I dazi Usa potrebbero ridurre le vendite italiane negli Stati Uniti di circa 16,5 mld di euro (rispetto a uno scenario senza tariffe), ovvero il 2,7% dell’export totale, nel medio periodo: lo rileva il bollettino Congiuntura Flash del Centro Studi di Confindustria di ottobre. Intanto, c’è già stato un primo crollo.
L’export italiano di beni verso gli Usa è precipitato ad agosto (-21,1% su agosto 2024), dopo un aumento nella prima parte dell’anno dovuto al ‘frontloading’ pre-dazi, ovvero le scorte effettuate dagli americani negli scorsi mesi per anticipare l’arrivo delle tariffe dell’amministrazione Trump.
Questo ha contribuito per più di due terzi alla caduta dell’export extra-Ue (-7% tendenziale, con – 1,1% per il totale mondo).
I settori più colpiti
L’impatto dei dazi, secondo il centro studi, è maggiore per i settori centrali del manifatturiero: dagli autoveicoli (il più colpito in percentuale dell’export settoriale), ad alimentari e bevande, macchinari, pelli e calzature, altre attività manifatturiere.
Sull’agroalimentare, va ricordato, pendono le tariffe aggiuntive sulla pasta dopo l’indagine antidumping del dipartimento del commercio degli Stati Uniti. I dazi aggiuntivi oltre il 91% potrebbero scattare a gennaio 2026, danneggiando un mercato da quasi 700 mln di euro.
Intanto secondo Csc “le produzioni europee di alta qualità, disegnate per soddisfare le esigenze dei clienti, sono più difficili da sostituire. Ciò rende una parte delle esportazioni italiane ed europee relativamente più resilienti ai dazi nel breve periodo. Tuttavia, un processo di sostituzione si avvierà nel tempo, se i dazi si confermeranno persistenti e se la capacità produttiva USA (o dei paesi USMCA) diventerà adeguata a soddisfare la domanda”. E gli acquisti USA dalla UE si sono già ridotti dell’8,7% annuo in giugno-luglio.
Prospettive deboli e gli accordi Usa-Ue
Secondo Csc le prospettive per l’export di beni restano deboli, a causa dei dazi Usa, come restano incerte le indicazioni dagli ordini esteri a settembre. In generale i dazi Usa e il dollaro svalutato “continuano a erodere l’export”.
Intanto il nuovo regime tariffario tra le due sponde dell’Atlantico ha acquisito connotazioni piuttosto definite, ricorda Csc:
- tariffe azzerate sugli acquisti Ue di prodotti industriali USA;
- dazi al 15% su gran parte dell’import USA dalla Ue (compresi auto, farmaci non generici, semiconduttori);
- tariffe USA nulle o quasi su altri prodotti UE in settori strategici (aerei, farmaci generici, alcune risorse naturali).
- Invariati i dazi del 50% su acciaio e alluminio, anche se l’accordo apre alla possibilità di ampliare la lista dei prodotti preferenziali (con riduzione tariffaria entro un certo volume).
Ma l’accordo tra le due potenze include impegni da parte europea “di esito incerto, perché investono ambiti di competenza delle autorità nazionali e anche delle imprese private”. Tra questi Csc mette l’acquisto dagli Stati Uniti di gas ed energia (750 miliardi di dollari entro il 2028), chip IA (40 miliardi) e attrezzature militari e gli investimenti diretti in settori strategici USA (600 miliardi addizionali).
“Infine, il presidente Trump nelle sue dichiarazioni ha incluso anche richieste sulle politiche commerciali UE con paesi terzi, come Cina e India, che intrattengono rapporti economici e strategici con la Russia (come l’acquisto di petrolio e gas). Il rischio è di aprire nuovi fronti di escalation tariffaria per i prodotti europei”, si legge nel bollettino.
Altro rischio: perdere pezzi di industria. Va considerato che le perdite per l’export si amplificano se si considerano gli effetti indiretti, “lungo le catene di produzione europee, del calo dell’export negli USA degli altri paesi UE sulla domanda di input italiani”. Inoltre l’impatto complessivo tocca il -3,8% dell’export manifatturiero e l’-1,8% della produzione. “Nel lungo periodo, è forte l’incentivo a rilocalizzare alcune produzioni nel mercato USA: il rischio per l’industria europea è di perdere parti vitali del tessuto produttivo”.
