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“Poche e semplici regole per tutti”: le richieste dei lobbisti per una regolamentazione del settore

Formazione, trasparenza e una normativa “leggera” realmente applicabile. È questa la ricetta per una regolamentazione dell’attività di lobbying emersa dal convegno “Lobby et Labora: poche ma buone regole per la rappresentanza di interessi” organizzato dall’associazione Il Chiostro e Sapienza Università di Roma durante il quale costituzionalisti, giornalisti e rappresentanti di interesse hanno analizzato il tema dal punto di vista del diritto, della comunicazione, del mercato. 

Secondo il Professor Alberto Marinelli – Direttore del Dipartimento Comunicazione e Ricerca Sociale (Coris) della Sapienza – che ha aperto i lavori, sarà proprio la formazione a giocare un ruolo fondamentale, perché permetterà di cambiare approccio nei confronti di questo settore a cominciare dal lessico. Troppe volte, infatti, la parola lobby è utilizzata con un’accezione negativa. È per tale motivo che il Coris ha deciso di investire molto nella professionalizzazione degli studenti creando il corso di alta formazione in rappresentanza di interessi (in convenzione con Il Chiostro) con gli obiettivi di formare i professionisti che questo settore necessita e di scardinare quella narrativa fin troppo semplicistica utilizzata finora utilizzata nei confronti di questo settore.

Tuttavia, la sola formazione non basta per modificare la percezione dell’attività di lobbying, serve un alto grado di trasparenza all’interno del processo di policy making che non si attua con il mero controllo delle attività portate avanti dai rappresentanti di interesse ma, anche, mediante un processo di accountability del decisore pubblico attraverso la chiarezza di processi decisionali, effettivamente aperti a tutti.

Un concetto ripreso dai costituzionalisti presenti tra cui il Professor Tommaso Edoardo Frosini – ordinario di Diritto Pubblico Comparato presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli – che ha rilevato come finora l’approccio alla regolamentazione dell’attività di lobbying sia stato caratterizzato da una “paura” di questo settore che ha portato a continui tentativi di ingabbiarlo e a comprimerne la libertà di azione. 

Una vera e propria inversione del punto di vista sul lobbying, quindi, che potrebbe facilitare il dialogo tra mondo politico e società civile, ai minimi storici in termini di fiducia e confronto, e potenziare quel circuito democratico di cui la rappresentanza di interessi è un elemento fisiologico del contesto pluralistico. Come rilevato dalla Professoressa Carla Bassu – ordinario di Diritto Pubblico Comparato presso l’Università di Sassari – finora la legislazione si è concentrata solo sugli aspetti patologici e quindi sotto il profilo sanzionatorio. Un problema tipicamente culturale del nostro ordinamento.

Il cardine, invece, attorno a cui dovrebbe ruotare l’azione di regolamentazione è la previsione di un “diritto di partecipazione” adattando i diversi modelli presenti nel mondo al sistema italiano. Ciò è possibile attraverso poche, chiare e semplici regole: un registro obbligatorio per tutti coloro che agiscono in tale settore; un sistema di premialità che incentivi alla trasparenza; campagne di comunicazione che puntino alla sensibilizzazione sul tema; assenza di distinzioni tra rappresentanti di interessi particolari siano essi organizzati o meno. 

Come si può realizzare tutto ciò? 

Secondo il Professor Francesco Clementi – ordinario di Diritto Pubblico Comparato dell’Università Sapienza – serve una visione pluralistica che affronti il tema attraverso la creazione di regole orizzontali (al fine di regolare il rapporto tra lobbisti) e verticali (per il rapporto tra politica e rappresentanti di interessi) in grado, cioè, di creare un equilibrio funzionale tra gli attori del processo legislativo; disincentivare forme surrettizie ed evitare, quindi, la creazione di un testo che sarà automaticamente eluso o non applicato; sfruttare il ritardo dell’Italia sul tema includendo, all’interno della normativa, quelle fattispecie tipiche di un mondo altamente digitalizzato (digital lobbying).

Poche norme, ma buone. È questo il mantra della giornata. 

