Annalisa De Simone: con il romanzo ‘Ingrata’ parla del potere sognato dalle donne

Annalisa De Simone

Annalisa De Simone racconta trent’anni di storia attraverso gli occhi di una protagonista che si trasforma tra ambizione e cadute.

Il mondo della politica, Tangentopoli ma anche l’evoluzione del potere dagli occhi di una ragazza che diventa piano piano donna e si plasma tra le linee del suo tempo. Nel nuovo libro di Annalisa De Simone, scrittrice e producer di famose serie tv italiane, si fotografa uno scorcio tutto italiano dell’ambizione femminile.

Nel suo romanzo ‘Ingrata’ intreccia l’evoluzione personale della protagonista con quella del nostro Paese, a partire dagli scandali e dalle tensioni di Tangentopoli. Perché ha scelto di raccontare proprio questo periodo storico?

‘Ingrata’ non è un romanzo politico, ma la politica è l’orizzonte che plasma i destini dei protagonisti: una donna di provincia che sogna la ribalta, Letizia, e un uomo che dalla provincia è arrivato a Roma, Tonino Giuliante, e che la ribalta l’ha conosciuta diventando un importante dirigente del sindacato. L’arco narrativo è lungo trent’anni. La protagonista cresce, vede le proprie preghiere esaudirsi, nel frattempo sbaglia, si pente. Anche Giuliante raggiunge i suoi desideri di rivalsa, prima di essere travolto da una rovinosa caduta.

Se ho scelto di aprire il romanzo nel ’92 è perché, attraverso Giuliante, primo sindacalista socialista poi segretario di partito, il PSI si fa specchio di un’Italia che ha creduto di poter cambiare ma che si è risvegliata più fragile. Giuliante e Letizia sono figlio e nipote di un Paese, il nostro, che ha smarrito i suoi punti di riferimento e che, dopo la fede in un progresso laico, conosce un forte sentimento di sfiducia e si apre al vuoto.

In che modo il libro riflette sulla condizione femminile nel tempo?

Il libro dà voce a una donna che sogna il potere maschile perché sono gli uomini, all’epoca, a ricoprire i ruoli che contano. Ma l’ambizione della protagonista non è un’ambizione femminile, direi che si tratta di ambizione e basta. Mi interessava raccontare la storia di una donna che raggiunge i propri desideri: gettare un lumicino sulle emozioni contrastanti che a volte si legano ai sogni compiuti. Letizia ottiene ciò che vuole, e cioè il potere, ma forse si rende conto che quel desiderio aveva a che fare in parte con l’illusione e con l’inganno.

Che visione del potere emerge?

Umana. C’è sempre una storia dietro alle nostre smanie: un racconto che dà contorno agli assilli. La parabola di Letizia è quella di un’orfana convinta che il potere e il successo possano considerarsi come una sorta, non tanto di ricompensa, ma di autodifesa: dalla solitudine e dall’abbandono. Letizia guarda al potere come a una forma di controllo sulle cose, e dunque sulla vita con i suoi dolori.ù

Quanto incidono ancora gli stereotipi di genere sulla credibilità delle donne in politica?

Più che gli stereotipi di genere che nel dibattito pubblico incontrano, grazie alla sensibilizzazione sul tema, una giusta resistenza ormai, a incidere è ancora il maschilismo. Le donne in politica sono credibili oppure no tanto quanto gli uomini, dipende dal loro percorso, dalla validità delle loro idee, e dal modo che hanno di raccontarle. Ciò che non cambia, però, sono le opportunità che vengono date alle une e agli altri.

E non si può avere come punto di riferimento una donna combattiva come Giorgia Meloni, che ha lottato in solitaria per ottenere forza e consensi ed è diventata la prima Presidente del Consiglio donna. Il progresso, su questo punto, si deve valutare su chi non ha quel carattere lì, e cioè sulle seconde file. Quanta credibilità hanno le donne e gli uomini da un certo livello in giù? La distribuzione del credito è uguale fra uomini e donne? La risposta è no, non ancora.

Come pensa si possono incoraggiare più donne a partecipare attivamente alla vita politica?

Investendo nella scuola e nella cultura. La soluzione è sempre quella: lo studio che rende autonome, l’offerta culturale che rende libere.

 Lei, oltre ad essere una scrittrice, è anche producer di importanti serie tv.  Come si intrecciano, nella sua esperienza, questi due mestieri?

Perfettamente: la scrittura è un mestiere solitario, mentre la televisione di gruppo. Questo mi permette di aprirmi al mondo quando la tendenza è quella di chiudermi e poi di chiudermi quando, dopo essermi aperta al mondo, sento che i miei confini si stanno assottigliando.

A parte la necessità di mantenermi, poi, c’è di più. Sono convinta che a uno scrittore faccia bene confrontarsi con altro, allontanarsi dalla scrivania e prendersi cura di progetti che non siano il proprio libro. Lo diceva bene Elsa Morante: uno scrittore ha a cuore tutto, tranne la letteratura.

Quali temi crede sia importante trattare nei libri e in tv?

Non mi interessa il cosa, ma sempre il come. Per me una tematica vale l’altra e, anzi, ho sempre paura di chi si arroga il diritto di farci sapere cosa sarebbe meglio raccontare e cosa no. Il discrimine semmai è come lo si racconta, la qualità che si riesce a raggiungere.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)

Philip Morris 07/2026
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