Alberto Nagel si è dimesso: dopo 22 anni lascia la guida di Mediobanca (prima da Dg, dal 2008 in qualità di Ad). La sua decisione, annunciata durante il cda di Piazzetta Cuccia a Milano, è stata anticipata da una lunga lettera ai dipendenti che chiude un’epoca della finanza italiana con una frase: “Graecia capta ferum victorem cepit”.
“La Grecia vinta conquistò il suo feroce vincitore”, scrive Nagel citando Orazio. Sarà lo spirito (leggi: “brand” e “cultura identitaria”) di Mediobanca a prevalere, alla fine?
Fuori dalla sede del consiglio, con i cronisti, l’ex membro del Cda Fabrizio Palenzona evoca invece direttamente la fine dell’impero romano, citando proprio il fondatore del salotto buono della finanza italiana: negli anni ’90, da presidente onorario, Enrico Cuccia diceva “Se è caduto l’Impero romano, perché non dovrebbe cadere Mediobanca?”. Lo riporta il libro “Cuccia e il segreto di Mediobanca” di Giorgio La Malfa (citato in un articolo di Repubblica dello scorso giugno).
Dopo più di 4 ore di riunione, il Cda si è dimesso in blocco con un eccezione: il consigliere Sandro Panizza.
L’era di Siena
Che si preferisca paragonarla alla Grecia o a Roma, quello che è sicuro è che ora Mediobanca entra nell’era di Siena, con l’Opas di Mps che questa settimana può arrivare a un risultato molto superiore alle attese di qualche mese fa. Le stime dello stesso Dg di Mediobanca, Francesco Saverio Vinci, sono di un 80% di quote.
Intanto, in questi giorni il management di Mediobanca sta vendendo: lo stesso Nagel ha ceduto un altro milione di azioni dell’istituto di Piazzetta Cuccia in suo possesso, a 21,306 euro, per un totale di circa 21,3 milioni di euro, a quanto si apprende da comunicazioni di internal dealing. Se si somma questa vendita con le altre degli ultimi giorni, Nagel ha incassato 44 mln di euro.
La lettera di Nagel
“Non potrò mai ringraziarvi abbastanza per avermi dato il privilegio di lavorare con voi” è la frase conclusiva dell’amministratore delegato, in una lettera in cui avverte i dipendenti che ad attenderli ci sono “nuove sfide che, ne sono certo, sarete pronti a superare stando uniti e preservando quella cultura e diversità che vi rendono unici”, sottolinea Nagel, il cui addio definitivo (insieme al resto del board) formalmente sarà il 28 ottobre, in occasione dell’assemblea della banca.
“Così come sono certo che la nuova proprietà della Banca non potrà prescindere dal valorizzare il vostro non comune patrimonio di professionalità”.
La lunga storia di Nagel in Mediobanca
“Sono passati oltre 34 anni da quando sono entrato in banca ed oltre 22 da quando me ne è stata data la responsabilità”, scrive Nagel, facendo riferimento a quando è diventato Dg nel 2003. Nel 2008 sarebbe diventato amministratore delegato. “Un periodo molto lungo, nel quale abbiamo fatto insieme un percorso straordinario di crescita e rinnovamento ascrivibile interamente alla vostra capacità e senso di appartenenza”.
Il darwinismo bancario e la frecciatina a una “banca commerciale”
“La marcata evoluzione del Gruppo – sottolinea Nagel – è anche frutto di alcune mie radicate convinzioni: la prima la chiamerei darwinismo bancario”, evidenzia l’Ad. “Le banche devono adattarsi ad un contesto che cambia rapidamente (pensiamo alla tecnologia, alle abitudini dei consumatori, al set di regole e ai nuovi competitor/fintech)” che se non capito ed affrontato proattivamente, adattando i modelli di business, porta “all’estinzione della specie”, dice ancora.
“La seconda, in parte collegata alla prima, è che la specializzazione in attività a maggior sofisticazione e valore aggiunto protegge nel lungo termine il valore degli intermediari. Ed è per questa ragione che ho sempre preferito l’acquisizione di un wealth manager di taglia e di fascia alta, con ripetuti tentativi effettuati negli ultimi 6 anni, piuttosto che l’unione con una banca commerciale per lo più concentrata sul mass market”, prosegue ancora.
“La terza è che le banche quotate hanno molte più chance di crescere e di generare extra ritorni, tanto più forte è l’allineamento di interessi tra azionisti e banca. In tutti i mercati finanziari più evoluti questo si verifica, almeno per gli istituti di maggiore dimensione, quando le banche hanno un capitale diffuso per lo più rappresentato da investitori istituzionali”, conclude.
“Quello che più conta” è che Mediobanca “ha conservato la sua cultura identitaria, associata al suo brand, che ha un fortissimo valore e che, a mio avviso, è il quid pluris del nostro Gruppo”.

