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Cristina Scocchia: “Ogni donna è un po’ giocoliere”

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L’avevamo intervistata nel 2022, a pochi mesi dalla sua nomina ad amministratore delegato di Illy Caffè. Due anni dopo Cristina Scocchia (nella foto in evidenza) ha sempre il tono di voce determinato – e non ‘ambizioso’ – di chi ha capito presto che nella carriera (e nella vita) contano il talento e la fortuna, certo; ma anche e soprattutto la disciplina.

“La carriera è una maratona”, sorride. Non uno sprint di 100 metri. “Io l’ho imparato negli anni in cui lavoravo e studiavo. Al mattino ero in Procter & Gamble (multinazionale statunitense in cui Scocchia ha cominciato uno stage nel periodo universitario, ndr), di notte in camera sui libri per laurearmi alla Bocconi. Poi? Ho continuato a impegnarmi per dimostrare di valere più dei miei colleghi uomini”.

Cristina Scocchia: Quote rosa una medicina amara ma necessaria

A 39 anni è diventata amministratore delegato di L’Oreal Italia. Da poco più di due anni invece è a capo di Illycaffè. In un mondo in cui si fa fatica a scalare i vertici e conquistare i ruoli apicali quando si è giovani e quando si è donne, lei ha praticamente sfondato ogni muro. Talento o fortuna?

Impegno. Credo che per tutti non sia facile arrivare a posizioni di vertice, che si sia maschi o femmine. Ma chi ce la fa possiede una serie di caratteristiche: un Ad deve saper pensare in maniera strategica, con un’ottica di lungo termine; deve prendere decisioni difficili, motivare e trascinare il suo team verso obiettivi chiari. La fortuna, o meglio l’opportunità – per citare Seneca che ha scritto che non esiste la fortuna, ma il momento in cui il talento incontra l’opportunità – è importante. Ci sono persone talentuose che purtroppo non hanno avuto la possibilità di esprimersi. Ma se non si ha costanza e ci si autoesclude in partenza, difficilmente si taglia il traguardo.

“Ci si autoesclude”. Cioè?

Spesso ci diciamo che siamo donne e che quindi è tutto più difficile. È così, ma non deve essere una scusa, una giustificazione per accontentarsi.

A lei è mai pesato – anche attraverso piccole cose, commenti non necessariamente sessisti ma ‘malevoli’, apprezzamenti che hanno messo in primo piano la bellezza rispetto alla bravura – il fatto di essere donna in un settore, quello aziendale, tradizionalmente dominato dagli uomini?

Certo. La prima volta che ho scoperto di ‘essere donna’ è stata proprio quando sono tornata in Italia dopo la mia esperienza in Procter, dove c’è una cultura molto meritocratica del lavoro. Eppure qui mi è stato detto: “Sei diventata Ad di L’Oreal soltanto perché sei donna e L’Oreal è un’azienda che produce cosmetici”. Inutile spiegare che questo non c’entra nulla. Che si tratti di make-up o di bulloni, un Ad resta un Ad con delle competenze e delle mansioni specifiche. L’altro episodio l’ho già raccontato proprio a Fortune Italia. Ero in L’Oreal, arriva in azienda un gruppo di fornitori, si presentano in maniera molto formale ai miei dirigenti uomini, si voltano verso di me porgendomi un cappotto e mi chiedono: “Può appenderlo, per favore?”. “Molto lieta, sono l’amministratore delegato”, ho risposto. Ancora oggi vengo chiamata “Signora” mentre i miei colleghi sono “Dottori”. Ho imparato a non prendermela, la rabbia ci rende improduttivi e a me non è mai piaciuto polemizzare o polarizzare. Le cose cambieranno quando ci renderemo conto che non abbiamo bisogno di andare gli uni contro gli altri e che vince chi fa squadra, indipendentemente dal genere. Però, quando oggi mi ritrovo in situazioni in cui qualcuno ha un atteggiamento che giudico maschilista, un piccolo sassolino dalla scarpa me lo tolgo. “Se vuole le porto il caffè”, dico. “Tanto posso offrirle il migliore”.

Che tipo di leader è in Illycaffè?

Un leader che coniuga quattro tipi di quozienti diversi: quello intellettivo, emotivo, politico e morale. Troppo a lungo ci siamo focalizzati su una leadership gerarchica, verticale, in cui tutto ciò che contava era il quoziente intellettivo, ossia la capacità strategica di decidere anche sotto pressione, prendere scelte difficili e impopolari, portare a casa risultati in modo determinante e assertivo. È importante anche oggi: i risultati continuano a essere alla base della piramide aziendale. Ma non basta. Occorre avere un quoziente emotivo: non è possibile mobilitare le risorse positive di un’organizzazione parlando solo alla testa delle persone. E per parlare al cuore c’è bisogno di passione e di empatia, per creare un clima inclusivo e rispettoso della diversità in tutte le sue forme. Poi pian piano le squadre che gestisci crescono. Diventano più grandi e complesse e allora serve un quoziente politico, per prendere il meglio delle posizioni di ognuno e trovare un compromesso che mandi avanti la squadra. E infine il quoziente morale: a ogni leader viene chiesto di integrare il valore con i valori. Il valore economico con i valori etici, sociali e ambientali. Se non hai un compasso morale forte non ci riesci.

