Dal 1857 sinonimo di eleganza e stile, i Borsalino hanno conquistato nella loro lunga storia le boutique di tutto il mondo, entrando nella leggenda anche grazie ai film di Hollywood. Un mito del Made in Italy che, nato ad Alessandria, si racconta oggi in un museo.
Nel cuore di Alessandria, in corso Cento Cannoni 21, c’è un edificio dalla porta grande e dentro vetrine piene di cappelli d’ogni forma e colore. Duemila differenti modelli ognuno col suo cartellino che ne racconta il tessuto e la storia. È il Museo Borsalino, inaugurato nel 2023 per iniziativa del Comune piemontese e della Fondazione Borsalino in questa “Antica Casa” (come si legge sulla facciata del palazzo), dove nel 1857 cominciò l’avventura del cappello italiano per eccellenza, in principio piccola azienda manifatturiera e poi vanto nazionale capace di portare il made in Italy nelle vetrine del mondo e perfino a Hollywood, sulle teste dei divi più famosi.
“Molti legano il marchio al cinema”, ci spiega Tomaso Cavagnoli, coordinatore del museo, “ma le creazioni della Borsalino già molto tempo prima erano conosciute a livello internazionale e rappresentavano la moda italiana, il fatto su misura, l’eleganza esclusiva in un tempo in cui un cappello indicava uno status sociale.
Questo grazie alle capacità del fondatore, Giuseppe, uno dei primi a inventare il marketing moderno, a studiare il mercato mondiale per soddisfarne le esigenze e ad avere una sua firma. Borsalino è stato tra i primi brand creati nella storia oltre a essere una delle prime manifatture dotate di un impianto industriale, con macchinari all’ultimo grido”.
Dal 1857
Si chiamava “Giuseppe Borsalino e fratello” (di nome Lazzaro) quel piccolo cappellificio inaugurato il 4 aprile del 1857, frutto del lavoro dell’artigiano Giuseppe, quinto figlio di una famiglia umile che aveva lasciato a tredici anni per diventare apprendista di un cappellaio di Alessandria.
Poi le esperienze in altre botteghe, la lunga permanenza in Francia a studiare l’arte del copricapo e infine il ritorno a casa per aprire quell’attività tutta sua, con dieci operai e una produzione di altrettanti cappelli al giorno. Iniziò così l’epopea di un marchio che, registrato ufficialmente nel 1882, anno dopo anno, creazione dopo creazione, spopolò in tutto il mondo.
Fino ad arrivare, nella sede di corso Cento Cannoni, a produrre quasi 2mila cappelli al giorno nel 1896. Tra tutti i modelli creati spiccava quello in feltro morbido, creato nel 1870 con fossette anteriori e piegature sulla corona.
Elegante e funzionale, diventò il simbolo dell’azienda, fotografato su tutte le riviste di moda e meritevole nel 1900 del premio più prestigioso che un’impresa potesse ottenere all’epoca, il Grand Prix all’Esposizione Universale di Parigi “Per la qualità dei suoi feltri e la raffinata confezione dei cappelli”.
Il marchio s’affermò ancora di più quando nel 1907 Teresio, figlio di Giuseppe e nuovo titolare dall’azienda, registrò la firma con il logo che conosciamo oggi e che accompagna tutti i modelli, compresi quelli di paglia e femminili aggiunti alla produzione.
Divo tra i divi
Un altro anno fondamentale nella storia della Borsalino è stato il 1930, quando le sue creazioni arrivarono a Hollywood, indossati dai grandi divi soprattutto nei film noir e gangster.
Nel 1942 lo portava anche Humphrey Bogart nel cult Casablanca e poi Marcello Mastroianni in 8½ di Federico Fellini (1963) e Alain Delon e Jean-Paul Belmondo nella pellicola che nel 1970 addirittura portava il nome dell’azienda, con tanto di seguito, Borsalino & Co. (1974).
“Potremmo citare anche C’era una volta in America o Il Padrino”, riprende Cavagnoli, “ma per spiegare il prestigio che l’azienda aveva in quegli anni basti dire che è l’unico marchio che non ha mai pagato per comparire nei film. Erano invece attori, registi e sceneggiatori a chiedere il permesso di usarlo”. E non è mai stata soltanto una questione di set: i Borsalino li hanno indossati personalità di ogni tipo, da Al Capone a Francois Mitterrand, da Ernest Hemingway a Giuseppe Verdi e all’imperatore del Giappone Hirohito, tanto per citarne alcuni.
Nuove strade
“Fedora, trilby, pork pie, cappello da cow boy e paglietta: cinque modelli emblematici che hanno intrecciato la loro storia con quella del cinema, della musica e del costume, aprendo nuove strade e tracciando percorsi inediti”, recita uno dei cartelli più grandi, all’inizio di una delle sezioni che compongono il percorso del museo.
Esposti ci sono le pagliette degli Impressionisti, la coppola de Il Padrino, naturalmente il Bogart di Casablanca e poi basco, cloche, berretto da marinaio, colbacco, aviatore, turbante. Perfino un cappello di Robin Hood e una raccolta di copricapo ecclesiastici come la saturna di papa Giovanni XXIII del 1958. “Esposti qui ci sono tanti modelli eccezionali”, riprende il coordinatore, “ma se devo sceglierne due tra i più iconici direi sicuramente quello realizzato con Swarovski, tempestato di diamantini, pesantissimo e scomodissimo da portare ma bellissimo, e il panama Montecristi, frutto della collaborazione con gli artigiani dell’Ecuador”. Cappello, quest’ultimo, che richiede sei mesi di lavorazione e può costare oltre 1700 euro.
Oggi
La storia di Borsalino continua ancora oggi, nella fabbrica di Spinetta Marengo, frazione di Alessandria. Nonostante i problemi iniziati nel 1987 con la cessione del cappellificio da parte degli ultimi eredi della famiglia e culminati nel 2017 con l’apertura di una procedura fallimentare che ha fatto temere la fine di un mito italiano come pochi. Problemi risolti da una nuova proprietà, la Haeres Equita dell’imprenditore Philippe Camperio.
E nonostante lo scorso anno sia stato discusso un piano di riorganizzazione interna con prevista riduzione del personale. “Anche se i giornali scrivevano di fallimento”, conclude Cavagnoli, “la produzione è sempre continuata ed è stata poi ripresa dal nuovo proprietario, che l’ha risollevata e ha continuato l’attività nel segno della tradizione, tanto che la lavorazione è ancora completamente artigianale e utilizza macchinari di oltre cent’anni fa”.
Oggi la Borsalino produce circa 180mila cappelli all’anno distribuiti in tutto il mondo e continua ad attirare prestigiose collaborazioni, come quella della scorsa primavera con la Karl Lagerfeld.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

