Non è solo lo shock mondiale provocato dai dazi di Trump sul commercio a preoccupare osservatori ed analisti. Sempre più, infatti, ci si interroga sugli effetti a lungo termine della politica commerciale americana. Prendiamo l’ultimo studio Svimez che analizza il ruolo delle imprese a controllo estero in Italia. Se i dazi americani fossero duraturi uno degli effetti da considerare sarebbe la volontà delle imprese Usa di continuare ad operare nel nostro Paese. Un rischio reshoring che potrebbe fare ancora più danni dei dazi stessi.
Un dato per far capire quanto pesi il lavoro delle aziende Usa: dei 200 mld di euro di esportazioni realizzate dalle multinazionali estere, quelle Usa esportano dall’Italia circa 43 miliardi di euro, oltre un quinto.
Solo pochi giorni fa anche il centro studi di Confindustria avvertiva sull’effetto delle tariffe sull’economia italiana. Oltre all’impatto da 16 mld sull’export italiano (potremmo perderne il 2,7%) sottolineava anche gli effetti a lungo termine, facendo emergere una possibile dinamica parallela a quella del reshoring delle multinazionali Usa: la tendenza dell’industria a spostarsi proprio negli Stati Uniti. Con il rischio di “perdere parti vitali del tessuto produttivo”.

I numeri a stelle e strisce in Italia
“Il lavoro conferma il peso rilevante delle multinazionali straniere all’interno del nostro export. È evidente che qualora i dazi imposti dal governo americano durino nel tempo – afferma Stefano Prezioso, vicedirettore della Svimez e curatore del report – le multinazionali statunitensi operanti nel nostro paese potrebbero essere tentate di riportare la produzione a casa, il cosiddetto reshoring. La perdita di questa produzione potrebbe dar luogo a un danno, per l’economia italiana, ampio, probabilmente maggiore di quello che deriva dai soli dazi. La risposta a questo pericolo da parte dell’Europa finora è debole, concentrandosi esclusivamente sulle problematiche dei dazi”.
Le imprese estere sono solo l’1,2% del totale, ma generano il 21% del fatturato e il 9,5% degli addetti. La loro attività si concentra in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Lazio. “Le economie regionali risultano quindi integrate ma vulnerabili rispetto alle scelte delle grandi imprese internazionali, soprattutto statunitensi”, si legge nel rapporto. Le multinazionali americane, infatti, sono le prime in Italia in termini di addetti: 350 mila su circa un milione e mezzo (il 22%). Gli Stati Uniti sono i primi investitori in manifattura (110.911 addetti) e altri servizi (181.506).
Secondo il bollettino di Informazioni Svimez le multinazionali Usa incidono per il 17,9% sul fatturato delle imprese a controllo estero, collocandosi al secondo posto dopo quelle francesi (19,4%).
“Detengono invece il primato in termini di valore aggiunto (21,1%) e il secondo posto per quota di spesa in R&S. Se ci si concentra sul solo comparto manifatturiero, risultano prime per incidenza sul valore aggiunto e sul fatturato, e seconde per la spesa in R&S”, recita il report.
