Le banche europee dovranno mettere sul piatto tra i 4 e i 5,7 mld di euro (ovvero da 1 a 1,44 mld l’anno per quattro anni) per realizzare l’euro digitale. A dirlo è la Bce.
Più o meno, gli istituti dovranno dedicare all’euro digitale circa il 3,4% dei loro budget annuali per le spese informatiche (almeno tenendo in considerazione quanto spendono le banche più grandi).
La stima, precisano dall’Eurosistema, non è della Bce, anche se è contenuta nello studio ‘A view on recent assessments of digital euro investment costs for the euro area banking sector’, allegato alla lettera che il membro del comitato esecutivo di Francoforte Piero Cipollone ha inviato alla presidente della Commissione Econ del Parlamento europeo, Aurore Lalucq.
Quella a cui fa riferimento Cipollone è piuttosto una valutazione che Francoforte ha messo a punto partendo dalle stime delle stesse banche europee, tenendo conto “dei potenziali risparmi dovuti alle sinergie e mutualizzazione dei costi”.
Secondo quanto scrivono Cipollone e gli autori dello studio, le cifre sono vicine alle valutazioni sui costi della Commissione europea, risalenti al 2023 (la forbice era più ampia, tra i 2,8 e i 5,4 mld) e ai costi che ci sono stati per iniziative come la direttiva sui servizi di pagamento (PSD2). Parliamo comunque di cifre molto inferiori rispetto ai costi di attuazione stimati per l’area unica dei pagamenti in euro (SEPA), ovvero l’area in cui gli operatori economici possono effettuare e ricevere pagamenti in euro secondo regole uniformi.
“Questa valutazione fornisce un punto di riferimento per le discussioni e un dialogo costruttivo con il settore bancario verso l’obiettivo condiviso di ridurre al minimo gli sforzi di investimento in euro digitali, sfruttando le sinergie nei costi di investimento”, spiega Cipollone nella lettera, “ad esempio attraverso fornitori di servizi centrali o specializzati che possono servire più banche”, aggiunge riferendosi alle aziende che svilupperanno per conto delle banche i servizi connessi all’euro digitale.
Le aziende che invece si occuperanno dei servizi base (come i pagamenti offline e l’app dell’Eurosistema) sono state già selezionate dalla Bce, e tra queste ci sono tre italiane: Almaviva, Fabrick e Nexi.
Va ricordato che nello studio si parla esclusivamente di costi per le banche; la stima totale per il prezzo del progetto euro digitale non è stata ancora resa nota, ma con ogni probabilità di quella cifra faranno parte i bandi già aggiudicati: Almaviva e Fabrick, ad esempio, potrebbero ricevere fino a 153 mln.
Euro digitale: per Fabrick e Almaviva fino a 153 mln per sviluppare l’app. Nexi tra i fornitori
La stabilità del sistema finanziario
Prima ancora che delle stime per le banche la lettera di Cipollone si concentra su un altro aspetto: la stabilità del sistema finanziario europeo, punto cardine dei piani di Francoforte attorno al quale è stato modellato l’intero progetto.
L’Eurotower ha simulato che consentendo di detenere fino a 3.000 euro digitali nel futuro ‘wallet’ che li conterrà, non ci saranno rischi per la stabilità.
“I risultati confermano che, come ho accennato all’inizio di quest’anno nella mia audizione davanti alla commissione ECON, utilizzando l’euro digitale per i pagamenti giornalieri non danneggerà la stabilità finanziaria”, scrive Cipollone.
La preoccupazione di ‘proteggere’ le banche è al centro del piano per l’euro digitale: non ci sarà incentivo a svuotare i normali depositi bancari in favore dei nuovi wallet, ai quali sarà comunque consentito spendere cifre superiori ai limiti di detenzione tramite un meccanismo chiamato waterfall, che ‘pesca’ la cifra rimanente direttamente dal conto corrente collegato.
Il tetto dei 3.000 euro digitali è un’ipotesi, anche se una delle più chiacchierate: la decisione sui limiti dei wallet spetterà all’Europa, in un percorso che vede il Parlamento Europeo giocare un ruolo fondamentale, con l’approvazione del regolamento relativo all’euro digitale prevista a metà 2026.

