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Tesori d’arte italiani su Metaverso, Università in campo per formare nuovi professionisti della cultura

La cultura italiana si prepara al futuro. Serviranno a breve nuove figure professionali che sappiano intercettare i trend culturali e tradurli in promozione delle opere e del patrimonio storico artistico. Ed è per questo che anche l’alta formazione in Italia cambia, diventando interdisciplinare.
In quest’ottica si inserisce il primo programma nazionale in Heritage science (Phd-Hs.it), che presso l’università San’Orsola Benincasa di Napoli ospiterà il dottorato di ricerca in Digital Transition of Heritage, uno degli undici ‘curricula interdisciplinari’ gestiti da altrettanti atenei italiani coinvolti in questo primo progetto di alta formazione rivolto a ricercatori con competenze sia umanistiche che scientifiche. Ma come sarà il rapporto fra cultura e tecnologia fra dieci anni? Come sarà la fruizione culturale nel 2035, cosa vedranno i nostri figli?  Heritage science punta a dare le risposte. Il progetto nazionale vanta anche la collaborazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), dell’Istituto di Scienze del patrimonio culturale e del Ministero della Cultura. Da nord a sud, le singole università partner stanno avviando i propri percorsi formativi, i curricula, focalizzati ciascuno su un obiettivo specifico, per preparare gli operatori della cultura di domani.

 

Competenze tecnologiche e umanistiche

I dieci curricula di specializzazione si differenziano e vanno a trattare problematiche e sfide della gestione, conoscenza e patrimonio. “Lo specifico della transizione digitale è tarato su questo punto, i ricercatori avranno competenze tecnologiche e umanistiche, utili a gestire questa transizione in maniera opportuna”. Ne è convito Paolo Carafa, professore ordinario di Archeologia classica presso La Sapienza e coordinatore nazionale del dottorato Heritage Science. “Le competenze sono molteplici, dato che hanno avuto accesso al bando tutti i profili e le classi di laurea, ed è questa la grande novità per un dottorato in Italia.  Nel percorso di selezione è stata valutata la qualità del progetto di ricerca presentata dai candidati, e la loro capacità di affrontare un tipo di ricerca interdisciplinare di questo tipo”. Questo dottorato non aspira a preparare solo alla carriera accademica, come fanno molti dottorati, ma punta a formare figure di riferimento, professionisti del patrimonio culturale, che possano essere impiegati nelle aziende pubbliche e private, e che vadano a sopperire alla mancanza di professionisti capaci di immaginare, progettare e comunicare la fruizione dell’arte per i pubblici futuri.

Il ruolo del Cnr

È stato proprio il Consiglio nazionale delle ricerche a farsi promotore di questo primo dottorato interdisciplinare. “Abbiamo colto la novità dell’ultimo decreto dei dottorati, che per la prima volta consente di coinvolgere più atenei, per unire formazione solida in ambito umanistico con più avanzate tecnologie” ha raccontato a Fortune Italia Costanza Miliani, direttrice dell’Istituto di scienze del patrimonio culturale del Cnr. “Siamo un ente interdisciplinare e l’istituto che dirigo, di scienze del patrimonio culturale, ha una specifica vocazione di ricerca in ambito del patrimonio. Siamo divisi a metà fra studiosi delle scienze umane e ricercatori nell’ambito Stem, e abbiamo visto in questa novità la possibilità di creare un dottorato a formazione interdisciplinare, non incasellato nei settori tipici delle università.  Abbiamo avviato il lungo percorso di creazione, coinvolgendo una serie di atenei che avessero una caratteristica principale: fare alta formazione nell’ambito del patrimonio con una visione interdisciplinare. Il coordinamento è in capo a La Sapienza. È coinvolto anche il Ministero della Cultura, perché l’idea è fare formazione per ricercatori che potranno coadiuvare, fra gli altri, anche lo stesso ministero”. Il Cnr ha anche finanziato tre delle borse di dottorato, su tematiche che riguardano la diagnostica, lo sviluppo di metodi non invasivi per lo sviluppo dei materiali, architettura storica e studio delle malte antiche.

