La sfida del calore che può cambiare l’industria europea

Raffaello Magaldi analizza il ruolo dello storage termico tra transizione energetica, industria e autonomia strategica europea

Volatilità dei prezzi, tensioni geopolitiche e competizione industriale stanno imponendo a governi e imprese una riflessione più ampia sul rapporto tra energia, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività produttiva. In questo contesto, la transizione non può limitarsi alla sola crescita delle rinnovabili, ma deve affrontare il nodo della programmabilità e del calore industriale, ancora fortemente dipendente dalle fonti fossili e centrale per la manifattura europea.

Ne parliamo con Raffaello Magaldi, Managing Director, Global Operations & Product Development di Magaldi Group, per approfondire il ruolo strategico dello storage e il contributo che tecnologie simili possono offrire alla competitività industriale e alla decarbonizzazione.

Il contesto internazionale ha riportato la crisi energetica al centro dell’agenda globale. In uno scenario di instabilità, quanto sta accelerando la domanda di soluzioni come lo storage termico?

La domanda sta accelerando in modo evidente, perché le imprese industriali oggi non cercano più soltanto energia pulita: cercano energia pulita, programmabile, disponibile quando serve e sostenibile nei costi. La crisi energetica degli ultimi anni ha dimostrato che dipendere da combustibili fossili importati significa esporsi a volatilità dei prezzi, tensioni geopolitiche e perdita di controllo sulla pianificazione industriale.

Per un’impresa energivora, l’energia non è una variabile accessoria: è una componente strategica del modello competitivo. Quando il costo dell’energia diventa imprevedibile, si indeboliscono investimenti, margini e capacità di programmare la produzione.

Lo storage termico risponde precisamente a questa esigenza. Consente di trasformare elettricità rinnovabile o energia acquistata nei momenti più convenienti in calore industriale disponibile quando il processo produttivo lo richiede. In altre parole, separa il momento dell’approvvigionamento da quello del consumo.

Per l’industria significa continuità operativa e maggiore controllo dei costi. Per il sistema energetico significa flessibilità, integrazione delle rinnovabili e minore pressione sulle reti nei momenti critici. Per questo ritengo che lo storage termico non sia più una tecnologia di nicchia, ma una delle infrastrutture industriali più rilevanti della transizione energetica europea.

In Europa circa il 70% del consumo energetico è legato al calore, in larga parte ancora di origine fossile. Come può l’Europa parlare di sovranità energetica senza affrontare in modo strutturale questo nodo?

A mio avviso non può. Il tema della sovranità energetica europea si gioca in larga misura proprio sul terreno del calore industriale, che per troppo tempo è rimasto ai margini del dibattito pubblico.

 Il dato va letto correttamente: il calore rappresenta circa metà dei consumi energetici complessivi europei e oltre il 70% di questo fabbisogno è ancora soddisfatto da fonti fossili. Significa che una parte decisiva della dipendenza energetica del continente riguarda processi industriali, vapore, alte temperature, utilities termiche.

Negli ultimi anni abbiamo concentrato molta attenzione, giustamente, sulla generazione elettrica rinnovabile. Ma la transizione non si esaurisce nell’elettricità. Se non affrontiamo in modo strutturale il tema del calore, rischiamo di costruire una transizione incompleta.

Servono misure immediate: connessioni di rete più rapide, meccanismi che favoriscano l’elettrificazione dei consumi termici, contratti energetici di lungo periodo, strumenti finanziari che rendano bancabili gli investimenti industriali.

Ma serve anche una visione di medio periodo: il calore deve diventare un pilastro della politica industriale europea, non solo della politica climatica. E a tendere queste tecnologie non devono dipendere da un sostegno permanente, ma autosostenersi anche grazie a servizi di rete ben regolati e adeguatamente remunerati, che ne riconoscano il valore industriale ed energetico. Chi governerà il calore industriale governerà una parte importante della competitività manifatturiera europea.

Nel tentativo di ridurre la dipendenza energetica, l’Europa rischia di crearne di nuove su tecnologie e materie prime critiche. Quanto è oggi sostenibile questo modello e quali alternative industriali vede più credibili?

Il rischio esiste ed è uno dei punti più delicati della transizione. Sarebbe un errore strategico sostituire una dipendenza con un’altra: uscire dai combustibili fossili importati per entrare in una nuova dipendenza da filiere tecnologiche concentrate in poche aree del mondo.

Per questo credo serva un approccio più pragmatico e tecnologicamente plurale. Le batterie elettrochimiche sono fondamentali e avranno un ruolo centrale in molti segmenti, ma non possono essere considerate la risposta universale a ogni esigenza energetica.

Quando il fabbisogno finale dell’industria è il calore, spesso è più efficiente accumulare direttamente calore invece di accumulare elettricità e poi riconvertirla. È un principio industriale semplice: meno passaggi, meno perdite, maggiore coerenza con il bisogno finale.

Da questo punto di vista, tecnologie come Magaldi Group MGTES presentano un vantaggio competitivo chiaro: utilizzano materiali abbondanti, sicuri e non critici, riducendo l’esposizione alle tensioni sulle materie prime strategiche. Inoltre, possono integrarsi nei processi produttivi esistenti, generando calore verde e vapore senza combustione.

La vera sostenibilità della transizione non riguarda solo le emissioni, ma anche resilienza industriale, autonomia strategica e capacità manifatturiera europea.

