La ricostruzione a Gaza e le sfide per le imprese tricolore

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A Gaza la tregua sembra appesa a un filo e c’è da sperare che il filo tenga. Dopo che due soldati israeliani sono stati uccisi e tre sono rimasti feriti nella zona di Rafah, nella giornata di ieri sono ripresi i raid israeliani, poi interrotti con un comunicato formale dell’Idf. Tuttavia nulla può essere dato per scontato davanti al rifiuto di Hamas di disarmarsi. I terroristi, responsabili del pogrom del 7 ottobre di due anni fa, non intendono rinunciare alla lotta di “resistenza”, per le strade di Gaza hanno ripreso a seminare terrore tra i civili attraverso plateali esecuzioni di piazza, eliminando i membri di clan rivali e i palestinesi accusati di essere “collaborazionisti di Israele”.

Se dunque non si è ancora passati alla fase 2, è perché le incognite sono più d’una. Un fatto è certo: ricostruire Gaza costerà montagne di petrodollari. Le monarchie del Golfo giocheranno un ruolo decisivo, con la regia araba affidata all’Egitto (Al Sisi, con Donald Trump, ha presieduto la Conferenza per la cessazione del conflitto a Sharm el Sheikh). Secondo l’inviato speciale degli Usa Steve Witkoff, la ricostruzione richiederà “50 miliardi di dollari (37,2 miliardi di sterline)”.

“Potrebbe essere un po’ meno, potrebbe essere un po’ di più”, ha commentato l’inviato alla Cbs News. Secondo le Nazioni unite, i costi si aggirano attorno ai 70 miliardi di dollari.

La partita della ricostruzione, dove l’Italia mira a giocare un ruolo di primo piano, ha già fatto registrare i primi effetti in borsa, anche a Piazza Affari, dopo la firma dell’accordo lo scorso 10 ottobre, con una impennata dei titoli delle costruzioni, delle infrastrutture e del cemento.

Un’operazione non secondaria riguarda lo sgombero delle macerie: si tratta di milioni di tonnellate di materiali da rimuovere prima di procedere a qualunque attività rigenerativa. Sono già partiti i primi appalti, per esempio l’Organizzazione mondiale della sanità ha avviato un bando per la fornitura di apparecchiature medicali destinate agli ospedali palestinesi e la Banca Mondiale ha pubblicato un piano al 2027 del valore di 170 milioni di dollari.

Le aziende europee avranno una corsia privilegiata nelle gare per la ricostruzione, e in questo quadro aziende italiane come Webuild, Ansaldo Energia, Saipem e Maire, potrebbero partecipare alle attività di ricostruzione. Prysmian potrebbe essere coinvolta nella fornitura dei cavi dell’alta tensione per ripristinare la rete elettrica e di quelli per l’elettrificazione degli edifici. Ci sono poi aziende come Buzzi Unicem e Cementir che potrebbero essere coinvolte in ogni caso, essendo tra i maggiori produttori al mondo di cemento e calcestruzzo (e quindi in grado di collaborare con chiunque sarà il committente dei lavori).

In ogni caso, si parla di aziende italiane di dimensione globale, abituate a destreggiarsi in mezzo continente, tra appalti e tecnologie all’avanguardia.

È interessante notare due fattori che potrebbero favorire le aziende italiane: la prossimità geografica, che consente di abbattere i costi di trasporto rispetto ad altri competitor e la prossimità politica, perché indubbiamente il ruolo equilibrato del governo Meloni, favorevole alla pace ma contrario a frettolosi riconoscimenti di nuovi stati e non equidistante tra Israele e un gruppo terroristico come Hamas, ci rende più credibili agli occhi di americani e israeliani.

Come sempre accade in contesti simili, il business passa anche dalla politica. E l’Italia, questa volta, ha le carte giuste per contare.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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