Il peso della Cultura

“La cultura ha una incidenza sul Pil del 12% e impiega circa 1,5 milioni di addetti” lo ha ricordato Paola Pisano, componente del collegio dottorale dell’UniTo e già ministro dell’innovazione tecnologica, nel suo intervento per la presentazione del dottorato Suor Orsola Benincasa di Napoli. La Pisano ricorda anche che in Italia c’è già stato un importante lavoro di digitalizzazione dei beni culturali, che ha riguardato 37 milioni di opere e 6 milioni di immagini. “Però i problemi ci sono ancora, come evidenziato dalla Corte dei conti: in particolare si tratta di mancanza di competenze digitali negli enti della cultura”, riporta l’ex ministra, che continua: “Manca inoltre la strategia di digitalizzazione, ci sono supporti tecnologici spesso obsoleti, pensiamo al cloud, e poi c’è una gestione della comunicazione ancora relazionale, in cui non si immagina di avere una interazione con un pubblico che non sia inglese, molti dei contenuti sono tradotti solo in inglese”. In questo senso è importante il contributo ricevuto dal Pnrr cultura, che ha l’obiettivo di orientare la digitalizzazione italiana verso la tutela e gestione della conoscenza scientifica del nostro patrimonio, ma anche favorirne la fruizione da parte di una utenza allargata. La Corte dei conti ha una raccomandazione, come riferisce ancora la Pisano, che è quella di sviluppare il potenziale delle banche dati culturali esistenti, “e questo in Italia lo stiamo già facendo bene, anche con la valorizzazione turistica”. Resta da lavorare per: “Creare piattaforme per accesso ampio e integrato del dato al patrimonio di formazione culturale, ed in questo ci aiuta l’intelligenza artificiale, al fine di facilitarne la fruizione e garantire l’uso da parte imprese culturali, creative e di startup”. Ed il percorso formativo dell’ Heritage science dovrebbe consentire di colmare questi gap.

Scenari futuri per arte e digitale

Si parla di fruizione digitale del patrimonio artistico. Ma cosa si intende per digitale? “Ci sono due tipi di approccio al digitale”, ci racconta Fabio Viola, innovatore esperto di gaming, curatore della mostra Play presso la Reggia della Venaria di Torino, docente universitario a contratto in linguaggi interattivi. “Uno è appunto la digitalizzazione, che va molto di moda dopo la Pandemia, e consiste nel prendere un contenuto fisico e traslarlo in un contenitore digitale, ad esempio fare una scansione 3D di una statua, o creare un virtual tour della città, da fruire nel Metaverso”. Questo può far nascere la curiosità di visitare il luogo fisico, secondo Viola, che sottolinea come: “Oggi si parla fondamentalmente di questo, di digitalizzazione dell’arte già esistente”. Il secondo approccio è quello del gaming, della fruizione dei luoghi attraverso i videogiochi, si entra in un ambito più evoluto, ci avverte Viola, parliamo di contenuto: “Digitale nativo, ovvero viene creato un nuovo contenuto per il nuovo contenitore, ad esempio riplasmo completamente un concerto per creare un evento nel Metaverso, quindi ripenso il contenuto in funzione del contenitore, consapevole del fatto che questo cambierà di anno in anno. Per fare questo c’è bisogno di team multidisciplinari, che sappiano ripensare anche il modello economico”.  Il videogioco funziona perché ci sono i giocatori, che hanno un ruolo attivo, mentre la digitalizzazione per come la intendiamo noi non prevede attività, è passiva. “Infine, e questo causerà cambiamenti e opportunità” continua l’analisi di Viola “c’è un altro cambiamento già in atto, nei giochi tipo Minecraft dove il giocatore crea parte del game, del contenuto artistico, e se è vero che i giochi anticipano la tecnologia, presto questo modello entrerà di prepotenza anche nel mondo della fruizione culturale. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a questo passaggi, ma il mondo culturale tradizionale è più lento, e per ora elabora contenuti passivi, digitali. La grande sfida non è travasare l’arte in Nft, ma capire che  fisico e digitale sono due stringhe, distinte, di elaborazione creativa”.