Eppure, come ha voluto precisare Clementi, il nostro Paese non è ancora riuscito ad attuare pienamente gli l’artt. 39 (l’organizzazione sindacale) e 49 (costituzione dei partiti) che sono alla base dello stesso processo democratico su cui si impernia l’attività della rappresentanza di interessi di cui oggi parliamo.

Il cambio di paradigma, però, deve essere culturale ed è impossibile raggiungerlo finché i comunicatori, i giornalisti, continueranno a utilizzare un’accezione tipicamente negativa e semplicistica della parola lobby.

Come ha ricordato Paolo Chiariello – Direttore Responsabile di Fortune Italia – nelle settimane successive allo scandalo Qatargate, che riguardava un tipico esempio di corruzione politica e in cui non vi era un coinvolto nessun esponente del mondo della rappresentanza di interessi, i media italiani impiegavano costantemente la parola lobby (o lobbisti) nella ricostruzione dei fatti.

Il vero problema, come ammesso da Francesca Rinaldi – Caposervizio del Giornale Radio Rai Gr Parlamento – è che molti giornalisti non conoscono davvero il fenomeno delle lobby, tranne coloro che ne sono venuti a direttamente a contatto. Una mancanza di informazioni, quindi, da parte del sistema giornalistico. 

Eppure questo sembra un paradosso se si pensa che, come rilevato da Fiorina Capozzi – Redattore economico-finanziario di Verità&Affari – è proprio la gestione dell’informazione ciò che accomuna e allo stesso tempo distingue la sfera politica, la rappresentanza di interessi e il mondo della comunicazione (comunicatori e giornalisti). 

Per questo motivo, secondo Rinaldi, le due attività dovrebbero entrare in contatto, confrontarsi, ma restare separate. Non si potrebbe (o meglio dovrebbe) svolgere contemporaneamente due di queste attività allo stesso tempo senza creare cortocircuiti.

Ma i lobbisti perché dovrebbero volere una regolamentazione?

La regolamentazione dell’attività di lobbying rappresenta la misura con cui si valuta la maturità democratica di un Paese e serve per definire un rapporto costruttivo con le Istituzioni. È questa la descrizione fornita da Nicola Tinelli – Responsabile dell’Ufficio Politico di Unione Italiana Vini. Inoltre, chi svolge questa attività è abituato a confrontarsi con un sistema regolamentato già a livello europeo e l’Italia è in ritardo.

Quali sono quindi gli elementi necessari della regolamentazione?

Per Francesco Macchia – AD di RareLab – regolamentare il settore non vuol dire solo porre dei limiti all’attività, in quanto nel nostro Paese esiste già una norma punitiva individuabile nella definizione di “traffico di influenze”, serve, piuttosto, un approccio costruttivo che trovi il giusto equilibrio tra diritti e doveri che secondo Pierpaolo Pota – Director presso Cattaneo Zanetto &Co. – aiuterebbe a migliorare la qualità dello stesso processo legislativo soprattutto attraverso: i) l’istituzione di un registro unico per tutte le istituzioni che non faccia distinzioni tra diverse categorie di rappresentanti di interesse e garantisca trasparenza da entrambe le parti coinvolte dal processo legislativo (decisore pubblico e lobbisti); ii) il riconoscimento dell’obbligo di consultazione per tutti coloro che sono direttamente coinvolti dalla decisione; iii) accesso ai documenti e ai lavori; iv) obbligo in capo al decisore di informare i soggetti auditi e incontrati durante l’iter e le relative proposte ricevute.

Richieste ben precise rimarcate da Angela MarchesePresidente de Il Chiostro – e di cui l’On. Nazario Pagano – Presidente della I Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati – ha sicuramente preso nota in quanto, come ha tenuto a ricordare, il decisore pubblico ha la necessità di interloquire con il rappresentante di interessi anche perché, come l’OCSE ha più volte sottolineato, la crescita economica del Paese, la regolamentazione dell’attività di lobbying e l’attrazione degli investimenti, sono elementi strettamente interconnessi.

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