Semiconduttori, senza nuovi impianti avanzati a rischio la leadership Usa

trump semiconduttori

Poco più di cinque anni fa, l’amministrazione Trump annunciava “Operation Warp Speed” per sviluppare un vaccino contro il COVID-19. Fu uno dei successi più clamorosi del primo mandato: riconoscendo l’emergenza, il governo statunitense facilitò una collaborazione pubblico-privata che, con ogni probabilità, salvò milioni di vite in tempi record. Oggi dobbiamo ripetere quell’impresa. Gli Stati Uniti hanno un imperativo strategico: vincere la corsa all’intelligenza artificiale e mettere in sicurezza le filiere tecnologiche essenziali, comprese comunicazioni, informatica e sistemi militari avanzati. Il tempo è un fattore decisivo. Ma i piani dell’attuale amministrazione su AI e autosufficienza tecnologica sono a rischio, se non si garantisce la presenza sul suolo americano di impianti produttivi di chip all’avanguardia, di proprietà statunitense.

La manifattura avanzata di semiconduttori negli Usa è in declino da tempo. Intel, un tempo leader incontrastata, sembra ormai in fase di ritiro. Scadenze mancate, esecuzioni sbagliate e una strategia poco chiara – mantenere la produzione interna cercando al contempo di servire concorrenti fabless – hanno portato a una grave carenza di clienti. Le proposte (incluse quelle di noi quattro firmatari) di separare l’attività di fonderia in una società indipendente per servire la concorrenza non sono mai state accolte.

Oggi, Intel conta pochissimi clienti esterni per la sua tecnologia più avanzata (18A) e il CEO, lo scorso 24 luglio, ha dichiarato che gli investimenti futuri sul processo 14A dipenderanno da impegni confermati dei clienti, un modello di business che finora ha fallito. Non sorprende quindi l’annuncio della chiusura dei progetti per nuovi impianti in Germania e Polonia, il rinvio della fabbrica in Ohio e un’ondata di licenziamenti. Altri tagli seguiranno.

Tutti questi segnali indicano chiaramente un’uscita graduale dal settore della produzione di semiconduttori, che trasformerebbe Intel in una società fabless. Una scelta forse logica per Intel, dato che la sua domanda interna non è più sufficiente a giustificare investimenti su scala. Ma è la strategia sbagliata per l’America.

Con il probabile ritiro di Intel, il futuro tecnologico degli USA – in particolare nel campo dell’AI e dell’elettronica avanzata – finirebbe nelle mani di due sole aziende: TSMC e Samsung, entrambe con sede dall’altra parte del mondo. TSMC, in particolare, domina con oltre il 90% della produzione globale di semiconduttori avanzati: produce quasi tutti i chip Nvidia (motore dell’intelligenza artificiale), oltre a quelli per iPhone e per le comunicazioni 5G.

TSMC e Samsung stanno costruendo impianti anche negli Stati Uniti, ma non porteranno qui la loro tecnologia più avanzata. Questi chip vengono sviluppati vicino ai rispettivi centri R&D: Taiwan per TSMC, Corea del Sud per Samsung. L’unica azienda ad aver sviluppato tecnologie avanzate su suolo americano resta Intel. Ma se Intel si ritira, gli Stati Uniti dipenderanno da un solo fornitore – TSMC – a pochi chilometri dalla Cina continentale.

Pur riconoscendo le straordinarie capacità tecniche di TSMC e i suoi 100 miliardi di investimenti promessi in Arizona, il rischio è troppo alto. Concedere a un solo attore, in una zona geopoliticamente instabile, il controllo sulla capacità produttiva, i prezzi e la forza lavoro per l’AI è insostenibile per la sicurezza economica e nazionale degli USA.

Fortunatamente, l’amministrazione Trump ha ancora strumenti per affrontare questa vulnerabilità. Il Presidente ha firmato un ordine esecutivo il 31 marzo per creare il United States Investment Accelerator, affidato al Dipartimento del Commercio, incaricato anche di gestire il programma CHIPS. Ci sono miliardi ancora inutilizzati da questo fondo, e forse altri potrebbero essere recuperati da Intel, dati i suoi segnali di resa. Inoltre, il 22 luglio, l’amministrazione ha ottenuto dal Giappone un impegno per oltre 550 miliardi di dollari di investimenti negli USA.

Combinando i fondi del CHIPS Act, la partnership con il Giappone e gli investimenti pubblici – anche tramite il nuovo fondo sovrano previsto da Trump – gli Stati Uniti hanno l’opportunità di lanciare una sorta di “Operation Warp Speed II” e riportare la manifattura di chip all’avanguardia in patria. La rapidità è fondamentale: con Intel che licenzia migliaia di lavoratori, rischiamo di perdere definitivamente le migliori competenze.

Ecco una proposta: in primis, come nel caso del vaccino, l’amministrazione dovrebbe creare una partnership pubblico-privata, in cui clienti futuri (Nvidia, Qualcomm, Broadcom, Google, Amazon, Apple), investitori giapponesi come Softbank e fondi privati, con il supporto statale, acquistino gli asset produttivi di Intel prima che diventino obsoleti e inutilizzabili.

Successivamente, l’amministrazione dovrebbe incoraggiare le grandi aziende Usa a investire nella nuova American Foundry e ad acquistare da essa. Se oggi Nvidia o Google hanno rifiutato l’offerta di Intel, sarà più difficile dire di no a un’iniziativa nazionale con un impianto indipendente all’avanguardia, alternativa reale a TSMC. Le aziende statunitensi hanno bisogno di fonti di approvvigionamento alternative, e questa iniziativa può offrirgliele.

Costruire una nuova fonderia americana per semiconduttori avanzati è la migliore strategia per mantenere la leadership degli Stati Uniti nell’intelligenza artificiale e nella tecnologia, e per proteggere le filiere critiche da crisi geopolitiche, pandemie o disastri naturali. Non c’è tempo da perdere.

L’articolo originale è su Fortune.com

Poste Italiane Dic 25

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