Installazione digitale – Mostra Play – Reggia di Venaria

Il futuro della cultura

“E’ quindi sempre più indispensabile formare ricercatori e professionisti che sappiano concepire, sviluppare, gestire idee progettuali per un approccio innovativo, partecipativo, inclusivo al patrimonio culturale, incentivando la transizione digitale” è il parere di Gianluca Genovese, coordinatore scientifico del dottorato con indirizzo in ‘digital transition for Heritage’ . Immaginare attività di valorizzazione del patrimonio, collegate ai nuovi media, come il Metaverso, e la progettazione di modelli educativi che garantiscano engagement e inclusione in ambito museale e nei servizi culturali. Per coinvolgere i pubblici di domani, la generazione Z che già ha maturato modelli di socializzazione, relazione e intrattenimento legato al gaming, all’interazione e all’immersività.

 C’erano una volta le mostre immersive

La fruizione dei beni culturali e le tecniche di comunicazione cambiano, quindi, sempre più rapidamente. E bisogna farsi trovare pronti rispetto ai nuovi scenari che si stanno delineando, anche imparando dal recente passato. Guardando al valore dell’esperienza immersiva nella fruizione del bene artistico, diremo che si tratta di un percorso iniziato in Italia già circa dieci anni fa, quando ancora il Metaverso non era stato immaginato, ma già si era intuito il valore dell’esperienza multisensoriale rispetto alla fruizione dell’opera d’arte. Fabio Di Gioia, curatore di mostre internazionali, per primo ha organizzato in Italia la mostra Van Gogh Alive – The experience, concepita come esperienza immersiva. Secondo Di Gioia: “Oggi il metaverso è ancora una concezione, non è un universo fatto di cose. Le esperienze di fruizione artistica che ci vengono offerte sono frutto di regie, nelle quali la tecnologia ti consente di immergerti di più”. Le mostre immersive sono nate con la multimedialità nei primi anni 2000, dice Di Gioia: “E quello era già un tentativo di creare intorno alla persona un mondo di fruizione. Lo puoi fare mettendo la persona fisica in un ambiente che destruttura l’opera d’arte, come abbiamo fatto con l’esperienza delle mostre immersive, mentre oggi si tende ad offrire all’utente una sorta di viaggio tecnologico, sempre nella prospettiva di consentirgli di vivere un’esperienza più ampia, che declina il rapporto di arte e scienze tecnologiche”.

Mostra Van Gogh Alive – The Experience a Roma

Patrimonio culturale e valorizzazione

Come potranno essere utilizzati questi nuovi profili nell’ambito della valorizzazione del patrimonio culturale? Lo abbiamo chiesto a Marta Ragozzino, Direttrice regionale dei Musei della Campania, che ci ha offerto un interessante spunto di riflessione: “Ben vengano questi nuovi percorsi, che mettono insieme competenze diverse al fine di promuovere la fruizione del patrimonio storico artistico”. Se una persona formata in ambito scientifico si affaccia al mondo della sfera del patrimonio storico artistico, o viceversa, secondo la Ragozzino: “Di sicuro può contribuire a perfezionare gli strumenti innovativi, affiancandoli agli strumenti più tradizionali”. È fondamentale conoscere il patrimonio, per teorizzarlo nella maniera corretta, e si sente certamente l’esigenza di nuove competenze scientifiche di valorizzazione dell’esperienza culturale. “Nel nostro organico per il momento c’è la figura di un informatico, ma di sicuro la presenza di queste professionalità nuove porterà novità anche nei nostri contesti, nei nostri team. Abbiamo un patrimonio straordinario da conoscere, valorizzare, e va sicuramente raccontato in maniera più coinvolgente. Ben venga nell’ottica di un miglior racconto, sempre nella misura in cui il bene va poi fruito direttamente, dal vivo”.

