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Sempre più poveri e vecchi: l’Italia secondo Istat

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Mentre a Montecitorio il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli presenta presenta i dati del rapporto annuale dell’istituto di statistica sulla situazione del Paese, due dati emergono con più forza: in Italia siamo sempre più vecchi e sempre più poveri. Negli ultimi decenni abbiamo perso 3 milioni di giovani, e siamo arrivati a un numero di persone in povertà assoluta mai toccato in precedenza.

Due ombre gigantesche sul futuro di un Paese che intanto nel breve termine cresce, anche se non abbastanza per rimediare ai numeri asfittici degli ultimi 20 anni.

Istat e l’Italia tra breve e lungo termine

Il confronto tra breve e lungo termine può essere fatto in quasi tutte le statistiche pubblicate dall’Istat nel suo report annuale, e non si tratta mai di un gioco a somma zero.

In tre anni, infatti, l’economia italiana è cresciuta più della media dell’Ue27, e anche di Francia e Germania. Anche il mercato del lavoro è andato bene, mentre imprese e pubblica amministrazione secondo Istat hanno “mostrato progressi significativi nell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione, accelerati dalla pandemia”, per quanto sulle competenze digitali l’Italia debba ancora fare i conti con il suo storico ritardo. Solo il 45,9% degli italiani usa “nel quotidiano con spirito critico e dimestichezza tecnologie d’informazione e comunicazione”, 10 punti di ritardo rispetto alla media Ue27.

I dati Istat sull’economia italiana e il ritardo del Pil

La situazione si capovolge se analizziamo gli ultimi 20 anni: solo nel 2023 siamo tornati ad avere un Pil ai livelli pre-crisi 2008, con una differenza di crescita con agli altri big europei che arriva a dieci punti percentuali nel caso della Spagna, 17 con la Germania e 14 con la Francia. Un ritardo che riguarda anche la produttività italiana per ora lavorata, che è cresciuta di neanche il 2% dal 2007 (in Spagna l’aumento è stato del 15%). E anche sul mercato del lavoro i dati decennali sono impietosi: ci sono più occupati, ma il potere d’acquisto dei salari è crollato, in 10 anni, del 4,5%.

Nonostante i miglioramenti osservati sul mercato del lavoro negli ultimi anni, si legge nel report, “l’Italia conserva una quota molto elevata di occupati in condizioni di vulnerabilità economica. Tra il 2013 e il 2023 il potere d’acquisto delle retribuzioni lorde in Italia è diminuito del 4,5% mentre nelle altre maggiori economie dell’Ue27 è cresciuto a tassi compresi tra l’1,1% della Francia e il 5,7% della Germania”. Secondo Istat dalla seconda metà del 2021 l’inflazione ha avuto effetti “differenziati sulle imprese e, in particolare, sulle famiglie – con le retribuzioni che non hanno tenuto il passo dell’inflazione – riducendo il potere di acquisto soprattutto delle fasce di popolazione meno abbienti”.

I dati sulla povertà assoluta

Nel caso della povertà assoluta, anche i dati sul breve termine non sono positivi, e testimoniano meglio degli altri l’impatto dell’inflazione. Nel 2023 la stima preliminare dell’incidenza di povertà assoluta in Italia è pari all’8,5% tra le famiglie (era l’8,3% nel 2022) e al 9,8% tra gli individui (9,7% nel 2022). “Seppure in un quadro di sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente, si raggiungono livelli mai toccati in precedenza, per un totale di 2 milioni e 235mila famiglie e di 5 milioni e 752 mila individui in povertà”, dice l’Istat.

La percentuale di famiglie in povertà assoluta era del 6,2% neanche dieci anni prima, nel 2014.

L’incidenza di povertà assoluta familiare è più bassa nel Centro (6,8%) e nel Nord (8% sia il Nord-ovest sia il Nord-est), e più alta nel Sud (10,2%) e nelle Isole (10,3 per cento). Lo stesso accade per l’incidenza individuale: 8% nel Centro, 8,7% nel Nord-est, 9,2% nel Nord-ovest e 12,1%, sia nel Sud sia nelle Isole.

Avere un lavoro può non essere abbastanza per uscire dalla zona di reddito più bassa: l’11,5% degli occupati è a rischio povertà. La percentuale era del 9,5% nel 2010. Intanto le disuguaglianze economiche nel nostro Paese, ha detto Chelli, si sono ampliate.

I dati Istat e la differenza del tasso di crescita dell’occupazione tra fasce demografiche

Un Paese che si adatta “a fatica”

Lo scenario depresso degli ultimi decenni non si rispecchia solo sui dati relativi alla crescita economica e alla produttività del lavoro – per quanto il “recupero recente dell’attività di investimento, in particolare nella componente immateriale, se sostenuto, potrebbe contribuire nei prossimi anni al miglioramento delle prospettive di crescita del nostro Paese”.

Secondo Istat in due decenni l’economia italiana “si è adattata, con fatica, ai cambiamenti del contesto competitivo e all’impatto della transizione digitale”. Siamo ancora un Paese esportatore, ma le economie emergenti hanno “messo in crisi una parte rilevante delle industrie su cui si basava la specializzazione nazionale, che si è gradualmente modificata. D’altra parte, la lentezza nello sviluppo delle attività terziarie intense in conoscenza, oltre che in una debole dinamica delle esportazioni di servizi, si è riflessa in un’accresciuta dipendenza dall’estero”.

Persi 3 milioni di giovani

Il dato demografico è probabilmente quello più tetro, fra tutti quelli del report dell’istituto guidato da Chelli, sulla cui prossima nomina a presidente dell’istituto sono sorte polemiche riguardanti la trasparenza della procedura seguita fino ad ora.

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Il presidente Istat, Francesco Maria Chelli, in una foto del 12 dicembre 2023. ANSA/FABIO FRUSTACI

In 20 anni abbiamo perso il 23% dei giovani: nel 2023 sono 10,33 milioni le persone tra i 18 e i 34 anni con un calo del 22,9% rispetto al 2002 quando erano 13,39 milioni. Rispetto al picco del 1994, quando rientravano nella fascia i giovani del baby boom (che si è contrato negli anni 60), il calo è di quasi cinque milioni di persone (-32,3%).

Intanto in 30 anni le persone di 65 anni e più sono passate da 9 milioni nel 1994 a oltre 14 milioni nel 2023 (+54,4%).

Qualche altro dato: l’età media italiana è passata da 42 a 46 anni, ed è over 75 il 12,6% dei residenti. Al di là dell’ormai conclamato inverno demografico italiano, un dato su tutti per capire come la mancanza di giovani lavoratori caratterizzerà anche i prossimi anni: rispetto al 2004 abbiamo perso quasi un milione di 0-15enni.

L’inverno demografico e primi nati del 2023

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