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Viaggi in cerca di cure, mappa e costi del turismo sanitario

turismo sanitario

Tra gli effetti ‘collaterali’ della prima fase della pandemia c’era stato lo stop del ‘turismo sanitario’, un fenomeno che da anni drena pazienti (e denaro) dalle Regioni del Sud Italia verso quelle più ricche del Nord (con qualche importante eccezione). Ora però i viaggi degli italiani in cerca di cure sono ‘ripartiti’, e alla grande, come vedremo in questa prima puntata dell’approfondimento dedicato al turismo sanitario da Fortune Italia.

L’impatto di Covid e la ripresa

Nel 2020, la mobilità sanitaria interregionale in Italia ha raggiunto un valore di 3,33 miliardi di euro, con saldi estremamente variabili tra le Regioni del Nord e quelle del Sud, e in calo rispetto agli anni precedenti per via della pandemia, come si legge anche nel recente report di Fondazione Gimbe.

Nel 2021 e 2022 la ripresa

A segnalare il ritorno del turismo sanitario è anche CasAmica Odv, che dal 1986 è impegnata ad accogliere i malati costretti a curarsi lontano da casa e i loro familiari. In 37 anni di attività, CasAmica ha offerto accoglienza a 100mila pazienti e familiari accompagnatori.

Solo nel 2022, l’organizzazione ha aperto le porte a circa 5mila persone presso le sei Case tra Milano, Roma e Lecco, per quasi 40.000 notti di ospitalità, con un incremento del 18% rispetto al 2021.

Tra le persone che hanno bisogno di accoglienza ci sono anche tanti bambini e ragazzi, secondo la ricerca Censis “Migrare per curarsi”, infatti, sono ben 71mila i minori che ogni anno si spostano dalla loro città per sottoporsi a cure mediche e chirurgiche. Un dato che ha spinto l’organizzazione a realizzare a Milano una struttura dedicata ai bambini e ad attivare servizi specifici per i più piccoli anche a Roma.

I dati 2012-21

“Ogni anno vengono a farsi curare, visitare, operare e salvare negli ospedali della Lombardia 180 mila italiani da altre regioni d’Italia”, ha detto a ‘Porta a Porta’ Matteo Salvini, ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture.

Ebbene, tra il 2012 e il 2021 ben 13 tra Regioni e Pa hanno presentato un saldo negativo per quanto riguarda la mobilità sanitaria, con 14,9 miliardi di euro fluiti dalle Regioni del Centro-Sud nelle casse di quelle meta dei ‘viaggi della speranza’ (dati Corte dei conti).

turismo sanitario

Le 5 destinazioni più gettonate (una è al Sud)

Se guardiamo alla top 5 delle Regioni più ‘gettonate’ dagli italiani, troviamo dei grandi classici, ma anche qualche sorpresa. L’ultimo referto al Parlamento sulla gestione finanziaria dei servizi sanitari regionali ‘certifica’ come a dominare la classifica sia senza ombra di dubbio la Lombardia, che in 10 anni ha incassato oltre 6,176 mld di euro. Seguono Emilia Romagna con 3,347 mld di euro, Toscana (1,336 mld), Veneto (1,138 mld) e Molise (271 mln)

Se il turismo sanitario è una delle modalità per perseguire l’universalità, l’uguaglianza e l’equità delle cure, vediamo chiaramente anche come fra le destinazioni privilegiate dagli italiani “restino le Regioni del Nord – commenta il direttore scientifico di Osservasalute (l’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane), Alessandro Solipaca – mentre il Lazio e la Campania hanno da tempo un saldo negativo. Dobbiamo pensare anche che per queste aree c’è un doppio vantaggio: il surplus di capacità produttiva viene monetizzato attraverso la mobilità attiva”.

Fra le Regioni in attivo, dopo la top 5 troviamo Friuli Venezia Giulia (148 mln), Umbria (58 mln) e Provincia autonoma di Bolzano (45 mln), ma non solo.

I centri di riferimento nazionali

Nella tabella della Corte dei conti figurano anche due centri di riferimento nazionale, come l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, molto cresciuto nel decennio e caratterizzato da un saldo attivo di 2,055 mld e l’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (Asmom) con oltre 403 mln.

Al Centro-Sud il piatto piange

In testa alla classifica delle Regioni da dove i cittadini si spostano in cerca di cure ci sono Campania (-2,93 mld), Calabria (-2,7 mld) e Lazio (-2,1 mld). Al quarto posto la Sicilia (-1,9 mld) e al quinto la Puglia (-1,8 mld). Seguono l’Abruzzo (-823 mln), la Sardegna (-742 mln), la Liguria (-488 mln), le Marche (-392 mln), la Basilicata (-351 mln), il Piemonte (-329 mln), la Pa di Trento (-97 mln), la Valle d’Aosta (-75 mln). A parte i casi di Piemonte, Liguria, Pa Trento e Valle d’Aosta il grosso del denaro riguarda quindi Regioni del Centro Sud.

“Le Regioni che hanno meno capacità attrattiva – aggiunge Solipaca – si trovano a pagare a caro prezzo i servizi dalle altre, perché la mobilità va remunerata con dei tariffari. Resta il fatto che il turismo sanitario indica una scarsa capacità di rispondere alla domanda soprattutto per le alte specialità”.

Come conferma la Corte dei Conti, “la maggiore o minore attrattività dipende principalmente dalla maggiore qualità e quantità dei servizi sanitari erogati, oltre che da altri fattori che incidono in misura minore quali l’andamento dell’economia, che porta ad un trasferimento della popolazione verso le Regioni più ricche, e la presenza di centri universitari di eccellenza. Non è un caso che le Regioni con maggiore capacità attrattive siano posizionate nei primi posti nel punteggio complessivo assegnati per la valutazione dei Lea (Livelli essenziali di assistenza) relativi all’anno 2019”.

“Essendo le risorse limitate, è difficile per tutte le Regioni – riflette Solipaca – dotarsi di strutture con elevata capacità produttiva e ad alta specialità. Ecco allora che da un punto di visto economico è difficile pensare” a una ‘indipendenza’ a livello regione.

“Il problema è che il prezzo di tutto questo – continua l’esperto – viene pagato dal cittadino, costretto a spostarsi per curarsi, spesso insieme ai familiari. Ecco che il vero punto critico è legato al finanziamento della sanità: in termini reali l’aumento legato a Covid-19 è stato in realtà una riduzione. La sanità è un settore ad alta specializzazione e l‘innovazione costa, mentre la domanda aumenta”.

Per Solipaca il problema, anche nell’ottica del dibattito sull’autonomia, è che “stiamo vedendo come il divario in termini di salute stia aumentando: ormai 20 anni di federalismo in sanità ci hanno mostrato una tendenza. E dovremmo considerare il fatto che – conclude – le Regioni più ricche hanno anche una speranza di vita migliore”.

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