Musica, Calabria e cultura, il talento di Dario Brunori su RaiPlay

C’è un tempo per crescere, per cadere e infine, per rinascere. Come gli alberi hanno bisogno di un tempo “sospeso” per rigenerarsi, anche l’artista necessita di rallentare, osservare i propri limiti e poi, rifiorire. “Il tempo delle noci” è il nuovo documentario diretto da Giacomo Triglia. Un viaggio nel percorso umano e creativo del cantautore Dario Brunori. Presentato alla XX edizione della Festa del Cinema di Roma (nella sezione Proiezioni Speciali) è ora, disponibile su RaiPlay. Il film ripercorre la gestazione dell’album “L’albero delle noci”, Triglia non può che firmare un ritratto intimo di Brunori. Un artista che da tempo cammina al suo fianco, condividendone il passo umano prima ancora che quello artistico. E così, il racconto diventa di “formazione” o meglio di “trasformazione” personale: la scoperta della paternità, il legame con la propria terra, la Calabria e la fatica di creare. Prodotto da Mompracem e presentato da RAI Documentari, “Il tempo delle noci” non è un semplice backstage. Triglia cattura il momento della consapevolezza in cui l’artista impara ad ascoltarsi, a riconoscere il valore delle pause, ad accettare l’incertezza come parte integrante della creazione. La musica non è più solo mestiere, ma un rito che cura. “Il lavorare con lentezza” che riannoda legami con i luoghi e con sé stessi.

Triglia, com’è nato il progetto “Il tempo delle noci”?

In realtà, è stato un processo diluito nel tempo. L’album ha avuto due anni di gestazione e anche l’idea del documentario è maturata lentamente. Ho iniziato a seguire Brunori nei suoi tour nei palazzetti già dal 2022. All’epoca ho cominciato a girare, sapevo che saremmo arrivati a realizzare un documentario. Ma l’idea era quella di realizzare un prodotto che non fosse troppo biografico ma nemmeno un semplice “dietro le quinte”. Volevamo raccontare come nasce una canzone. Il processo creativo non è un viaggio lineare, è fatto di tensioni emotive, di slanci e di vuoti. Sono emerse cose bellissime nel rapporto tra Dario Brunori e Riccardo Sinigallia (produttore dell’album). Ciò di cui mi rammarico è che ho dovuto sacrificare qualcosa nel montaggio e selezionare il materiale girato.

In realtà, questo non è il suo primo documentario.

In effetti, è un linguaggio che ho già sperimentato. Nel 2023, il doc “Levante Ventitré – Anni di voli pindarici”. E ancora, in Niger con Jovanotti il docufilm “Sahara Jam” (2023). Una delle primissime esperienze è stata proprio con Dario Brunori, nel 2017, uno speciale per Skyarte “Brunori SAS- A casa tutto bene”.

Per questi artisti ha girato numerosi videoclip, declinando in immagini la loro musica. Il linguaggio del documentario cosa permette di realizzare?

Quello che mi affascina davvero è catturare la creazione di un disco. Un prodotto artistico che ameranno e in cui si immedesimeranno migliaia di persone. Voglio capire cosa c’è dietro questo processo così delicato che rende un prodotto universale.

La sua carriera di regista di videoclip nasce proprio con Dario Brunori.

Sono entrato nel mondo del video musicale intorno al 2008. I miei primissimi lavori sono stati corti sperimentali. Poi, è arrivato l’incontro che ha cambiato tutto: con Dario ho girato il mio primo videoclip per il suo brano “Come stai” (2009). Poi, sono nate tante collaborazioni. Io la gavetta l’ho fatta con le major: Sony Music, Universal Music e Warner Music. Ho realizzato video per Maneskin, Ligabue, Levante, Francesca Michielin, J‑Ax, Samuele Bersani.

È diventato nel giro di poco tempo uno dei registi più richiesti nel mondo musicale. Qual è stato il motivo di questo successo immediato?

Io venivo dai corti sperimentali, usavo ottiche anni ‘70 che davano una patina vintage e un taglio cinematografico ai miei video. Uno stile nuovo per quegli anni che ha funzionato. Continuo a citare scene di film cult nei miei lavori, è una mia cifra stilistica.

Come è cambiato il mercato dei videoclip?

Sebbene il panorama sia variegato i videoclip ancora resistono e continueremo a lavorare tanto. Il ruolo di YouTube in questo è fondamentale, contribuendo al conteggio delle visualizzazioni per l’assegnazione dei dischi d’oro e di platino, include anche i videoclip nel conteggio che certifica il successo dei brani. Questo ha dato un nuovo slancio al mercato. Il problema è l’IA che potrebbe destabilizzare tutto, ma ancora non si è così liberi di utilizzarla. Le etichette, non essendoci una precisa regolamentazione, sono attente a non violare il copyright e per questo si limitano nell’uso.

Videoclip, documentari… quali sono i suoi prossimi progetti?

Ora, mi sento pronto per fare un passo importante, il mio esordio nel cinema. Sto scrivendo due sceneggiature e lavoro alla mia opera prima.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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