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D-Orbit: il valore di un passo indietro

Quando parliamo con Luca Rossettini, il Ceo di D-Orbit esce da una settimana piena di riunioni. L’imprenditore che guida l’azienda italiana diventata uno dei maggiori ‘corrieri’ dello Spazio – attraverso i suoi Ion, veicoli di trasferimento orbitale – si sta occupando del round di Serie C che porterà in tutto 150 mln di euro nelle casse della società. Dopo il closing da 100 mln annunciato a inizio anno, infatti, quando parliamo con Rossettini ne dovrebbero arrivare altri 50, con qualche ritardo: “Stiamo lavorando sulla burocrazia: solo occuparsi del golden power  – il pacchetto di leggi che prevede il passaggio da Palazzo Chigi per le operazioni finanziarie riguardanti asset strategici – richiede più di un mese”. Rossettini rivela che il “round è a buon punto e probabilmente sarà ‘oversubscribed’, ma stiamo cercando di capire se ha senso far entrare altro capitale”. Il Ceo spiega come si debba trovare un equilibrio tra la liquidità in ingresso e le necessità finanziarie dell’azienda. Durante la conversazione quello dell’equilibrio è un tema che torna spesso.

Con l’ingresso di Marubeni, lead investor del round, arriva un socio di peso, un colosso dell’economia giapponese che allargherà il raggio commerciale di D-Orbit, soprattutto in Asia. Alla prima tranche hanno partecipato anche il family office Avantgarde, Seraphim Space Investment Trust, United Ventures, Indaco Venture Partners, Primo Ventures, Cdp Venture Capital, Neva sgr. I soci esistenti “hanno messo cassa fresca per 30 mln”, racconta Rossettini. Gli obiettivi sono chiari: aumentare la distribuzione dei veicoli spaziali dell’azienda italiana e puntare su quello che D-Orbit considera il futuro. L’ambizione, oltre a quella di “rivoluzionare la logistica spaziale”, è ripulire l’orbita terrestre dai suoi detriti e allungare la vita dei satelliti. Creare sostenibilità per un’orbita dove, secondo l’Esa, il numero reale di oggetti di dimensioni oltre il centimetro è probabilmente superiore a un milione.

A un passo da Wall Street

Il lavoro sul round di finanziamento va avanti da quasi due anni. Per la precisione, da “dopo il Nasdaq”, dice Rossettini. Facciamo un passo indietro per raccontarne un altro, gigantesco e soprattutto voluto, effettuato proprio dal Ceo. È il 2022 quando la creatura di Rossettini e Renato Panesi (fondata 11 anni prima dai due ingegneri aerospaziali) arriva a un soffio dalla quotazione sul listino americano dedicato ai titoli più tecnologici. Sul gigantesco tabellone luminoso di Times Square già campeggiava l’annuncio dello sbarco di D-Orbit a Wall Street, consuetudine per le nuove quotazioni. Ma alla fine (“stavamo preparando i bagagli per New York”) Rossettini ha deciso di rinunciare. “Ed è stata la scelta migliore che abbiamo mai fatto, perché si era in piena crisi finanziaria. Abbiamo rinunciato a tantissimi soldi, ma abbiamo fatto bene”. La decisione non è maturata all’improvviso, spiega il Ceo, ma c’è stata una “goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

“Ci stiamo facendo del male”

L’Ipo sarebbe dovuta avvenire tramite Spac (Special purpose acquisition company), un veicolo di investimento che porta alla quotazione una società target. Gli investitori possono puntare sull’operazione anche tramite il meccanismo del Pipe (Private investment in public equity) che prevede l’afflusso di capitali privati. “Uno dei fondi ‘Pipe’ voleva darci altri 120 mln, con uno strumento ‘Atm’: pre-autorizzi delle azioni e, quando vuoi trasformarle in cass,a chiami il fondo, loro le vendono sul mercato e ti danno i soldi. Ho pensato fosse interessante e utile per effettuare acquisizioni”. Ma il fondo, spiega il Ceo, avrebbe “calcolato il prezzo a cui vendere quelle azioni nei 10 giorni successivi alla nostra richiesta, e non in quelli precedenti. In questo modo avrebbero potuto ‘shortare’ sul titolo, per guadagnarci. Uno strumento tossico, ma secondo loro il migliore che si poteva trovare in quel momento sul mercato. Allora mi sono detto: qua ci stiamo facendo del male”.