Reggia di Caserta – Interno

Erasmus della ricerca

Torniamo agli obiettivi del dottorato Heritage science. “Questo dottorato nasce per  favorire il coordinamento, superare la frammentazione del sistema dell’alta formazione nel campo della ricerca applicata al patrimonio culturale” commenta Paolo Carafa, professore ordinario di archeologia classica presso la Sapienza e coordinatore scientifico del Phd-Hs.it, specificando che: “L’obiettivo è quello di creare una nuova generazione di professionisti che abbiano  competenze estese, internazionali, spendibili nei vari settori della cultura”. Entrando nello specifico del finanziamento dell’iniziativa, Carafa spiega: “Questo dottorato è una delle costole del Pnrr. A tutte le università sono state erogate 200 borse per ripartite, gli atenei hanno deciso di attribuirne circa 90 a questo dottorato.

Borse di studio per la formazione

Questo ambito del Pnrr prevede in tutto 600 borse, e quindi saremmo impegnati a gestire tre cicli dottorali, il 38 già bandito, a seguire il 39 ed il 40, che dovrebbe arrivare nel 2024”. Non esiste, di fatto, un Erasmus della ricerca, ma il coordinatore del dottorato puntualizza: “Per noi questo percorso rappresenta un incentivo alla mobilità per la formazione, anche internazionale. Il patrimonio culturale è perfetto per questo progetto, è olistico.  I candidati e le candidate hanno a disposizione una rete di formazione in cui le 11 sedi curriculari vanno considerati come degli hub di accesso ad un percorso ampio, complesso, internazionale”.  La legge prevede, per gli ammessi, almeno sei mesi di attività, fino al massimo di un anno, da svolgere anche in università ed enti stranieri. “L’università di Bari, ad esempio, che ha un curriculum che si occupa del paesaggio, ha presentato fra i suoi partner stranieri l’unico ente di eccellenza per l’impatto del territorio sulle opere pubbliche, sito in Francia”.

Pnrr e valore della ricerca universitaria in Italia

Nello specifico dell’Heritage science – Phd-Hs.it –  tutti i 90 dottorati di questo progetto sono stati dotati di una borsa, ciascuna del valore di circa 80 mila euro, finanziate quasi interamente dal Pnrr, ad eccezione delle tre borse finanziate dal Cnr. Un grosso sforzo di fondi pubblici. Guardando all’insieme dell’investimento che il Pnrr fa nell’alta formazione, sono in totale 7.500 le borse annuali previste, grazie a 300 milioni di euro di investimento: 5.000 borse per dottorati innovativi che rispondono ai fabbisogni delle imprese e promuovono l’assunzione dei ricercatori. Sono 1.200 le borse per dottorati di ricerca rientranti in vari ambiti di interesse del Pnrr, 1.000 per dottorati per la Pubblica amministrazione, 200 per il patrimonio culturale e 100 per dottorati in programmi dedicati alle transizioni digitali e ambientali.

Università partner

Vediamo nel dettaglio i percorsi proposti dalle singole Università che partecipano al progetto. Si va dal curriculum dedicato ai materiali e metodologie avanzate per salvaguardia patrimonio culturale, presso l’Università di Firenze, alle scienze e tecnologie per il patrimonio architettonico, presso il Politecnico di Milano, alle tecnologie di diagnostica e monitoraggio del patrimonio culturale, presso l’Università di Bologna, fino alla storia dei materiali, che è il curriculum sviluppato dall’Università di Pisa. L’ateneo di Bari ha un percorso dedicato a storia e archeologia globale dei paesaggi, l’arte contemporanea alla Ca Foscari di Venezia, analisi e gestione del patrimonio culturale per la scuola di alti studi di Lucca, alla digital transition for heritage del Suor Orsola Benincasa. Due i curricula ospitati dalla Federico II di Napoli, patrimonio città economia e società oltre ad archivi e biblioteche. La Sapienza di Roma, che è anche sede amministrativa dell’intero progetto, ospita il curriculum dedicato alla conoscenza, gestione e comunicazione di contesti pluristratificati.

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