Vicenzaoro, il gioiello italiano che resiste a dazi e volatilità

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Il direttore di Vincenzaoro Matteo Farsura: “Il Made in Italy non compete solo sul prezzo. Innovazione, qualità e design restano le nostre armi vincenti”.

Vicenzaoro September 2025 chiude in positivo: +3% di visitatori rispetto all’edizione 2024, buyer da 130 Paesi e oltre 1.200 espositori da 30 nazioni, con il 60% italiani. Stati Uniti ed Emirati Arabi trainano la crescita (+2% e +21%), mentre 15 Paesi hanno partecipato per la prima volta. In un contesto segnato da volatilità dell’oro, dazi americani e nuove richieste di sostenibilità, Vicenzaoro si conferma hub globale della gioielleria. Lo conferma Matteo Farsura, Exhibition Manager Jewellery & Fashion di IEG e direttore di Vicenzaoro.

Mediobanca e Confindustria hanno segnalato un calo del 15% dell’export orafo nei primi cinque mesi dell’anno, con una flessione del 18,9% verso gli Stati Uniti. Quanto è concreto il rischio di una contrazione strutturale del settore?

È vero che ci troviamo di fronte a una congiuntura globale complessa, segnata dalla volatilità del prezzo dell’oro e dall’incertezza geopolitica. Tuttavia, questi dati vanno letti anche come una normalizzazione dopo gli anni del Covid. Nei nostri eventi vediamo numeri record, sia per partecipazione di espositori sia per presenze internazionali. Questo significa che, nonostante le difficoltà, il prodotto italiano resta competitivo: non è solo metallo, ma valore, design e qualità. Le aziende stanno rispondendo con servizi, personalizzazione e innovazione, che rafforzano la loro posizione anche nei mercati più difficili.

Non c’è il rischio che il prodotto italiano finisca fuori mercato?

No, perché non è solo una questione di metallo e prezzo, ma di valore complessivo. Le aziende italiane sanno adattare la produzione e alleggerire i gioielli in funzione delle esigenze dei diversi mercati. Questo dialogo continuo, che trova nella fiera uno strumento fondamentale, dimostra che il Made in Italy è in grado di restare competitivo nonostante la congiuntura.

Il settore è spesso accusato di dipendere troppo da pochi mercati. È una fragilità strutturale?

Non direi. Basta guardare ai risultati di Vicenzaoro: a gennaio abbiamo avuto visitatori da 145 Paesi, a settembre da 130. Questo dimostra che, se è vero che Stati Uniti ed Emirati restano mercati chiave, ci sono molte altre aree in cui il prodotto italiano può crescere. La fiera permette agli imprenditori di incontrare nuovi clienti, aprendo spazi di sviluppo anche in tempi di incertezza.

Perché Vicenzaoro è sempre sold out, nonostante le difficoltà globali?

Perché qui si fa business di qualità. In cinque giorni un imprenditore può incontrare operatori da tutto il mondo, cosa impossibile da fare da solo. La fiera è anche un luogo di networking, di confronto e di sinergia con il territorio, che aggiunge valore al Made in Italy. Per questo gli imprenditori ci chiedono sempre più spesso la nostra visione del mercato: Vicenzaoro è diventato un osservatorio internazionale.

I dazi americani rappresentano più un rischio o un’opportunità?

Sono certamente un elemento che complica il mercato, ma non una condanna. Negli ultimi anni gli imprenditori hanno sempre saputo trovare soluzioni, anche nei momenti più difficili come il Covid. La filiera oggi dialoga molto più di prima: produttori e brand lavorano insieme ai fornitori di tecnologie per alleggerire i prodotti e innovare i processi. Questo rende il settore più resiliente.

Sul fronte della sostenibilità, secondo Mediobanca poche aziende usano energia rinnovabile per oltre l’80% del fabbisogno. Non è troppo poco?

Io non sarei preoccupato. È un processo in corso, e il nostro ruolo è sensibilizzare e supportare le aziende verso questo cambiamento. Il consumatore finale, soprattutto quello più giovane, chiede prodotti che rispettino l’ambiente. Oggi i produttori devono permettere ai dettaglianti di raccontare la storia di un gioiello anche in termini di sostenibilità. La filiera si sta organizzando, e le tecnologie hanno un ruolo fondamentale in questa evoluzione.

Alcuni analisti prevedono una ripresa del settore solo nel 2027. Lei è d’accordo?

I numeri di Vicenzaoro dimostrano che le aziende non stanno aspettando il 2027. Con oltre 1.200 espositori e un +3% di visitatori da 130 Paesi, è chiaro che il settore si sta attrezzando già oggi. Vediamo segnali molto positivi dal Sud-Est asiatico, dall’India, dal Medio Oriente e anche dall’Europa, grazie al turismo. Le imprese italiane stanno reagendo con grande proattività.

Come dovrebbe rispondere l’Italia alla politica dei dazi americani? Difendersi o contrattaccare?

L’imprenditore italiano ha nel Dna la proattività e la capacità di aprire nuovi mercati. Oggi questa attitudine deve essere accompagnata da una strategia: adattare la produzione alle specificità dei diversi mercati, migliorare il servizio, investire in nuovi materiali e tecnologie senza perdere il saper fare artigianale tipico del nostro distretto. È questo mix che ci rende competitivi.

Si può dire che ciò che la geopolitica divide, il settore orafo unisce?

Assolutamente sì. Il gioiello è valore, design, identità. In tutti i momenti di crisi il settore ha dimostrato una straordinaria resilienza. Certo, la vita degli imprenditori è più complessa, e servono politiche nazionali di supporto. Ma il Made in Italy ha caratteristiche uniche che gli permettono di mantenere una presenza solida sui mercati internazionali.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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