I Ceo americani si sentono leggermente più fiduciosi entrando nella seconda metà del 2025, ma non abbastanza ottimisti da aumentare la forza lavoro, preoccupati per le ricadute dei piani tariffari del presidente Trump.
Il Conference Board ha pubblicato giovedì il rapporto U.S. Ceo Confidence per il terzo trimestre, rilevando che i CEO hanno ridotto il livello di incertezza rispetto al picco del secondo trimestre.
Nel trimestre precedente, il 71% dei CEO si stava preparando a una recessione e un ulteriore 12% temeva un forte shock economico con effetti a catena a livello globale. In confronto, il Q3 appare decisamente più positivo: solo il 33% crede in una recessione e appena il 3% prevede un impatto globale.
Gli economisti, però, non condividono del tutto questo ottimismo. Questa settimana Mark Zandi, capo economista di Moody’s, ha dichiarato che un sorprendente rapporto del Bureau of Labor Statistics — insieme ad altri dati — lo ha portato a ritenere che gli Stati Uniti siano “sull’orlo della recessione”.
Tagli alla forza lavoro in vista
Nonostante le percezioni più positive, il 2025 sembra destinato a diventare l’anno dell’efficienza dei costi, con i dirigenti sempre più attenti al budget del personale.
Il Conference Board ha rilevato che il 34% dei Ceo prevede una riduzione netta della forza lavoro nei prossimi 12 mesi, in aumento rispetto al 28% del Q2 — sia tramite licenziamenti, sia evitando di sostituire chi lascia.
La quota di Ceo che prevede di aumentare il personale è scesa al 27% (dal 28%), e il 39% punta a mantenere invariato l’organico, in calo rispetto al 44% del trimestre precedente. “Per la prima volta dal 2020, la quota di CEO che intende ridurre la forza lavoro ha superato quella di chi vuole espandere, anche se la maggioranza relativa continua a non prevedere grandi cambiamenti”, ha commentato Roger W. Ferguson Jr., vicepresidente del Business Council e presidente emerito del Conference Board.
Chi perde il lavoro potrebbe avere difficoltà a rientrare. Secondo gli economisti di Macquarie, David Doyle e Chinara Azizova, le richieste iniziali di sussidio di disoccupazione restano basse (quindi non c’è un picco di licenziamenti), ma quelle continuative sono in aumento, segnalando che chi è stato licenziato fatica a trovare un nuovo impiego.
I dati JOLTS (Job Openings and Labor Turnover Survey) mostrano che l’aumento della disoccupazione riguarda soprattutto chi entra o rientra nel mercato del lavoro, cioè chi ha un percorso professionale meno solido.
Gestione dei costi e dazi
Le aziende devono affrontare nuove pressioni sui costi a causa della politica tariffaria della Casa Bianca e della crescente interdipendenza delle catene di approvvigionamento globali.
Il 93% dei leader aziendali afferma che cercherà efficienze ricorrendo a intelligenza artificiale o automazione per ridurre i costi fissi. Inoltre, il 64% dichiara che trasferirà gli aumenti di prezzo ai consumatori, e un ulteriore 16% ci sta ancora riflettendo.
Si tratta di una percentuale di trasferimento dei costi più alta rispetto a indagini precedenti: a giugno la Federal Reserve di New York aveva rilevato che solo il 45% delle aziende di servizi prevedeva di scaricare integralmente sui clienti i rincari legati ai dazi. “La fiducia dei CEO è risalita nel terzo trimestre dopo il crollo del Q2, ma non abbastanza da segnare un ritorno all’ottimismo,” ha affermato Stephanie Guichard, senior economist per gli indicatori globali del Conference Board.
La paura di una recessione nei prossimi 12-18 mesi è scesa drasticamente, passando all’attuale 36% dal precedente 83% del Q2, ma i giudizi sulle condizioni attuali dei singoli settori restano in territorio pessimista.
L’articolo originale è su Fortune.com
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