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Quando è democratico, lo Spazio ti salva la vita

In collaborazione con SDA Bocconi – Una delle mie storie spaziali preferite riguarda lo schiavismo. Maxar è la società che ha sviluppato un sistema di fotografia satellitare ad altissima definizione, nell’ordine dei 30 centimetri. A parte i militari, chi pensate potrebbe avere bisogno di una tale definizione? Una giornalista di Associated Press, per esempio. Nel 2015, Martha Mendoza stava indagando sul fenomeno dello schiavismo nei mari del Sud-Est asiatico. Sebbene fosse sostanzialmente noto che imprenditori senza scrupoli ingaggiavano uomini del Myanmar, con contratti a tempo determinato, per pescare in alto mare e li trattenevano poi a bordo per anni, e in alcuni casi addirittura decenni, mancava la cosiddetta ‘pistola fumante’. Mendoza contattò Maxar e la società riuscì a scattare una nitidissima fotografia, che rendeva evidente come una nave da trasporto imbarcasse il pesce al largo, trasferendolo dalle navi piene di schiavi. Grazie a questa foto, e alle indagini che ne seguirono, la Marina indonesiana riuscì a liberare 2.000 persone e Mendoza vinse il suo secondo Premio Pulitzer.

Solo pochi anni fa, le stime più accreditate prevedevano che l’economia spaziale avrebbe raggiunto il valore di 1.000 mld di dollari nel 2040. Ora, World economic forum e McKinsey stimano invece 1.800 mld entro il 2035 e una crescita annua del 9%. Una simile crescita è possibile grazie alla democratizzazione dello Spazio, un processo di espansione dei Paesi e degli attori privati coinvolti, che non dovremmo ostacolare, ma piuttosto regolamentare. Quello che stiamo vivendo è il periodo più esaltante per chi si occupa di Spazio. Pensiamo all’esplorazione lunare: se è vero che, dopo la chiusura del progetto Apollo, nessun essere umano ci ha più rimesso piede, è però vero che i Paesi capaci di portare una sonda sulla sua superficie si sono moltiplicati, con Cina, India e Giappone protagonisti di tentativi riusciti, Israele di un fallimento, e la Corea del Sud che ne ha portata una in orbita lunare.

In questa nuova fase, i Paesi molto spesso collaborano, anziché agire in concorrenza. Al progetto americano Artemis, che vuole riportare gli esseri umani sulla Luna, partecipano già una quarantina di Paesi, mentre una decina collaborano a quello russo-cinese dell’International lunar research station.

Nel frattempo, si sono fatti avanti anche i privati. Anzi, nel caso di Elon Musk, cominciano addirittura a sorgere preoccupazioni per lo sviluppo di un possibile monopolio. Per completare la messa in orbita dei 42.000 satelliti della costellazione Starlink, Musk ne lancia 50 una o due volte al giorno e, grazie al controllo di quattro basi, è in grado di lanciare anche quelli di altre società private, come quella di Jeff Bezos, impegnato a completare la sua costellazione, Kuiper, di 3.200 satelliti.

Privati e governi collaborano oggi secondo modalità inedite. Se la Nasa può tornare a mandare uomini nello Spazio senza fare affidamento sull’aiuto di agenzie straniere, lo deve al Crew Dragon di SpaceX, la società di Elon Musk, e a un tipo di contratto innovativo, che assicurava a Musk 12 missioni, ma solo all’indomani dello sviluppo della capsula. Grazie al contratto, Musk ha potuto trovare sul mercato i finanziamenti necessari ad adottare una strategia di fly-fix-fly che consisteva nel fare un tentativo, osservare i motivi del suo fallimento, sistemare le cose e riprovarci. Che cosa sarebbe successo se tutti questi fallimenti fossero stati pagati con il denaro del contribuente americano?

Il problema che si pone, soprattutto in orbita bassa, è quello del sovraffollamento e di una quantità di detriti spaziali che, in prospettiva, potrebbe prevenire lanci ulteriori. Qualcuno invoca una moratoria, che significherebbe, però, rinunciare a tutti i benefici della democratizzazione dello Spazio. L’Outer space treaty del 1967 sostiene che lo Spazio è un bene comune, aperto a tutti per scopi pacifici, indipendentemente dal livello economico, tecnologico e sociale. Sarebbe paradossale, perciò, ostacolare lo sviluppo dell’economia spaziale proprio quando anche i Paesi in via di sviluppo cominciano ad esserne protagonisti.

Quando le prime automobili hanno cominciato a intasare le poche strade a disposizione e a scontrarsi perché non esisteva un senso di marcia, non ne abbiamo sospeso la produzione. Abbiamo creato un codice stradale.

Simonetta Di Pippo è direttrice dello Space Economy Evolution Lab (SEE Lab) di SDA Bocconi School of Management. È stata direttrice di Unoosa (United nations office for outer space affairs) e direttrice dei voli umani dell’Agenzia spaziale europea (Esa).

 

 

 

 

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