Gabriele Gravina, presidente della Figc, racconta il suo bilancio al vertice del calcio italiano: tra riforme, sostenibilità e giovani.
“È tipico del mondo del calcio: quando la squadra vince il merito è dei calciatori e dell’allenatore. Quando le cose vanno male, la colpa è solo del presidente”.
Gabriele Gravina non ci sta: risponde agli attacchi e restituisce con gli interessi. Quando a giugno scorso la sconfitta contro la Norvegia ha riavvicinato lo spettro della mancata qualificazione ai Mondiali di calcio, il presidente della Figc è diventato il bersaglio di tanti. Per i suoi detrattori, il signore del calcio sarebbe l’unico vero responsabile del fallimento degli Azzurri.
Si prende la responsabilità della clamorosa sconfitta dell’Italia? Spalletti è stato esonerato mentre lei resta al suo posto…
Chi guida un’organizzazione complessa deve assumersi responsabilità e io mi prendo le mie. Non pensare di qualificarci a un campionato di riferimento atteso da tanti giovani, dai calciatori e dai tifosi è un vulnus che dobbiamo colmare. Questa è la mia amarezza, più che responsabilità. Ma stiamo lavorando per cambiare: abbiamo scelto Gattuso come nuovo tecnico e coinvolto Prandelli, oltre a campioni come Perrotta e Zambrotta. Non solo: stiamo rafforzando la collaborazione con le Leghe per valorizzare la Nazionale.
In sostanza non percepisce alcuna crisi nella Figc?
In Italia siamo tutti vittime del risultato sportivo della Nazionale maggiore: se la squadra perde tutto diventa tragico, anche se la Federazione raggiunge traguardi importanti. Non parlerei di crisi: a livello gestionale e organizzativo la Figc registra risultati positivi, poiché investiamo nello sviluppo del calcio a 360 gradi, dalle scuole al calcio camminato per gli anziani, dalle donne ai rifugiati.
Siamo all’avanguardia sulla sostenibilità: nel 2023 la Figc è stata la prima federazione sportiva italiana a dotarsi di una strategia di sostenibilità, con 70 obiettivi su temi ambientali e sociali e 11 policy, di cui 7 sui diritti umani e 4 sull’ambiente. La sostenibilità per noi è una leva strategica oltre che etica: la divisione paralimpica e sperimentale, unica al mondo, ha generato interesse internazionale e valore anche nei periodi di risultati sportivi negativi. L’attività sportiva coinvolge 4.000 ragazzi con disabilità cognitivo-relazionali. Abbiamo il maggior numero di minorenni tesserati – circa 800mila nella fascia di età dai 5 ai 16 anni. Questi sono dati molto positivi che andrebbero maggiormente valorizzati.
Poi è indubbio che il calcio maschile di vertice viva un momento difficile, ma i motivi sono diversi. Il primo è il mancato ricambio generazionale rispetto al passato: oggi i campioni veri sono pochi, i club professionistici prediligono i giocatori stranieri. Però, non possiamo imporre in nessun modo l’utilizzo di italiani, dobbiamo riqualificare i vivai: solo investendo sui giovani potremo riconquistare una posizione dominante a livello internazionale. Il secondo motivo è un dato qualitativo: per anni si è preferito allenare la tattica anziché la tecnica con evidenti ricadute negative sul valore complessivo delle potenzialità del singolo calciatore. Però non ci dimentichiamo che noi siamo anche quelli che nel 2021 si sono laureati campioni d’Europa e la Nazionale femminile sta ottenendo risultati importanti, mai registrati prima.
Il bicchiere è sempre mezzo pieno, anche quando è mezzo vuoto, quindi…
Ho una dedizione totale: studio, mi confronto, poi decido. È l’unico modo che conosco per ottenere risultati. Per fare questo mestiere ci vuole una forte motivazione e la capacità di mantenere un equilibrio dinamico fra istanze diverse: professionisti, dilettanti, dirigenti, lavoratori.
Ma come si resta in equilibrio fra le correnti più e meno politiche che attraversano la Figc da sempre?
La domanda è un po’ cattivella, ma voglio essere chiaro: la politica su di me incide pari a zero. Il consenso ottenuto in questi 7 anni la dice lunga rispetto ai tentativi di ingerenza della politica. Certo, per me è fondamentale che si collabori nel rispetto dei ruoli. Il principio dell’autonomia degli ordinamenti, che è sancito anche in ambito costituzionale, è fondamentale per ribadire quella che è una mia posizione di rivendicazione totale dell’indipendenza. Con me in federazione ci sarà sempre rispetto per le istituzioni e per la politica, ma ogni tentativo di invasione di campo, soprattutto da chi opera in tutti e due i campi, deve essere puntualmente respinto.
I suoi detrattori l’accusano di essere un leader accentratore, c’è chi l’ha definita un ‘monarca’…
Essere leader vuol dire guidare, dall’inglese ‘to lead’, che è esattamente quello che faccio. Quando hai questo ruolo devi assumerti la tua responsabilità e mostrare autorevolezza nell’indicare l’orizzonte. Io parlo con tutti, ma poi decido, mi assumo le responsabilità in prima persona. Da quando sono in Figc ho sentito dire sempre “ma perché dobbiamo cambiare?”, perché il cambiamento genera preoccupazione e tensioni e a volte anche scelte che appaiono impopolari. Io non sono irrazionale e istintivo, il mio è un decisionismo ragionato che non va confuso con l’essere accentratore. Il calcio è un mondo che è rimasto fermo per tanti anni e io ho cercato di imprimere una velocità diversa. Posso averlo fatto bene o male, però me lo riconoscono in tanti.
Euro 2032: perchè lei ha detto che quell’occasione serve a farci capire quanto siamo indietro?
L’Italia è indietro: in 15 anni abbiamo costruito o rinnovato solo 6 stadi, contro i 12 della Francia e i 33 della Turchia. Euro 2032 è un’occasione irripetibile per gli stadi: servono impianti moderni e serve il supporto del governo. Il privato è pronto a investire, ma bisogna semplificare le procedure. Senza un commissario che acceleri, rischiamo di perdere questa opportunità.
Lei dice che il calcio è magia, ma allora perché quello femminile è seguito così poco, nonostante i risultati? Perché non si avverte la stessa magia?
È un problema culturale, legato a resistenze profonde. Solo di recente stiamo scardinando questi ostacoli, ma serve tempo per cambiare mentalità e abbattere pregiudizi. Le istituzioni politiche dovrebbero supportare questo processo evolutivo con dei provvedimenti mirati, ad hoc. Altrimenti quel salto di qualità e di rispetto, anzi di dignità, nel riconoscere alle donne il professionismo nel mondo del calcio potrebbe essere messo anche in discussione.
Di cosa va orgoglioso e cosa non rifarebbe.
Sono orgoglioso di aver mantenuto unito il calcio italiano durante la pandemia – evitando il collasso del sistema – e vado fiero della riforma dello statuto federale del 2024 che ha rafforzato l’autonomia delle componenti del sistema calcistico, nonostante forti pressioni interne ed esterne. Non ridarei fiducia a persone che mi hanno deluso e tradito e mi rammarico per non aver ancora realizzato la riforma dei campionati, benché non dipenda solo dalla mia volontà, che giudico centrale per il futuro del calcio italiano. Ma abbiamo tempo, non escludo di intervenire su questo in tempi rapidi.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)

