Charlotte Matteini e il cambiamento che serve per affrontare e superare la precarietà.
Su 20,8 milioni di dipendenti, in Italia, solo 9,26 milioni lavorano tutto l’anno e a tempo pieno, portando a casa, in media, uno stipendio di 40mila euro. L’altro 55% è costituito da lavoratori precari, secondo il XXIV Rapporto annuale Inps presentato a luglio. Ci sono quasi quattro milioni di persone che lavorano a tempo parziale e solo per una frazione dell’anno: in questo caso la retribuzione scende a 9mila euro, mentre chi lavora tutto l’anno, ma a tempo parziale (o a tempo pieno ma solo in un certo periodo) incassa quasi 20mila euro. Insomma, nonostante negli ultimi anni i numeri dell’occupazione italiana siano migliorati, anche l’Inps avverte che rimane “critico l’accesso stabile al lavoro”.
L’occupazione in Italia è molto spesso un’Odissea che parte dall’inserzione di lavoro. Charlotte Matteini sui suoi profili social raccoglie, da tempo, le peggiori. E da giornalista racconta da anni storie di sfruttamento. Le ha raccolte in un libro – ‘Gli italiani non hanno più voglia di lavorare (e hanno ragione)’, edito da Cairo – che esplora le condizioni contrattuali e i tranelli affrontati da chi cerca lavoro nel nostro Paese.
“Ho iniziato ad approfondire sul mercato italiano anni fa. Avendo trattato di tanti settori diversi nel corso del tempo, ho pensato servisse un libro per capire quali sono i fenomeni principali, quali sono le minacce più importanti se si parla di sfruttamento sul lavoro”.
Tra i numeri da tenere bene a mente per capire la situazione italiana, dice Matteini, ci sono quelli del rapporto annuale dell’ispettorato del lavoro: “Sono anni che siamo sopra il 70% in quanto a incidenza dell’irregolarità. Su quattro imprese controllate tre sono irregolari”.
Nel suo lavoro d’inchiesta Matteini è rimasta colpita soprattutto dall’aspetto culturale. “Ci sono tante norme basilari che ritenevo scontate e che tante persone non conoscono”. Sono diversi gli ingredienti della cultura del lavoro arretrata descritta da Matteini. Ci sono “la classica prova in nero, il ricorso ordinario agli straordinari nonostante il limite di 250 ore a settimana, lo straordinario forfettizzato, il demansionamento di default, e anche le finte partite Iva. Un’altra delle storture che va per la maggiore, soprattutto nelle professioni intellettuali, con il paradosso di essere diffusissima anche tra chi ha studiato giurisprudenza: i giovani avvocati”.
Alcuni settori sembrano irrimediabilmente arretrati rispetto ad altri. “La ristorazione è una giungla che non si riesce a sistemare. Mi è capitato di parlare con un signore che offriva un lavoro a mille euro al mese. Orario: dalle 4 del mattino alle 18, ma ‘quando non c’è niente da fare ci si può anche sedere’. Non riusciva neanche a concepire di aver offerto qualcosa di inaccettabile. Da citare anche la grande distribuzione, tra somministrazione illecita della manodopera e contratti part-time estesi con le clausole elastiche e flessibili, che ti fanno firmare a parte: sei obbligato a fare ore supplementari e arrivi a farne 50, 60 a settimana; non vengono retribuite, ma messe in ‘banca ore’. Parliamo molto spesso di pratiche lecite, e forse è proprio quello il problema”.
Uno dei casi meno conosciuti è quello dei “giovani veterinari: il settore è messo malissimo, con retribuzioni da 1.200 euro lordi al mese, tra finte partite iva e stage. E questo succede ovunque, soprattutto da quando in Italia sono arrivate le grandi multinazionali delle cliniche”.
Ma l’emergenza riguarda anche i mestieri intellettuali, e allo stesso tempo la fuga dei cervelli italiana non si arresta. Nel 2024 oltre 156mila italiani si sono trasferiti all’estero, di cui 113mila under 40.
Una “perdita di capitale umano che richiede risposte strutturali, dalla valorizzazione dei rientri tramite incentivi fiscali alla promozione di una strategia nazionale di reshoring, capace di attrarre anche competenze intermedie. I regimi di rientro introdotti nel 2015 e nel 2019 hanno coinvolto oltre 40 mila beneficiari nel 2023, di cui il 64% under 40, generando effetti contributivi positivi per quasi un miliardo di euro”, scrive nella relazione Inps il presidente Gabriele Fava.
La fuga dei cervelli è una diretta conseguenza del livello degli stipendi, racconta Matteini. “La gente qualificata non viene pagata quanto dovrebbe, dipendenti con anzianità ventennale prendono 1.500 euro”.
Ma la fuga degli italiani spesso riguarda anche i lavori più umili. “Ogni ottobre riparte la polemica sul fatto che non ci sono ragazzi che vogliano lavorare durante la stagione della vendemmia, ma è vero il contrario: tanti vanno a farla in altri Paesi, come Australia e Francia. Semplicemente, altrove vengono pagati abbastanza. Intanto i salari in Italia sono stagnanti da decenni e su questo siamo in controtendenza rispetto alle altre nazioni europee”.
Secondo l’Ocse tra i grandi Paesi industrializzati l’Italia è quello che ha registrato il calo maggiore dei salari reali. Tra il 1990 e il 2020 il nostro è l’unico Paese dell’Unione Europea ad aver registrato una variazione negativa. Se spostiamo il focus sugli ultimi anni, l’Istat ha riportato un calo del 4,4% dal 2019 al 2024, e dell’8,7% dal 2008: nessuno, tra i Paesi G20, ha perso tanto.
Secondo Matteini al problema dei salari si aggiunge quello di riuscire a concepire “un ambiente di lavoro sano. In Italia lo straordinario viene visto come un modo per dimostrare spirito di sacrificio, all’estero testimonia l’incapacità del dipendente, o dell’azienda, di organizzare il lavoro. Abbiamo un profondo problema di mentalità che poi si riversa sui salari stessi”.
È quella stessa mentalità che ha provocato un certo scollamento tra luoghi di lavoro e giovani. Le grandi dimissioni, dice Matteini, hanno lasciato strascichi. “Resta un cambiamento culturale profondo. Subito dopo il primo lockdown, settori come il turismo si sono svuotati: molti lavoratori, una volta usciti, non sono più tornati. Chi ha potuto ha preferito lavori più stabili, anche in fabbrica. Resta una tendenza evidente: molti giovani si rifiutano di lavorare in alcuni settori, come appunto turismo, ristorazione e commercio. Non è disoccupazione passiva, è una forma di rifiuto consapevole di condizioni considerate inaccettabili”.
Lo smart working, che in teoria dovrebbe essere uno strumento per attrarre talenti, “da noi è visto con sospetto, specialmente nelle piccole e medie imprese. In Italia c’è una cultura diffusa del ‘micromanagement’: il titolare o il responsabile vuole controllare passo per passo ciò che fa il dipendente, più che lavorare per obiettivi. L’idea che una persona possa essere produttiva anche se non è sotto controllo costante ancora non viene accettata”.
In una delle sue occupazioni passate, alla stessa Matteini capitò di finire tutto il lavoro di giornata alle 15. “Mi è stato detto: ‘Rimani fino alle 18 e guarda il computer’”. Se alcuni italiani non hanno voglia di lavorare, forse un motivo c’è.
L’articolo originale è stato pubblicato sullo Speciale ‘Giovani e Lavoro: una missione oltre i numeri‘ sul numero Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)