I soci, racconta, hanno compreso le sue ragioni. Da quel momento in poi sono arrivate tante nuove opportunità, investimenti e contratti.
Il round che verrà chiuso nei prossimi mesi è uno dei più grandi di sempre per un’azienda europea del settore Spazio (e il più grande dello scorso anno per il venture capital italiano). Intanto i ricavi raddoppiano ogni anno dal 2021 (“e dovremmo riuscire a farlo anche quest’anno”, dice Rossettini); i contratti in piedi con agenzie spaziali e governi ammontano a 60 mln di euro, e in orbita ci sono già 13 Ion (prossimo lancio a luglio 2024), che sta per InOrbit now: un veicolo multiuso per il trasporto spaziale che viene mandato in orbita, ad esempio, dai razzi della SpaceX di Elon Musk. Una volta arrivati, i veicoli portano il loro carico, cioè i satelliti, nella posizione desiderata dai clienti di D-Orbit, riducendo i costi di lancio del 40%, dice l’azienda. Il veicolo di D-Orbit può anche essere utilizzato per ospitare i payload informatici dei clienti (ad esempio lo strumento di intelligence Scorpio di Elt Group, vedi pag 52) e una volta finito il compito di ‘corriere’ passa alle sue missioni secondarie, come l’edge computing spaziale.

La quotazione “arriverà forse tra un paio d’anni quando i mercati saranno più favorevoli” e D-Orbit sarà cresciuta ancora, ma ci sarà probabilmente un cambio di metodo rispetto a quella sfiorata nel 2022. “La quotazione rimane un target per noi, e probabilmente arriverà attraverso un’Ipo classica. Ma adesso stiamo lavorando ai processi interni per costruire un’azienda solida. Non basta avere i contratti, serve anche una struttura che sia in grado di gestirli. E non si tratta solo di avere i talenti necessari, sui quali siamo fortunati – in D-Orbit ci sono più di 300 persone da 20 nazioni diverse – ma di automatizzare i processi. La nuova produzione che stiamo mettendo in piedi è basata su industria 4.0 e intelligenza artificiale, perché se dovessi guardare le richieste di produzione per il 2025, in questo momento, non riusciremmo a soddisfarle. Lasceremmo i soldi sul tavolo. Su questo ci stiamo impegnando tanto”.

Nella quotazione del 2022, la valutazione per D-Orbit aveva superato il miliardo, con l’automatica etichetta di ‘nuovo unicorno italiano’. Quell’etichetta, considerato il round da 150 mln, vale ancora oggi? Rossettini dice di no. “Nel 2022 le valutazioni erano molto superiori a quelle odierne”. E in ogni caso il Ceo non è un amante delle cifre vertiginose bramate dagli azionisti. Una roadmap a lungo termine come quella di D-Orbit non può scontrarsi con le esigenze di chi investe. “Ma i nostri sono fondi ‘pazienti’, e questo nel deep tech è un valore aggiunto”. Il lead investor giapponese è dello stesso avviso, spiega Rossettini: niente valutazioni miliardarie al momento – il Ceo non rivela quella attuale, ma dovrebbe aggirarsi sui 600 mln – ma un supporto concreto per vendere prodotti e servizi ovunque nel mondo. E ora? Dopo aver puntato molto sull’equity, si stanno valutando anche strumenti di debito per la costruzione di nuove facility o per ‘comprare’ i lanci per il biennio 2025-26. “Se dovessimo fare un altro round lo faremmo quasi esclusivamente per motivi di M&A, per acquisire altre aziende, perché per il momento le linee di business sono coperte”. Un’acquisizione arriverà proprio nell’ambito del round da 150 mln. Rossettini non svela il nome, ma si tratta di un’azienda europea, “solida e con ebitda positivo. Uno di quei casi dove uno più uno fa tre, grazie alle sinergie”. Sarà la prima operazione M&A di D-Orbit: l’unico altro tentativo è stato proprio quello con la Spac Breeze Holdings, che doveva portare D-Orbit a Wall Street. A volte, per crescere, la via più efficace per andare avanti è fare un passo indietro.

L’economia circolare dello Spazio e il dual use

Il posizionamento nella giusta orbita di un satellite è importante per evitare rischi di collisione e produrre detriti. Ma la grande ambizione di D-Orbit è quella di costruire un servizio di riciclo e assistenza per i satelliti, ai quali attaccare i moduli dell’azienda italiana per sostituire le parti difettose. Il progetto a lunghissimo termine è quello di arrivare ad avere una rete di logistica e riciclo che, oltre all’orbita terrestre, copra anche i viaggi sulla Luna e, più in avanti, Marte. Anche D-Orbit, come tutte le aziende che entrano in orbita, non può fare a meno delle tecnologie dual use, utilizzate sia per scopi militari che civili. Gli italiani fanno parte del progetto Responsive european architecture for space (Reacts) finanziato dalllo European defence fund. L’approccio è quello di un’azienda B-corp, limitato ad “applicazioni che sono ‘buone’. Abbiamo tirato una bella riga, dicendo che non faremo mai nulla che possa distruggere o uccidere. Vuol dire rinunciare a un bel po’ di contratti, e siamo soddisfatti di farlo”, dice il Ceo.

 

 

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