Il possedere un forte quoziente emotivo dipende anche dall’essere donna?

Probabilmente sì. Le donne sono più sensibili, ma sono skill che tutti possiamo e dobbiamo acquisire.

A proposito di inclusione. Da poco Illycaffè ha ottenuto la certificazione UNI/PdR 125:2022 sulla parità di genere.

Sì. Da un paio di anni siamo una B Corp, abbiamo quindi una certificazione assegnata alle aziende che rispettano i più alti standard di trasparenza e responsabilità. Ora abbiamo ricevuto quella sulla parità di genere e ne siamo estremamente contenti. Sono attestati importanti perché sono letture esterne, non autoreferenziali. Spesso nelle aziende c’è troppo storytelling, troppo greenwashing. Inoltre non è che basti piazzare quote rosa qua e là per dire di essere una realtà inclusiva.

Cosa bisognerebbe fare, allora?

Spieghiamoci. Le quote rosa sono come una medicina amara. A nessuno piace, ma se ne hai bisogno devi prenderla. Sono uno strumento necessario per dare a molte donne la famosa opportunità di mostrare il proprio talento e in tanti casi hanno aiutato. Con la legge Golfo-Mosca le donne sono entrate negli organi collegiali. In altri ambiti non è successo perché non ci sono leggi, così in Italia solo il 3% dei Ceo delle quotate è donna. Ma la carriera non si fa per quote, si fa per merito. Ecco perché è fondamentale affermare la cultura del merito, rimuovere pregiudizi e stereotipi. Tanto per cominciare, un uomo che fa carriera è determinato. Una donna è “ambiziosa”. Aggettivo che di per sé presuppone già il fatto che quel traguardo che si mette in testa sia lontano. È una narrazione che non va bene.

Però lo ha detto lei: a volte sono le donne per prime a raccontare a se stesse che un obiettivo sia lontano. Non è facile (oggi sempre più) conciliare una carriera, che spesso comincia tardi e quando l’orologio biologico ha già cominciato il suo declino, con il ruolo di madre e in definitiva con la vita privata.

No. Avremmo bisogno di una profonda trasformazione culturale che faccia capire a tutti che un uomo e una donna hanno gli stessi diritti di fare carriera e che a parità di diritti esistono doveri. Le donne continuano a prendersi cura della casa, della famiglia e degli anziani. Dati Istat, nel 2022 dopo la nascita del primo figlio quasi una donna su cinque tra i 18 e i 49 anni che aveva una qualche occupazione ha smesso di lavorare. Se la gravidanza è obbligatoriamente ‘una cosa da donne’, non è detto che debba esserlo tutto quello che viene dopo. E questo devono comprenderlo gli uomini ma anche le donne, che troppo spesso si sentono in colpa se delegano e si ritagliano quei dieci minuti per sé.

Lei si è mai sentita in colpa?

Quando mio figlio andava alle elementari mi scapicollavo per andare a prenderlo all’uscita come quasi tutte le altre madri, ma non sempre riuscivo. Le volte in cui ce la facevo c’era sempre qualcuno che commentava: “Ah, oggi ci sei anche tu”. Come a dire: “Ah, ogni tanto ti presenti”. Mi faceva stare male. Poi ho chiesto a mio figlio se gli dispiacesse che io non potessi esserci tutti i giorni. Lui mi ha detto: “No, sono ancora più contento quando ci sei, perché è una sorpresa”. La risposta è qui.

C’è qualcosa che l’essere madre le ha insegnato nel suo modo di fare business?

Per me diventare madre è stata la cosa più bella della mia vita, non c’è successo professionale comparabile. Ma anche scegliere di non diventare madre, di non avere una famiglia, è giusto. Non ci si deve sentire sotto pressione per una società che ci vuole in un certo modo. Comunque, se c’è una cosa che ho imparato, è la bellezza di sentirsi un po’ giocoliere. Non possiamo avere tutte le arance in aria: ne avremo una in alto, una a mezz’aria e un’altra che scende verso il basso e deve essere presa al volo prima di cascare giù. Una donna madre, ma non solo, ha tanti ruoli e non può essere perfetta in tutti questi ruoli. Ci saranno momenti in cui dedicheremo più attenzione a un aspetto e meno a un altro. Andrebbe normalizzato: specie in un mondo orientato al massimo delle performance.

 

 

 

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