Charlie Kirk era tutto fuorché un fascista. Aveva le sue idee, per taluni controcorrente eppure oggi maggioritarie negli Stati uniti che hanno eletto Donald Trump, ma Kirk era anzitutto un paladino della libertà di espressione.
Un talentuoso trentenne, che in poco più di dieci anni si era imposto come riferimento della galassia trumpiana presso i giovani e aveva saputo trasformare la sua battaglia culturale anche in un’impresa di successo, adorava confrontarsi con chi non la pensava come lui. Nei video rilanciati sui social in queste ore, lo si vede mentre argomenta e ribatte alle critiche rivoltegli dai partecipanti ai suoi eventi pubblici – studenti di destra e di sinistra, persone di ogni colore politico.
Kirk non ricercava l’eco delle proprie parole, non si circondava di adulatori che confermassero la giustezza delle sue idee. Nei suoi format, chiunque poteva prendere il microfono e dire l’esatto contrario del “Kirk-pensiero”. Se lo chiamavano “fascista”, lui spiegava perché non si riteneva tale. Se criticavano le sue idee contro l’ideologia gender e contro il pericolo jihadista, lui ribatteva a suon di argomenti.
Insomma, Kirk era un uomo libero, forse troppo libero per i tempi bui che viviamo. Nell’epoca del politicamente corretto e del pensiero unico, siamo sempre meno abituati al pensiero diverso. Quando trasformi l’avversario delle tue idee nel nemico da abbattere, c’è sempre un folle che si premura di eliminarlo davvero. Per questo, sull’onda degli attentati di matrice politica in America e in Europa, i rappresentanti delle istituzioni, anche in Italia, dovrebbero abbassare i toni e dosare con cautela le parole.
Kirk era finito sotto scorta. Sulle munizioni del vecchio fucile da caccia rinvenuto dagli investigatori, erano incisi messaggi pro transgender e pro immigrazione, a voler ribadire la natura ideologica del brutale assassinio.
Kirk era davvero un ragazzo “leggendario”, come lo ha definito Donald Trump che gli conferirà la “Medal of freedom”, la più alta onorificenza americana. A Trump Kirk aveva insegnato a parlare ai cosiddetti “non-college whites”, cioè agli elettori bianchi che non hanno mai frequentato l’università. Grazie ai milioni di follower su Instagram e TikTok, Kirk era capace di tradurre il messaggio trumpiano in un linguaggio accattivante e comprensibile per i giovani.
Fautore dello stato leggero, anti-immigrazionista e antiabortista, Kirk era un self-made man che, a soli trent’anni, aveva accumulato una considerevole ricchezza grazie alle sue attività di divulgatore e di influencer, tra podcast, libri e iniziative boots on the ground.
Nato in un sobborgo di Chicago da padre architetto e madre psicologa, Kirk era partito dai Tea party, il movimento del 2007 antesignano del Maga, per diventare poi un attivista a tempo pieno con la creazione nel 2012, a soli 18 anni, di “Turning Point Usa”, un’organizzazione conservatrice oggi presente in 3500 scuole e università, bastione libertario contro il pensiero woke.
“La cultura dell’assassinio si sta diffondendo nella sinistra. La sinistra è trascinata in una frenesia violenta. Ogni risultato negativo, che sia la sconfitta a una elezione o in un tribunale, giustifica una risposta massimalista”, erano riflessioni di Charlie Kirk. D’accordo, non votava a sinistra ma era tutto fuorché un fascista.
