Quando la sponsorship diventa storia: il valore nascosto dei brand nello sport

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Dalla strategia all’emozione. Non basta essere presenti: la sponsorship diventa potente quando crea coinvolgimento reale.

C’è un momento, durante una finale, in cui l’atleta si ferma, inspira, e si affida all’abitudine. Il gesto è meccanico, eppure carico di significato. È proprio in quell’istante che il pubblico si accorge, forse per la prima volta, del dettaglio sulla divisa, del marchio sul casco, della scritta sulle scarpe. La sponsorship funziona quando diventa parte della storia, non una sovrastruttura.

Nel rumore assordante del marketing contemporaneo, dove ogni spazio è conteso e ogni attenzione è residuale, la sponsorizzazione sportiva si dimostra ancora uno degli strumenti più efficaci per costruire valore di marca. Secondo la ricerca ‘The Sponsorship Effect’ condotta da Next Different e Emg Different, presentata durante il convegno Game On organizzato presso l’Università Cattolica di Milano, il 72% degli appassionati ritiene che le sponsorizzazioni sportive migliorino la percezione dell’immagine del marchio, mentre l’82% le considera determinanti per il successo commerciale. Numeri significativi, soprattutto se confrontati con i canali pubblicitari tradizionali: gli spot televisivi si fermano al 62%, la stampa al 51%, i social media al 48% e il digital banner advertising scivola addirittura al 38%.

Non si tratta solo di esserci, ma di come esserci. Il pubblico oggi è più attento, più selettivo. Il 77% degli italiani valuta positivamente una sponsorizzazione solo se l’atleta rappresenta valori affini a quelli del brand. E l’87% si aspetta coerenza anche nella scelta degli eventi da sponsorizzare. Non è più il tempo della mera esposizione: è il tempo della risonanza. Di un legame tra marchio e sport che non sia solo economico, ma narrativo.

In questo orizzonte si afferma una figura che rappresenta una vera unicità nel panorama del consumo contemporaneo: il tifoso. Un cliente particolare, animato da una passione viscerale, incrollabilmente fedele alla propria squadra. È una forma di lealtà che nessun altro mercato può garantire e che per i brand rappresenta una straordinaria occasione, ma anche una responsabilità. Entrare in questa relazione richiede rispetto dei codici, autenticità e sensibilità. L’obiettivo non è solo far parte del paesaggio, ma riuscire a trasferire – almeno in parte – quella stessa fedeltà nei confronti del brand. È un passaggio delicato, perché sappiamo quanto sia difficile conquistare un cliente e, ancor di più, quanto sia facile perderlo.

Connettersi emotivamente con il tifoso migliora non solo la reputazione, ma anche le performance di business. Diverse ricerche dimostrano che l’inclusione di contenuti emotivamente coinvolgenti all’interno delle sponsorizzazioni può aumentare in modo concreto la propensione all’acquisto. Ecco perché l’attivazione non è un extra, non è una voce di spesa da valutare a margine: è il vero motore del ritorno sull’investimento. Attraverso un contenuto emozionale, un’azione fisica o digitale, un contest mirato, la sponsorship smette di essere un’operazione passiva e diventa memorabile.

Ma se c’è una lezione che lo sport insegna ogni giorno è che nulla si conquista davvero senza fatica. Il coinvolgimento non si ottiene con la semplice esposizione, e la memoria non si attiva solo con la ripetizione. È l’esperienza a lasciare il segno. Per questo motivo l’attivazione è oggi il vero cuore strategico di ogni sponsorship: perché trasforma la presenza in relazione, la visibilità in impatto, l’investimento in fiducia.

Attivare significa parlare con il tifoso, non semplicemente parlargli. Significa offrirgli momenti di contatto, occasioni di partecipazione, contenuti che lo riguardano e che risuonano con la sua passione. Può essere un’iniziativa sul territorio, una campagna digitale, un contenuto inaspettato nel flusso della gara: ciò che conta è la capacità di colpire un’emozione autentica, di entrare nel racconto che il tifoso vive ogni giorno con la sua squadra. Perché in fondo il tifoso non è un consumatore qualsiasi. È un alleato, un guardiano di senso. Quando un brand riesce a conquistarlo — nel rispetto dei suoi riti, dei suoi tempi e delle sue emozioni — non ha solo guadagnato visibilità: ha guadagnato fiducia. E questa, nello sport come nel business, è la vittoria più difficile. E la più duratura.

L’efficacia della sponsorship, infatti, si misura anche in termini di fiducia e valore percepito. Marchi come Lacoste, Rolex o Monster Energy beneficiano in modo tangibile di una sponsorizzazione ben costruita: aumenta la credibilità, migliora la qualità percepita, cresce l’intenzione d’acquisto. Ma tutto questo accade solo se la relazione è autentica, se il brand entra nell’universo sportivo con rispetto, coerenza e, soprattutto, misura. Anche il testimonial, in questo scenario, cambia pelle. Non è più solo un volto noto, ma un portatore di valori. La sua credibilità, la sua compostezza, la sua coerenza contano più della sua classifica. Non si tratta più di “sfruttare” l’atleta, ma di camminare insieme. Di costruire un rapporto a doppio senso, dove il brand contribuisce a sostenere la carriera sportiva, e l’atleta restituisce valore attraverso la propria storia, il proprio comportamento, la propria autenticità. Quando funziona, questa simbiosi è invisibile: il marchio non disturba, ma rafforza. E il pubblico non si sente spettatore di una pubblicità, ma parte di un percorso.

Lo sport ha un potere simbolico profondo. Non è solo competizione, è rito, appartenenza, emozione collettiva. I brand che sanno inserirsi in questa narrazione con rispetto e intelligenza riescono a trasformare la sponsorship in un atto culturale.

Non cercano solo di vendere, ma di partecipare a qualcosa che va oltre. E, forse, è proprio lì che si gioca la partita più importante: quella tra esposizione e rilevanza, tra presenza e significato, tra pubblicità e relazione.

Ecco perché una sponsorizzazione al giorno d’oggi deve avere solidità e consistenza per generare risultati tangibili.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)

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