Spese e scudi, Nato ed Europa tra numeri e sostanza

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L’Italia tra impegni finanziari e capacità militari.

Basta scorrere i documenti finali dei vertici Nato degli anni addietro per avere conferma che l’invito ai partner europei ad un maggior impegno non è appannaggio di Trump ma di una serie ininterrotta di suoi predecessori i quali, in maniera meno grossolana ma talvolta più dura nei contenuti, non hanno mancato di rimarcare con regolarità le inadempienze della maggior parte dei Paesi membri nel destinare alla Difesa la prevista quota parte dei loro budget.

Ed altrettanto puntualmente, gli inviti sono caduti nel vuoto o gli sforzi compiuti sono restati insufficienti, sotto la soglia minima del 2% del Pil.

L’Italia non è restata fuori da questo teatrino, anzi è forse stato il Paese membro più restio a onorare l’impegno, e tuttavia ha compensato ampiamente l’inadempienza con il generoso rispetto di un altro obbligo, quello di produrre capacità militari.

Sì, perché di questo nessuno parla, nessuno è altrettanto puntuale e puntiglioso nel ricordare che gli impegni capacitivi per ciascun alleato – inclusi alcuni in modalità congiunta multilaterale – vengono elaborati, condivisi ed approvati da ciascun ministro della Difesa nel quadro del Nato Defence Planning Process (Ndpp).

Così come nessuno menziona che in una fase successiva all’assunzione degli impegni, su base biennale la Nato effettua delle verifiche sull’effettivo stato di implementazione dei rispettivi pacchetti capacitivi.

Così come quello finanziario, l’impegno capacitivo non costituisce un vincolo giuridicamente rilevante, e tuttavia, in materia di impegni Nato si pensa sempre ed esclusivamente alle risorse finanziarie ma non a sé e come quelle risorse vengano tramutate in capacità militari.

Il nostro Paese ad esempio è da sempre il parente povero nella graduatoria ‘Percentuale del Pil per la Difesa’ ma ai primi posti per generosità nella partecipazione alle missioni multinazionali di qualunque tipo, quelle in cui bisogna possedere i giusti strumenti. Ed i contingenti italiani sono, tra tutti, i più richiesti nelle iniziative collettive per la loro integrabilità senza riserve in scenari di ogni tipo, da quelli umanitari a quelli non permissivi.

Altri Paesi invece promettono (a reti unificate) di impegnare risorse inusitatamente abnormi, ma all’atto pratico, in caso di bisogno, non sono in grado di fornire che strumenti materialmente e moralmente arrugginiti. Omettendo altresì di fare il minimo cenno a quanto tempo possa servire perché il denaro si tramuti in una capacità militare credibile, aggiornata ed integrabile nelle complesse macchine belliche contemporanee.

Ma stavolta forse ci siamo, stavolta il richiamo ad un impegno più determinato viene anche dall’interno, dalla Commissione, la quale, seppure in maniera maldestra ed illogica, ha ugualmente riconosciuto una situazione non più rinviabile e della necessità che l’Europa cominci a pensare seriamente alla propria sicurezza e alla difesa.

Un richiamo quello di Ursula von der Leyen da non far cadere nel vuoto, semmai da reimpostare secondo un percorso logico più corretto, senza soprattutto dimenticare che, Trump o non Trump, gli Stati Uniti prima o poi avvieranno un disimpegno in Europa per concentrare l’attenzione anche militare nell’Indo Pacifico, e per allora dovremo essere pronti a badare a noi stessi, con le nostre forze.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)

Poste Italiane Dic 25

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