Donald Trump ha la nomea di essere uno dei principali detrattori delle persone gay, ma i fatti smentiscono questo sentire comune. Infatti, contrariamente alla narrazione consolidata nei circoli liberal e nella retorica antitrumpiana, che dipinge l’attuale amministrazione della Casa Bianca come il regno di machisti, suprematisti e reazionari, il New York Times – attraverso un articolo di Shawn McCreesh – racconta una storia molto diversa e che forse non è nota ai più. Attorno al presidente degli Stati Uniti, infatti, non mancano figure dichiaratamente omosessuali che occupano ruoli apicali, tanto da essere ribattezzate “A-Gay”: uomini di potere, selezionati da Donald Trump per competenze e capacità e non per il loro orientamento sessuale.
Scott Bessent, il più influente
Scott Bessent è indubbiamente l’esempio più lampante. Nominato Segretario al Tesoro e confermato dal Senato con una larga maggioranza, è considerato il più potente tra gli “A-Gay” poiché rappresenta una rottura con la tradizione conservatrice repubblicana: per la prima volta un uomo apertamente gay alla guida dell’economia americana.
Gli altri protagonisti dell’amministrazione Trump
Accanto a Bessent, spicca Richard Grenell, figura di lungo corso nel trumpismo: già ambasciatore a Berlino e direttore ad interim dell’intelligence, oggi ricopre incarichi speciali per la Presidenza ed è stato nominato anche presidente provvisorio del Kennedy Center. Grenell, da anni volto noto della comunità gay repubblicana, è considerato un fedelissimo di Trump e uno dei suoi consiglieri più ascoltati.
Tra coloro che sono stati citati dal New York Times compaiono altri nomi che orbitano nella cerchia presidenziale, come Tony Fabrizio, Trent Morse e Jacob Helberg, a conferma di come l’establishment trumpiano si serva di profili competenti anche quando appartengono a categorie che, secondo l’immaginario mainstream, sarebbero automaticamente escluse da Trump.
La battaglia di Trump contro le iniziative “Dei”
Dall’inizio del suo secondo mandato, Trump ha smantellato – attraverso degli executive order – i dipartimenti e programmi federali dedicati all’inclusione, imponendo anche alle grandi aziende di archiviare le iniziative Dei (diversity, equity e inclusion), considerate un freno ideologico al merito. Meta, McDonald’s, Citi, Paramount e Target – per citarne alcune – hanno già ridimensionato o cancellato progetti di diversity per conformarsi alla nuova normativa. La logica è chiara: meno burocrazia identitaria, più spazio al merito individuale.
Il fronte transgender
Anche sul versante militare la Casa Bianca ha adottato nuovi provvedimenti su questo tema. A tal proposito, Trump ha reintrodotto misure restrittive contro il reclutamento e il servizio dei transgender nelle forze armate, ribaltando i provvedimenti dell’era Biden e riaffermando una visione che privilegia la coesione tradizionale dei corpi armati.
No alle quote, sì al merito
L’amministrazione Trump, a riprova della coerenza di quanto messo in atto in questi mesi, è stata costruita sul rifiuto delle quote ma ha privilegiato le competenze e il merito, annoverando tra i suoi vertici uomini apertamente gay, scelti esclusivamente per capacità e fedeltà. Il messaggio politico (e non solo) è evidente: non contano le bandiere ideologiche, né il linguaggio delle minoranze organizzate; contano invece i curricula e l’esperienza maturata nel corso del tempo.
Nell’America di Trump, il merito è l’unico discrimine. Anche per gli “A-Gay” che oggi, da Bessent a Grenell, plasmano dall’interno la nuova Casa Bianca repubblicana.
