Dazi Usa: i mercati non si spaventano, ma il Made in Italy rischia

donald trump

I mercati finanziari hanno fatto il callo agli annunci e alle strategie di contrattazione di Donald Trump: le Borse europee hanno reagito con una certa calma, anche se in ribasso, alla lettera di annuncio dei dazi Usa al 30% a partire dal primo agosto inviata a Ursula von der Leyen. Dazi che valgono anche per il Messico.

In Borsa i cali ci sono ma sono contenuti: Milano perde uno 0,09%, Parigi lo 0,4, Francoforte lo 0,7%.

L’Ue nel 2024 ha scambiato 1.680 miliardi di euro tra beni e servizi con gli Usa. Dei dazi al 30% avrebbero un impatto enorme, cona riduzione immediata del solo export italiano di 35 mld, ma la speranza dei mercati è che nonostante l’ennesimo rilancio di Donald Trump una soluzione possa essere trovata, e da questo punto di vista ha fatto bene ai listini il fatto che l’Europa non abbia risposto immediatamente con un muro contro muro: i controdazi di Bruxelles, per ora, rimangono sospesi.

Se si parla di dazi al 30% o più, sarà quasi impossibile continuare gli scambi commerciali Europa-Usa “come siamo abituati”, ha detto il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic.

La reazione delle imprese

Se le Borse rispondono con calma, le imprese italiane non la pensano allo stesso modo. Soprattutto nell’agroalimentare.

“I dazi al 30% minacciati da Trump sono una proposta irricevibile”, secondo il presidente di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, che chiede di scongiurare una guerra commerciale con gli Stati Uniti, “che sarebbe catastrofica per tutto il settore agroalimentare”.

Secondo i dati l’export agroalimentare negli Usa è cresciuto del 158% in dieci anni e oggi gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di riferimento mondiale per cibo e vino Made in Italy, “con 7,8 miliardi di euro messi a segno nel 2024”.

Inoltre gli Usa valgono quasi il 12% di tutto il nostro export agroalimentare: siamo primi tra i Paesi Ue; lontane ci sono Germania (2,5%), Spagna (4,7%) e Francia (6,7%)”.

Un colpo letale per le pmi

Secondo la Cna, “i dazi al 30% sarebbero insostenibili per il sistema produttivo italiano e con effetti devastanti per le micro e piccole imprese. L’export verso gli Stati Uniti rappresenta il 10,4% del totale ma per le piccole imprese il mercato americano vale il 14%. Inoltre, non sappiamo calcolare il valore dell’export indiretto che è molto rilevante per le micro e piccole imprese che stanno già pagando gli effetti della debolezza del dollaro”, dice il presidente di Cna Dario Costantini. “Abbiamo fatto un calcolo che una svalutazione del dollaro del 15% e dazi al 30% metterebbero a rischio la metà delle nostre esportazioni negli Stati Uniti”.

Costantini ha sottolineato che oltretutto i dazi arrivano un periodo di accelerazione per le imprese italiane. “Nei primi quattro mesi di quest’anno, mentre l’export tedesco verso gli USA ha segnato un -0,6%, le nostre imprese hanno registrato un +8%. Questo conferma che il Made in Italy, anche nella sua componente manifatturiera e tecnica, è ancora molto apprezzato negli Stati Uniti”, dice Costantini.

Quali prodotti sono a rischio?

Parlando di food, tra i prodotti Made in Italy che contano di più sugli Stati Uniti per le proprie vendite oltrefrontiera ce ne sono diversi che in caso di dazi troppo alti vedrebbero sparire metà del proprio mercato. Eccone alcuni:

  • Pecorino Romano: l’export negli Usa vale il 57% di quello complessivo (quasi 151 milioni di euro). “Con i dazi al 30%, il florido settore americano di chips e snack (2,5 miliardi) potrebbe sostituire il Pecorino nostrano con altri prodotti caseari più convenienti”, dicono da Cia.
  • Vino: gli Usa sono la prima piazza mondiale con circa 1,9 miliardi di euro fatturati nel 2024, ma il rischio cambia a seconda della bottiglia. I vini bianchi Dop del Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia hanno una quota di export Usa del 48% e un valore di 138 milioni di euro nel 2024; poi ci sono i vini rossi toscani Dop (40%, 290 milioni), i vini rossi piemontesi Dop (31%, 121 milioni) e il Prosecco Dop (27%, 491 milioni).
  • Olio d’oliva: il 32% dell’export è a stelle e strisce (937 milioni di euro nel 2024), ma meno sostituibil nella spesa degli americani, secondo Cia.
  • Liquori (26%, 143 milioni).
  • Parmigiano Reggiano e Grana Padano hanno un’esposizione minore: la quota Usa pesa per il 17% del valore dell’export congiunto dei due formaggi (253 milioni). Pasta e prodotti da forno hanno una quota del 13% da 1,1 miliardi.

Tra i tanti che hanno parlato dopo la lettera firmata da Trump, anche Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti docg: “È inutile piangersi addosso: va vista come l’occasione per accelerare una nuova strategia di export, che punti su mercati alternativi e più stabili. Apprezziamo l’orientamento dell’Unione Europea ad aprire una trattativa con gli Stati Uniti, mercato fondamentale per il vino italiano, senza innescare una guerra di dazi e controdazi – spiega Busi – ma non possiamo continuare a rincorrere gli annunci che arrivano da Oltreoceano e che cambiano ogni giorno. Serve una visione più ampia e strutturata”.

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Poste Italiane Dic 25

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