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L’Europa guarda a destra

Vince Giorgia Meloni, vince Marine Le Pen. L’Europa dei popoli guarda a destra, e l’establishment di Bruxelles non può ignorare il nuovo corso. In questi mesi persino gli europeisti a ventiquattro carati ci hanno spiegato, con tanto di rapporti blasonatissimi, che l’Europa deve cambiare, che urgono riforme “non rinviabili” per tenere in vita il sogno europeo. A giudicare dai voti espressi e dal tasso record di astensione, si direbbe che il sogno, per molti, somiglia a un un incubo, mentre le critiche al moloch europeo, che negli anni hanno gonfiato le vele dei partiti euroscettici, sono più condivise di ieri. L’europeismo di maniera non si porta più.

Giorgia Meloni vince perché è l’unico premier in Europa a vedere addirittura aumentati i consensi per il proprio partito. C’è qualcosa di sorprendente nella capacità della leader dei Conservatori europei di catalizzare il consenso in un momento in cui il governo, a Roma, compie scelte difficili, impopolari, e il piatto piange (vedi lo stop al reddito di cittadinanza e la stretta ai bonus edilizi). Nonostante ciò, gli italiani continuano a riporre fiducia in Giorgia e nel suo governo. Per completare la triade di donne vincenti, c’è Elly Schlein che fa bene, molto bene: il Pd, sotto la sua guida, si è rivitalizzato, adesso la segretaria nazionale deve indossare i panni del leader dell’opposizione, tanto più con un M5S in caduta libera. Suscita una naturale simpatia questa giovane donna la cui leadership risulta ancora indigesta a un pezzo dell’establishment Pd. Le hanno impedito di candidarsi in ogni circoscrizione, le hanno impedito di inserire il proprio nome nel contrassegno, hanno storto il naso dinanzi all’ipotesi di un confronto televisivo diretto con Giorgia Meloni. Schlein resiste e lotta insieme a noi. Chi invece doveva portare Mario Draghi alla guida dell’Europa – renziani e calendiani vari – non ha portato neanche i propri parlamentari a Strasburgo. L’effetto Vannacci, sulla Lega, si manifesta, esattamente come l’effetto Salis, con i Verdi sopra i sei punti percentuali. Il militare dalle posizioni destrorso-eccentriche e la pasionaria dei centri sociali con decine di denunce pendenti e quattro condanne passate in giudicato: un bizzarro connubio.

Tornando all’Europa, Marine Le Pen assesta un colpo durissimo al presidente Emmanuel Macron che scioglie l’Assemblea nazionale e indice nuove elezioni legislative per il 30 giugno. Le Pen doppia il partitino di Macron, e prepara Jordan Bardella, l’anti Macron (di origini italo-algerine, viene dalla banlieue parigina, non si è mai laureato), nel ruolo di futuro primo ministro. Il 2027, l’anno in cui la prima donna nella storia di Francia potrebbe conquistare l’Eliseo, appare più vicino.

Che cosa accadrà intanto a Bruxelles? Il Parlamento europeo vedrà, con ogni probabilità, una riedizione delle “larghe intese” tra popolari (primo partito in Europa) e socialisti, con il sostegno dei liberali. La “coalizione Ursula” potrebbe riconfermare la presidente della Commissione uscente, von der Leyen, e in Parlamento tanto Meloni che Le Pen si accomoderanno nel ruolo di opposizione. In Aula i conservatori, insieme ai lepenisti del gruppo “Identità e democrazia” (lo stesso di cui fa parte la Lega di Matteo Salvini), faranno un gioco di sponda e costruiranno un’alleanza sempre più strutturata per incidere su alcune partite cruciali nei prossimi mesi: la transizione energetica, la questione climatica, l’unione bancaria, la politica agricola. Si terranno dunque fuori da maggioranze innaturali per puntare a essere l’ago della bilancia nei voti che contano.

Discorso diverso merita la dinamica in seno al Consiglio europeo: qui la premier italiana – l’unica a uscire più forte da queste elezioni – si impegnerà per incidere nei giochi che disegneranno il futuro governo dell’Europa. Se sarà “Ursula bis”, c’è da aspettarsi che Meloni, forte peraltro di un rapporto personale costruito in questi mesi, non farà mancare il proprio sostegno alla riconferma della presidente uscente. Del resto, risponde all’interesse nazionale italiano l’esigenza di stare in Europa nel quadro di una collaborazione positiva con i vertici del nuovo governo europeo: in autunno c’è la legge di bilancio da approvare, la prima con le nuove norme del Patto di stabilità; e poi c’è il Pnrr con scadenza al 2026. Meloni, da capo di governo, ha solo interesse a stare nella cabina di regia con il peso specifico che spetta a un Paese fondatore, con un governo stabile in patria. Macron e Scholz, fintantoché saranno ancora al loro posto, non saranno più i kingmaker d’Europa.

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