Per anni il timore che AI e robot potessero sostituire completamente i lavoratori umani ha dominato il dibattito tecnologico. Oggi, però, la realtà sembra più sfumata. Le tecnologie più avanzate non stanno rimpiazzando le persone nel loro insieme. Stanno invece assorbendo le attività più ripetitive e meno qualificate.
È questa la visione condivisa da Dave Bozeman, amministratore delegato del gigante della logistica C.H. Robinson, e da Peggy Johnson, CEO di Agility Robotics, intervenuti alla conferenza Fortune Brainstorm Tech di Aspen, in Colorado.
Entrambi riconoscono che il timore per la perdita di posti di lavoro esiste ed è diffuso. Tuttavia ritengono che, almeno nel prossimo futuro, AI e robot serviranno soprattutto ad affiancare le persone, permettendo loro di concentrarsi su attività a maggior valore aggiunto.
“Le persone continueranno a gestire il rapporto con i clienti, a risolvere problemi e a svolgere compiti che richiedono ragionamento”, ha spiegato Bozeman. “Gli agenti AI si occupano invece di gran parte del lavoro preliminare”.
La trasformazione di C.H. Robinson
Bozeman racconta che C.H. Robinson si è progressivamente trasformata in un’organizzazione tecnologica al servizio della logistica. L’azienda impiega circa 450 tra ingegneri software e data scientist che sviluppano strumenti proprietari.
Il passaggio dal machine learning tradizionale all’AI generativa ha portato alla creazione di oltre 30 agenti specializzati. Nell’ultimo anno questi sistemi hanno gestito milioni di operazioni legate alle spedizioni.
Secondo Bozeman, l’adozione dell’AI ha restituito slancio all’azienda. Un esempio riguarda il processo di elaborazione dei preventivi. In passato un dipendente impiegava fino a venti minuti per gestire circa il 60% delle richieste. Oggi un agente AI elabora il 100% dei preventivi in circa trenta secondi, ventiquattr’ore su ventiquattro.
Wall Street ha premiato questa trasformazione. Nell’ultimo anno il titolo della società è cresciuto di oltre il 100%.
Bozeman sottolinea però che il risultato non deriva da licenziamenti di massa. L’automazione si concentra soprattutto sui ruoli operativi di ingresso, caratterizzati storicamente da un elevato turnover.
I timori sul lavoro restano
Le preoccupazioni non nascono dal nulla. Diverse grandi aziende stanno investendo pesantemente nell’automazione.
Amazon, per esempio, starebbe valutando la sostituzione di oltre mezzo milione di posti di lavoro con sistemi robotici. La società ha inoltre avviato riduzioni di personale in alcune funzioni aziendali, una tendenza che interessa anche altri grandi gruppi statunitensi.
Per questo il dibattito sull’impatto dell’AI sul lavoro resta aperto.
Perché servono robot umanoidi
Peggy Johnson ha invece illustrato la strategia di Agility Robotics, azienda specializzata nella produzione di robot umanoidi.
Entro la fine dell’anno, secondo la manager, i robot dell’azienda saranno in grado di muoversi in sicurezza accanto alle persone negli ambienti di lavoro.
Agility compete con realtà come Tesla e Figure AI, ma ha già attirato l’interesse di partner importanti, tra cui Amazon, che ha sperimentato il robot Digit nei propri magazzini.
Johnson ha spiegato che la forma umanoide non rappresenta una scelta estetica. Fabbriche, magazzini e centri logistici sono stati progettati per gli esseri umani. Scale, corridoi stretti e piani di lavoro a misura di persona rendono spesso meno efficienti i robot tradizionali su ruote.
Questi ultimi funzionano bene negli spazi aperti, ma diventano meno stabili quando devono trasportare oggetti pesanti.
I lavori che nessuno vuole fare
Secondo Johnson, i robot umanoidi potrebbero contribuire anche ad affrontare la carenza di manodopera che interessa diversi settori negli Stati Uniti.
L’obiettivo non è sostituire professioni qualificate, ma svolgere compiti che molti lavoratori cercano di evitare perché monotoni, ripetitivi e soggetti a infortuni.
“Quando questa attività rappresenta una parte del lavoro di qualcuno, spesso quella persona dice che è proprio la parte che non sopporta”, ha spiegato la manager. “È ripetitiva, mentalmente estenuante e comporta rischi fisici”.
La visione condivisa dai due manager è quindi meno radicale di quanto spesso suggerisca il dibattito pubblico. Almeno per ora, AI e robot sembrano destinati soprattutto a trasformare il lavoro, più che a eliminarlo.
