificante la dichiarazione di guerra di Putin all’Ucraina, mandata in onda in differita, registrata e poi pubblicata in un secondo tempo. In quel discorso, il presidente russo usa una fallacia che si chiama ad baculum, argomento del bastone. Si tratta di una vera e propria minaccia: “Chiunque cerchi di interferire con noi e, peggio, di creare minacce per il nostro Paese, il nostro popolo, deve sapere che la risposta della Russia sarà immediata e vi porterà a conseguenze come non le avete mai sperimentate nella storia”. Agghiacciante.

Come si combattono gli haters sui social? Lei ha una ricetta, un metodo, un consiglio da dare a chi quotidianamente è costretto a subire minacce, oscenità e altre odiose forme di aggressione sui social?

Il leone da tastiera è un segugio. Fiuta le fragilità delle proprie vittime. Il suo obiettivo è manipolarci, intervenire sul nostro stato d’animo e farci stare male per il suo commento. È come se avesse un telecomando in mano, dove i tasti sono i nostri sentimenti. Se siamo consapevoli di questo, è più facile togliere le pile a quel telecomando. Una lezione su questo tema arriva dalla comica Michela Giraud. In un monologo del 2021 per Le Iene sciorina gli insulti che le hanno riservato i leoni da tastiera: “Mi scrivono delle cose bellissime, tipo sei grassa, sei volgare, sei grassa e volgare…”. Qualcuno arriva a scriverle “fai schifo”. Dopo essersi sentita ferita, decide un atto rivoluzionario. Mettere un bel like a quella cattiveria. Il commento di Giraud è: “Fare schifo è un atto rivoluzionario ed è un diritto. Un diritto che rivendico con orgoglio. Sì, è vero: faccio schifo. Ma ho anche dei difetti”. Ecco, con questo semplice pensiero Michela Giraud ha tolto la pila al telecomando. E il povero sfigato non ha raggiunto il suo obiettivo. Non lo saprà mai? Peggio per lui. A noi interessa la nostra sanità mentale, non certo la sua!

 Nell’immagine in evidenza, Flavia Trupia.

Intervista realizzata presso ‘Green Hole’ a Roma.

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