Parla Libero Monteforte (Upb): “Non sono gli zero virgola a fare la differenza, ma il ritorno a una dinamica pre-pandemica”.
Nel 2024 l’Italia è tornata a crescere meno della media dell’area euro e anche nel 2025 si prevede un andamento inferiore alla media Ue. Quali sono le cause di questa battuta d’arresto? E come si inserisce nel contesto storico della crescita italiana? Ne parliamo con Libero Monteforte, direttore Analisi macroeconomica dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb).
Perché l’Italia è tornata a crescere meno dei suoi partner europei nel 2024?
Prima della pandemia l’Italia cresceva strutturalmente meno dell’area euro, con un divario medio di circa un punto percentuale nel decennio pre-2020. Dopo la pandemia abbiamo vissuto un’eccezione storica: tra il 2021 e il 2023 la crescita italiana ha superato quella dei partner europei. Nel 2024, però, siamo tornati a una crescita dello 0,7%, inferiore allo 0,9% dell’area euro. Non sono gli zero virgola a fare la differenza, ma il ritorno a una dinamica pre-pandemica, dove fattori strutturali continuano a pesare.
Quali sono questi fattori strutturali?
Non si tratta solo di politica di bilancio, che pure è cruciale. Nel nostro Rapporto sulla Politica di Bilancio dell’anno scorso, abbiamo analizzato come, anche con politiche più espansive, il divario di crescita pre-pandemico si sarebbe ridotto solo marginalmente.
Nel post-pandemia il nostro deficit più alto rispetto ad altri Paesi europei ha sostenuto la crescita, ma questo vantaggio si è annullato quando il deficit si è allineato alla media europea.
I veri ostacoli sono demografia, innovazione tecnologica, contesto istituzionale, regolamentazione, istruzione e divari territoriali. Questi fattori, difficili da modificare, limitano il potenziale di crescita a lungo termine.
Parliamo di demografia. Tra il 2014 e il 2023 circa un milione di giovani ha lasciato l’Italia, di cui quasi il 40% laureati. Perché i giovani se ne vanno, e cosa rende l’Italia meno attrattiva?
Il fenomeno è preoccupante e in crescita: nel 2023 i giovani laureati espatriati sono aumentati del 21,3%. Perdiamo talenti che il Paese ha formato, con un costo economico e sociale enorme.
I giovani vanno soprattutto in Paesi con standard di vita più alti, come la Germania, il Regno Unito e la Svizzera in Europa, oppure gli Stati Uniti al di fuori; non incidono solo le opportunità economiche, ma anche la maggiore innovazione e l’attenzione a temi come la tutela ambientale.
L’Italia è meno attrattiva per il reddito pro capite più basso, la scarsa innovazione tecnologica e un contesto che non valorizza i giovani talenti. Il Pnrr, con i circa 200 mld di euro di investimenti, punta a digitalizzazione, ambiente e riduzione dei divari territoriali, ma i suoi effetti si vedranno solo se davvero verrà implementato con rapidità e visione, soprattutto nel 2025-2026.
Il calo demografico è un altro tema critico. Le nascite sono scese da un milione negli anni ’60 a meno di 400.000 oggi. Perché si fanno pochi figli?
La scelta di avere figli è complessa, con radici economiche, sociali e culturali. Da economista, direi che dipende dalle aspettative sul futuro. Fare un figlio è un investimento irreversibile e le coppie si chiedono: “Quali opportunità avrà mio figlio rispetto a me?”.
In Italia l’instabilità lavorativa e le criticità nella conciliazione tra occupazione femminile e genitorialità, le difficoltà abitative e l’incertezza economica scoraggiano la natalità. Inoltre, due terzi dei giovani italiani vivono ancora con i genitori, a causa di contratti precari e redditi bassi.
Anche i fattori culturali giocano un ruolo: ad esempio, in aree come la Sardegna, dove c’è uno squilibrio tra l’istruzione femminile e maschile, le donne faticano a trovare partner con lo stesso livello culturale, riducendo le nascite.
L’occupazione è ai massimi storici, ma la forza lavoro è in calo e la produttività stagna. Come si spiega questa contraddizione?
Nel post-pandemia l’occupazione è cresciuta, con un tasso di disoccupazione al 6% e uno di occupazione ai massimi storici. Questo è positivo, soprattutto perché ha ridotto l’inattività, coinvolgendo donne e giovani che prima non cercavano lavoro.
Tuttavia, nel nostro ultimo Rapporto sulla Politica di Bilancio abbiamo evidenziato che questa crescita occupazionale non si è tradotta in un aumento della produttività, rimasta ferma tra il 2020 e il 2024. Molti nuovi occupati sono entrati in settori a bassa produttività, come commercio e turismo, con salari reali bassi rispetto all’Europa e al pre-pandemia.
Questo ha spinto le imprese ad assumere manodopera a basso costo invece di investire in innovazione e tecnologia, frenando di fatto la produttività e la crescita di lungo termine.
L’Italia può essere definita un Paese per giovani oggi?
No, perché non è un Paese di giovani. Un quarto della popolazione ha più di 65 anni e le nascite sono crollate. Le prospettive demografiche sono sfavorevoli per i prossimi vent’anni.
I Paesi con redditi pro capite più alti, come quelli europei e gli Stati Uniti, fanno meno figli rispetto a quelli emergenti, come Cina e India, che crescono demograficamente grazie a standard di vita attesi in miglioramento. I Paesi avanzati come l’Italia, con un debito pubblico elevato e prospettive demografiche deboli, rischiano di perdere competitività rispetto a questi “nuovi ricchi”.
Le tensioni geopolitiche e l’incertezza globale influenzano natalità e migrazioni?
Sicuramente. Le guerre, il protezionismo e gli attriti tra potenze creano un clima di insicurezza che scoraggia la natalità. Durante le guerre mondiali, ad esempio, le nascite crollarono non solo per l’assenza di uomini, ma per la paura del futuro.
Sul fronte migratorio, le tensioni geopolitiche e gli squilibri demografici tra Paesi avanzati ed emergenti spingono i flussi migratori. Tuttavia, invece di una gestione ordinata e multilaterale, prevale una chiusura protezionistica, che rischia di aggravare il problema. Anche il cambiamento climatico, con i Paesi emergenti come principali inquinanti, complica il quadro globale.
Quali sono le prospettive per l’Italia? Come invertire queste tendenze?
L’Italia deve agire su più fronti. Il Pnrr è un’opportunità chiave per investire in innovazione, sostenibilità e coesione territoriale, ma va implementato con rapidità. Sul piano demografico e occupazionale, servono politiche che offrano stabilità lavorativa e prospettive abitative ai giovani, insieme a incentivi per la natalità e un mercato del lavoro più dinamico e meritocratico nel quale le donne non risentano negativamente della scelta di diventare mamme.
Bisogna ridurre i divari territoriali, offrendo servizi per l’infanzia nelle aree dove oggi c’è più carenza, e investire in istruzione e innovazione per trattenere i talenti. La consapevolezza istituzionale c’è – come dimostra la Commissione di inchiesta della Camera sulla transizione demografica – ma serve un approccio integrato che combini politiche economiche, sociali e culturali, per affrontare un problema complesso e multidimensionale.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2025 (numero 6, anno 8)

