Il crescente peso di Cina e India nella produzione di principi attivi

Il crescente peso di Cina e India nella produzione di principi attivi.

Dalla produzione di principi attivi agli studi clinici, il crescente peso di Cina e India nel settore farmaceutico e le implicazioni per l’approvvigionamento nazionale.

La pandemia Covid ha messo in luce una dipendenza eccessiva e pericolosa anche in settori collegati alla salute come apparecchiature biomediche o principi attivi per i medicinali. Molti farmaci, anche di uso comune, spesso sono introvabili: antibiotici e antipiretici, antiepilettici, antipertensivi e antitumorali.

Non è infrequente leggere bollettini dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, che riportano la carenza di Tachipirina, Efferalgan, Tachifludec, Neoborocillina e Amoxicillina. I motivi sono vari, ma il più rilevante è la dipendenza dell’Italia da Paesi produttori di principi attivi come India e Cina.

La maggior parte dei farmaci generici consumati in Europa e negli Usa è prodotta in India, ma il 70% delle molecole utilizzate per produrli arriva dalla Cina: è a Pechino dunque che gli indiani devono rifornirsi.

Per gli antibiotici, la dipendenza mondiale dalla produzione cinese dei princìpi attivi si colloca addirittura fra l’80 e il 90%.

Questo succede perché le industrie farmaceutiche occidentali hanno preferito delocalizzare le produzioni dei farmaci meno redditizie in Asia, dove grazie alla manodopera a basso costo si riescono ancora a estrarre buoni profitti anche dai farmaci non più sotto brevetto. Gli stabilimenti nel Far East, ad esempio, producono quasi tutta la fornitura mondiale di principi attivi dell’ibuprofene e della ciprofloxacina.

Nel campo degli studi clinici, dal 2009 al 2024, la Cina ha visto crescere il suo peso arrivando, con il 30% degli studi globali, a un passo dagli Usa (35%). Analogamente l’Europa è passata dal 44% al 21%. Su un totale di 155 prodotti farmaceutici importati dall’Ue, 14 presentano un livello di dipendenza dagli scambi extra Ue elevato e critico. Per l’Italia la dipendenza sale addirittura a 24.

Consapevole del problema il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, forse anche in maniera un po’scomposta, ai primi di aprile aveva imposto tariffe pesanti anche per i farmaci, salvo poi ricredersi dietro le pressioni di Big Pharma.

Ma la Casa Bianca sostiene da settimane che ha intenzione di imporre dazi specifici con l’obiettivo di spostare la produzione estera di nuovo negli States. Ma è chiaro che qualunque misura protezionistica che limiti le esportazioni farmaceutiche ha impatti diretti ed immediati sui pazienti che dipendono da questi farmaci o dai loro componenti.

L’aumento dei costi e le difficoltà logistiche possono causare ritardi nella produzione, obbligare le aziende a ottenere nuove autorizzazioni regolatorie o imporre costose modifiche alla catena di fornitura.

Questa situazione mette in evidenza i rischi derivanti dall’interruzione dell’interdipendenza globale nel settore medico e certo pone India e Cina a monte della catena del valore e dunque con una leva strategica non irrilevante: in un ecosistema farmaceutico globale così integrato, politiche commerciali di questo tipo non hanno solo effetti economici, ma possono influire sulla disponibilità dei farmaci, sui costi sanitari e sulle relazioni internazionali. Cambiare è complesso e servono anni.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del maggio 2025 (numero 4, anno 8)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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