Quanto può incidere sui costi e sulla competitività delle imprese energivore?

Può incidere in modo molto significativo, perché introduce una leva nuova di gestione economica dell’energia.

Oggi molte imprese energivore subiscono il costo dell’energia come una variabile esterna. Lo storage termico consente invece di gestirlo in modo più attivo: permette di acquistare o autoprodurre energia nei momenti più favorevoli e utilizzarla successivamente sotto forma di calore industriale quando serve alla produzione.

Questo significa tre cose. Primo, maggiore prevedibilità dei costi energetici. Secondo, minore esposizione alla volatilità del gas e dei mercati internazionali. Terzo, migliore valorizzazione di rinnovabili, autoproduzione e Power Purchase Agreement di lungo periodo.

Una fabbrica non può fermarsi perché il sole non splende o il vento cala. Ha bisogno di continuità operativa. Lo storage termico consente di coniugare continuità industriale e transizione energetica, due obiettivi che spesso vengono percepiti come alternativi ma che oggi devono procedere insieme.

Per molte imprese, soprattutto nei settori hard-to-abate, può diventare una leva diretta di competitività industriale.

La transizione energetica richiede investimenti ingenti in ricerca e sviluppo, ma i tempi dell’innovazione non coincidono con quelli del mercato. Qual è oggi il ruolo dei capitali privati nel portare queste tecnologie a scala industriale?

Il capitale privato è decisivo, ma deve poter operare in un quadro industrialmente credibile.

La sfida oggi non è più dimostrare che alcune tecnologie funzionano in laboratorio o in impianti pilota. La vera sfida è scalarle, replicarle, industrializzarle e inserirle nei processi produttivi reali. Questo richiede capitali pazienti, competenze industriali e strumenti finanziari adeguati.

Parliamo meno di semplice venture capital e più di project finance industriale, partnership strategiche, modelli di lungo periodo legati a flussi di cassa prevedibili. Il settore energetico-industriale richiede logiche diverse rispetto al mondo digitale.

Il pubblico ha un ruolo essenziale nel ridurre il rischio delle prime applicazioni: garanzie, aste dedicate, incentivi mirati, contratti di lungo termine e certezza regolatoria. Il privato deve poi accelerare manifattura, commercializzazione e diffusione internazionale.

Quando questo ponte tra innovazione e mercato non esiste, molte tecnologie restano bloccate nella cosiddetta “valle della morte”. Quando invece il ponte funziona, la transizione diventa economia reale.

La batteria MGTES interviene direttamente sulla domanda di calore industriale. Quale impatto può avere nei settori più difficili da decarbonizzare come acciaio, cemento e chimica?

MGTES nasce esattamente per affrontare uno dei nodi più complessi della decarbonizzazione: il calore industriale ad alta intensità energetica.

La nostra batteria termica accumula energia in un letto fluido di sabbia silicea e la restituisce sotto forma di calore ad alta qualità, come vapore surriscaldato, immediatamente utilizzabile nei processi produttivi. Questo è un elemento fondamentale, perché molte industrie non chiedono elettricità in sé: chiedono vapore, aria calda, temperature stabili e continuità di esercizio.

Nel settore chimico l’impatto può essere immediato, dato il ruolo centrale del vapore nei processi. Nel food processing, nella carta, nel tessile e in numerose filiere manifatturiere esiste una domanda termica significativa già oggi elettrificabile.

In acciaio e cemento il contributo va letto in modo più mirato: utilities termiche, preriscaldi, essiccazioni, servizi ausiliari, integrazione con altre tecnologie di decarbonizzazione. Non esiste una sola soluzione per tutti i comparti industriali.

Esiste però un principio chiaro: dove il fabbisogno è calore programmabile, tecnologie come MGTES possono ridurre in modo concreto consumo di gas, emissioni e volatilità energetica.

Se l’industria ha bisogno di calore continuo e ad alta temperatura, perché lo storage termico è ancora marginale rispetto alle soluzioni elettrochimiche?

Per ragioni storiche e industriali più che tecnologiche. Le batterie elettrochimiche hanno beneficiato di un enorme traino globale, soprattutto legato alla mobilità elettrica. Questo ha generato scala produttiva, standardizzazione, attenzione finanziaria e familiarità da parte degli investitori.

Lo storage termico opera invece in un mercato più complesso e meno omogeneo: ogni sito industriale ha esigenze specifiche di temperatura, continuità, integrazione impiantistica, profilo dei consumi. Questo ha rallentato la standardizzazione commerciale, non la rilevanza industriale della tecnologia.

Anzi, in molti casi industriali è più razionale accumulare direttamente calore che accumulare elettricità per poi trasformarla nuovamente in calore. È una questione di efficienza e di aderenza al bisogno produttivo.

Oggi però il contesto sta cambiando rapidamente. Il mercato chiede soluzioni robuste, modulari, sicure, installabili nei siti esistenti e capaci di generare ritorni economici chiari. È esattamente il posizionamento di MGTES: una batteria termica industriale pensata per rendere il calore verde disponibile, competitivo e programmabile. Credo che nei prossimi anni assisteremo a un riequilibrio dell’attenzione: non solo accumulo elettrico, ma anche accumulo termico come asset strategico della manifattura europea.

 

Poste Italiane Dic 25

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