Dalle isole che scompaiono alle montagne senza neve, il futuro dello sport si gioca sotto un cielo instabile.
Lo sport, più di altri settori, è diventato uno specchio del cambiamento climatico. Non solo perché lo vive direttamente – con le stagioni che slittano, le temperature che salgono e i campi che si inaridiscono – ma perché, proprio per la sua forza simbolica, può raccontare questa trasformazione in modo potente. Il punto è che oggi non è più una metafora. Il clima sta davvero cambiando le regole del gioco.
Negli ultimi anni, le ondate di calore hanno stravolto calendari e carichi di lavoro di atleti professionisti, specie negli sport outdoor. Durante gli Australian Open le partite interrotte per “heat stress” sono diventate la norma.
Tornei internazionali di atletica si corrono sempre più spesso all’alba o in tarda serata per evitare temperature estreme. Le stagioni sciistiche, un tempo sicure tra dicembre e marzo, oggi si aprono a singhiozzo, mentre le località alpine fanno sempre più affidamento su innevamento artificiale, una soluzione temporanea che consuma acqua ed energia in modo significativo.
Eppure nulla racconta l’urgenza come la storia delle Isole Marshall. Situato nel mezzo del Pacifico, questo piccolo arcipelago è l’unico Paese membro dell’Onu a non avere ancora una nazionale di calcio riconosciuta ufficialmente. Ma il vero paradosso è che potrebbe non aver mai il tempo di giocare la sua prima partita. A causa dell’innalzamento del livello del mare, l’intera nazione rischia di scomparire nelle prossime decadi.
Per sensibilizzare il mondo, la Marshall Islands Soccer Federation, insieme al brand PlayerLayer, ha ideato la “No-Home Jersey”: una maglia progettata per dissolversi. Un gesto semplice, ma fortissimo, per raccontare una verità inaccettabile: se non si agisce ora, ci saranno Paesi – e quindi squadre, tifosi, storie – che spariranno per sempre.
L’Italia, in tutto questo, è un caso emblematico. Da un lato, siamo tra i Paesi più esposti: tra Alpi, Appennini e coste, ogni disciplina sportiva risente degli squilibri climatici. Dall’altro, iniziamo solo ora a dotarci di strumenti concreti per rispondere alla crisi.
Alcune buone pratiche stanno emergendo: la “Carta di Cortina”, firmata nel 2024, punta a rendere sostenibili gli sport invernali italiani; Milano-Cortina 2026 promette Giochi più “green” grazie al riuso delle strutture e alla mobilità a basso impatto.
Ma sono ancora passi timidi. I grandi eventi restano altamente energivori e mancano standard ESG condivisi tra club e federazioni.
Nel frattempo, a livello internazionale, alcune leghe si stanno muovendo con decisione. La Premier League ha annunciato un piano per diventare climate neutral entro il 2040, mentre la NBA, con l’iniziativa “NBA Green”, sta riducendo voli interni, rivedendo la logistica degli eventi e promuovendo l’uso di energie rinnovabili nelle sue arene.
Sono esempi che mostrano come anche l’industria dello sport possa contribuire a ridurre le emissioni – se lo vuole davvero.
Una voce autorevole in questo ambito è Cristiana Pace, fondatrice di Enovation Consulting, che da anni lavora nello sport, sviluppando strategie ESG e progetti di sostenibilità. Con una formazione in Ingegneria è una delle figure europee più riconosciute nel campo dell’innovazione sostenibile.
Nel motorsport, dove sostenibilità e performance sembrano in contrasto, lei ha dimostrato che si può innovare. Ma quali metriche o strumenti mancano ancora per rendere gli impegni ESG davvero misurabili nello sport?
Il motorsport è un mondo dove i dati servono per creare la strategia di gara e vincere. I dati e come essi vengono usati ed interpretati sono una parte fondamentale di questo sport non solo nella performance, ma anche nella sostenibilità, in quanto non si può ridurre quello che non si misura.
Le metriche ESG sono ben consolidate nel mondo corporate e lo sforzo per portarle in motorsport è iniziato sin dal 2008, proprio dal motorsport (o se si vuole includere il codice ambientale FIM sin dal 1996).
Ovviamente questo richiede una metodologia e un framework data-driven, inserito in una strategia di eventi sin dall’inizio, con formazione al personale di cosa bisogna misurare e come. L’efficienza, l’innovazione, l’inclusione, la comunità e lo sviluppo economico locale sono tutti parametri che sono normalmente già presenti nella strategia dell’evento sportivo o del team, il cui impatto è misurabile e convogliano nel framework ESG.
Quello che manca è sicuramente la formazione e la volontà degli individui al vertice di misurare e di mettere in atto una metodologia robusta basata sui dati, per poi poter implementare una strategia a medio e lungo termine S.M.A.R.T. (specifica, misurabile, raggiungibile, rilevante e time-bond definita nel tempo).
Sin dal 2021, la UEFA ha fornito guideline e strumenti per rendere il calcio sostenibile e per avere una metodologia corretta, e allineati con quella corporate per creare valore aggiunto nei club, negli eventi e anche gli altri sport si stanno muovendo in questa direzione.
E tra istituzioni sportive, sponsor e organizzatori di eventi, chi dovrebbe assumersi la leadership nella transizione ecologica?
È un invito a riflettere su quello che è l’ultimo – ma forse dovrebbe essere il primo – dei Goal per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030: il SDG 17.
Questo obiettivo ci ricorda che tutti gli attori dell’ecosistema sportivo devono assumersi la responsabilità e la leadership di collaborare, perché senza partnership non ci può essere vera transizione sostenibile. In questo momento ogni sport è un suo mondo, non solo con le regole, ma anche per la sostenibilità.
Bisogna passare da un ego-sistema a un eco-sistema dove la collaborazione tra sport supporti la transazione ecologica. In questo modo è possibile parlare di efficienze, uso appropriato di risorse (anche a livello di tempo) e di sostenibilità finanziaria del processo.
La vera sfida, oggi, è capire se lo sport saprà essere solo vittima o anche attore del cambiamento. Può scegliere di raccontare storie come quella delle Isole Marshall, può educare milioni di tifosi all’urgenza climatica, può trasformarsi in un laboratorio di sostenibilità. Ma deve volerlo. Perché non è più questione di pronostici. È questione di resistenza. E di futuro.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2025 (numero 6, anno 8)

