Si è conclusa il 24 novembre a Baku, in Azerbaigian, la 29ª Conferenza delle Parti sul clima (COP29), che ha visto la partecipazione di 195 Paesi impegnati a definire strategie comuni per affrontare il cambiamento climatico. Tema centrale dei lavori è stato il nuovo obiettivo collettivo quantificato (NCQG) per il finanziamento climatico necessario a colmare il divario con le esigenze dei Paesi più poveri.
“Ritmi serrati alla COP29 per avere un risultato ambizioso, dell’ordine del trilione, sostenuto da una finanza ‘allargata’”, dichiara, Francesco Corvaro, inviato speciale per il Cambiamento climatico per l’Italia. E difatti ben due giorni dopo la chiusura prevista dei negoziati, le Parti hanno concordato di stanziare 300 mld di dollari l’anno fino al 2035. La decisione ha suscitato malumori e critiche di attivisti e rappresentanti delle economie a basso reddito, che avevano puntato invece a 1.300 mld di dollari.
Nell’appuntamento azero anche la transizione energetica è stata al centro delle discussioni, mettendo in luce profonde divergenze tra i Paesi europei, favorevoli a una rapida riduzione dell’uso dei combustibili fossili, e le nazioni arabe, più caute nel processo di cambiamento. Tuttavia, un risultato significativo è stato raggiunto con l’accordo su un mercato globale del carbonio, sostenuto dalle Nazioni Unite, che finanzierà progetti per la riduzione delle emissioni di gas serra, promuovendo al contempo investimenti sostenibili e accelerando la decarbonizzazione.
Tra gli altri temi chiave, grande attenzione è stata dedicata al Fondo per Perdite e Danni, un meccanismo essenziale per supportare le comunità più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico, come gli Stati insulari e i Paesi meno sviluppati. Questo strumento mira a garantire risorse adeguate per affrontare le conseguenze già tangibili della crisi climatica, rappresentando un passo importante verso un’azione globale più equa e solidale.

Polemiche e influenza delle lobby
Per il terzo anno consecutivo, la COP è stata ospitata da un Paese produttore di petrolio, attirando numerose critiche. La presenza di oltre 1.700 lobbisti dell’oil & gas ha suscitato dubbi sulla trasparenza dei negoziati. Recenti intercettazioni hanno inoltre messo in luce il tentativo di alcune figure di spicco della presidenza azera di boicottare gli accordi. Come sottolineato dall’ex vicepresidente americano Al Gore, sarebbe fondamentale escludere le lobby del petrolio e del gas dalle trattative, richiedendo che le aziende partecipanti dimostrino un reale impegno per la sostenibilità, con piani solidi per il raggiungimento del net zero, reinvestimento degli extra-profitti nella transizione verde e una trasparente rendicontazione delle loro iniziative.
Partecipazione politica e leadership globale
La COP29 è stata segnata da assenze di rilievo tra i leader mondiali, con il forfait dei rappresentanti di Stati Uniti, Cina e Russia che ha sollevato interrogativi sull’efficacia degli impegni globali. Particolarmente rilevante è stata la mancata partecipazione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nonostante il ruolo cruciale dell’Europa come acceleratore della transizione energetica e regolatore per il sistema imprenditoriale che opera nel continente. L’assenza di von der Leyen è stata vista da alcuni come un segnale contraddittorio, dato il ruolo guida che l’Ue si propone di svolgere nella lotta al cambiamento climatico. Anche il presidente argentino Javier Milei ha deciso di non partecipare, ritirando la delegazione del suo Paese a pochi giorni dall’inizio dei negoziati.
Questa decisione ha suscitato perplessità, soprattutto considerando che l’Argentina è tra i Paesi che potrebbero beneficiare maggiormente del supporto economico e tecnico previsto dagli accordi climatici. Tuttavia, non sono mancate presenze di rilievo. Per la prima volta, il Segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, ha partecipato ai lavori, portando una voce forte a favore delle nazioni più vulnerabili. Il Cardinale ha sottolineato come la crisi climatica non possa essere affrontata senza un approccio che includa il condono del debito per i Paesi a basso reddito, spesso definiti ancora con l’obsoleta espressione “in via di sviluppo”. Questi Stati sono tra i più colpiti dagli impatti del riscaldamento globale, nonostante siano quelli che meno hanno contribuito alle emissioni storiche.
Tra le presenze italiane, la premier Giorgia Meloni ha ribadito l’impegno dell’Italia a sostenere soluzioni multilaterali per affrontare la crisi climatica, evidenziando la volontà di cooperare con altri Paesi per trovare risposte condivise. Tuttavia, alcuni tecnici hanno criticato le scelte italiane, che continuano a considerare il gas naturale come una delle opzioni per la transizione energetica, insieme alla fusione nucleare. Quest’ultima tecnologia richiederebbe almeno 40 anni prima di essere pienamente operativa, sollevando dubbi sulla sua utilità nel breve termine per affrontare l’emergenza climatica.
La cornice di Baku
La capitale azera ha accolto oltre 65mila partecipanti da tutto il mondo, offrendo un mix unico di tradizione e innovazione. La città, tirata a lucido per l’evento, ha rappresentato un vero e proprio ponte culturale tra Asia ed Europa. Come di consueto, la conferenza ha previsto una ‘blue zone’ per i negoziati e una ‘green zone’ aperta al pubblico, dove sono state presentate tecnologie e soluzioni innovative per il clima.La COP29 ha rappresentato un’occasione cruciale per avanzare nella lotta al cambiamento climatico, ma anche un momento di riflessione sui limiti e le contraddizioni di un processo che deve diventare più trasparente e inclusivo per avere un impatto reale. Prossimo appuntamento nel 2025 in Brasile.
