Decidere quali monumenti restano e quali cadono è, in fondo, una questione di potere. La politica della memoria non riguarda solo il passato, ma soprattutto il presente e l’identità che ogni Paese sceglie di scolpire nella pietra.
Bristol, giugno 2020. Durante l’ondata internazionale di proteste del movimento Black Lives Matter (Blm), la folla trascina giù dal piedistallo la statua in bronzo di Edward Colston, mercante di schiavi del XVII secolo. Un gesto diventato simbolo di quella che sarebbe presto stata definita una vera e propria “guerra delle statue” in Europa e negli Stati Uniti. Una battaglia che non riguarda solo i monumenti, ma più in profondità la memoria nazionale e le identità contemporanee. Il modo in cui i diversi governi hanno reagito ha però influenzato radicalmente il tono del dibattito e gli esiti di queste dispute.
Nell’estate dello stesso anno, in Francia, le proteste Blm contro razzismo e colonialismo prendono di mira monumenti dedicati a ‘eroi nazionali’ come Colbert e de Gaulle. La risposta del Presidente Emmanuel Macron è netta: “La Repubblica non cancellerà alcuna traccia o nome della sua storia, non abbatterà alcuna statua”.
Secondo Macron, infatti, la Francia doveva riconoscere le ombre del passato, senza rinnegare la propria storia. Gli attacchi vengono condannati con decisione come espressione di “wokeismo americano”, mentre la strada proposta è quella di “ripensare il passato nazionale”. Il richiamo a un ‘patriottismo repubblicano’ trova un consenso trasversale, dalle frange populiste di destra e sinistra fino a una parte degli intellettuali progressisti.
Il risultato? Quasi tutte le statue rimangono al loro posto. In questo modo, la ‘guerra delle statue’ in Francia, nonostante potesse alimentare un dibattito politico, ha prodotto, in realtà, pochi cambiamenti effettivi.
Ben diverse, invece, le vicende e le reazioni d’Oltremanica. Dopo Colston, vengono attaccati i monumenti a Winston Churchill davanti al Parlamento, a Cecil Rhodes a Oxford e perfino alla Regina Vittoria, accusati di rappresentare figure legate a razzismo e colonialismo.
L’allora premier Boris Johnson, insieme al ministro della Cultura, ai deputati conservatori e alla stampa di destra, risposero con una retorica nazionalista e populista, dichiarando che i manifestanti vengono accusati di vergognarsi della patria, di voler “saccheggiare il passato” e “riscrivere la storia” in nome del progressismo “woke”.
Una posizione divisiva, che trovò immediata opposizione da parte di leader laburisti, accademici e gruppi civici, che reagirono con petizioni, interventi televisivi e discussioni pubbliche.
A differenza della Francia, il tema in Gran Bretagna scatenò il dibattito pubblico, conquistando il centro della scena e alimentando un confronto acceso, con conseguenze concrete. Molti consigli comunali – spesso a guida laburista – avviano revisioni su monumenti e toponomastica.
Gruppi civici, storici e comunità locali formano una forte contro-coalizione che porta alla rimozione o alla rilettura critica di diverse figure legate al colonialismo e alla schiavitù. Alcune statue, come quella di Rhodes, restano al loro posto, ma altre vengono eliminate o accompagnate da spiegazioni contestualizzanti.
Ancora diverso è il caso dell’Ungheria, dove il governo di Viktor Orbán non si è limitato a difendere i monumenti esistenti: ha promosso un vero e proprio programma di sostituzione degli stessi, con l’obiettivo di riscrivere la memoria nazionale attraverso i simboli
Negli ultimi dieci anni, alcune statue legate alla stagione liberaldemocratica sono state, infatti, rimosse, mentre sono stati celebrati personaggi controversi del regime autoritario tra le due guerre.
Nel dicembre del 2018, il monumento dedicato a Imre Nagy – riformatore comunista e martire della rivoluzione ungherese del 1956 contro l’Unione Sovietica – viene tolto dalla piazza del Parlamento di Budapest. Compare, invece, un monumento che presenta l’Ungheria come vittima del nazismo.
Il controverso memoriale dedicato ai soldati dell’Armata Rossa viene mantenuto e a pochi metri sorge un busto di Miklós Horthy, reggente dell’Ungheria dal 1920 al 1944, alleato della Germania nazista e noto per posizioni antisemite.
Il governo cerca di promuovere, in questo modo, una narrazione che dipinge l’Ungheria come vittima delle potenze straniere, rilanciando il mito della “Grande Ungheria” tradito dai democratici. Le mosse di Orbán suscitano, tuttavia, forti contestazioni da parte della società civile, di organizzazioni democratiche e di gruppi internazionali che organizzano proteste, dibattiti e la creazione di ‘contro-statue’.
In tutti e tre i Paesi citati, insomma, il dibattito sulle statue ha messo in luce tensioni profonde: sull’appartenenza, sulla storia che viene raccontata, sulle modalità in cui una nazione sceglie di rappresentarsi, di raccontarsi e di ricordarsi. Le statue, infatti, non sono solo pietra o bronzo: sono simboli immobili della memoria pubblica, che sanciscono valori, epoche ed eroi.
In Francia hanno rafforzato il mito dell’unità repubblicana, in Gran Bretagna hanno acceso un conflitto plurale sul colonialismo e sull’identità nazionale, in Ungheria sono diventate strumenti di costruzione di una nuova narrazione del passato che non ha mancato di sollevare contestazioni.
Decidere quali monumenti restano e quali cadono è, in fondo, una questione di potere. Come mostrano questi casi, la politica della memoria non riguarda solo il passato, ma soprattutto il presente e l’identità che ogni Paese sceglie di scolpire nella pietra.
Mark Thathcer è professore ordinario di Scienze politiche alla Luiss. In precedenza, è stato docente di Politica comparata e internazionale alla London School of Economics. Ha svolto attività di visiting professor a Sciencies Po, è stato Fellow presso il Robert Schuman Centre dell’Istituto Universitario Europeo e ha anche insegnato alla Sorbonne Nouvelle di Parigi. È esperto di politiche pubbliche comparate, con particolare attenzione al patrimonio culturale. Ha pubblicato numerosi volumi con Oxford University Press e Cambridge University Press, oltre a saggi in riviste scientifiche internazionali.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

