Per la prima volta, gli Stati Uniti non hanno inviato una delegazione alla COP, la conferenza delle Nazioni Unite in cui i Paesi presentano i propri piani d’azione per contrastare il cambiamento climatico. La decisione arriva dopo il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi a gennaio, quando Trump lo ha definito “ingiusto” e “sbilanciato”, tirando così fuori dalla lotta climatica il maggiore emettitore storico al mondo. Tuttavia, secondo i leader dell’industria green, la diplomazia climatica è tutt’altro che finita.
“Quando c’è un vuoto, qualcosa o qualcuno lo riempie. Nel campo della leadership climatica vediamo ora molti Paesi del Sud globale farsi avanti”, ha affermato Faroze Nadar, direttore esecutivo dell’Un Global Compact Network Malaysia and Brunei, durante il Fortune Innovation Forum a Kuala Lumpur, in Malesia.
Nadar ha richiamato l’attenzione sull’attuale COP30 di Belém, in Brasile, osservando che molti dei padiglioni più importanti provenivano da Paesi asiatici, con una presenza particolarmente significativa della Cina. “La diplomazia climatica oggi è trainata soprattutto dai cinesi”, ha detto. Gli altri relatori hanno concordato, sottolineando che la Cina non si limita a partecipare ai negoziati globali, ma sta portando avanti azioni concrete.
Alla COP la superpotenza orientale guida la transizione
La superpotenza orientale sta infatti guidando la transizione energetica globale, espandendo la produzione e riducendo i costi delle energie rinnovabili. La Cina produce il 90% dei pannelli solari mondiali, il 60% delle turbine eoliche, l’85% delle celle per batterie e domina il mercato dei metalli delle terre rare.
Nonostante il disimpegno di Trump, l’influenza degli Stati Uniti nei negoziati sul clima non è del tutto scomparsa: una folta delegazione di rappresentanti statali e locali – tra cui il governatore della California Gavin Newsom – si è comunque recata in Brasile per la COP.
Accanto ai governi, anche le imprese hanno un ruolo decisivo. “La nuova economia si costruirà sul movimento climatico: per questo ha senso, dal punto di vista del business, farne parte”, ha affermato Nadar. “E le aziende sono gli stakeholder più semplici con cui lavorare, perché parlano un linguaggio comune: quello della redditività.”
Un vantaggio strategico per le imprese
Nadar ha spiegato che l’Un Global Compact Network Malaysia and Brunei collabora spesso con Sarawak Energy, il maggior produttore di energia verde della Malesia, per iniziative di sostenibilità aziendale.
L’investimento nell’azione climatica dovrebbe essere presentato come un vantaggio strategico per le imprese, non come un costo. Il green premium – il sovrapprezzo legato alla sostenibilità – è solo temporaneo, ha ricordato Staton. “Più si costruisce e più si scala, più queste soluzioni diventano economiche: è così che il green premium si azzera”, ha detto.
Aiying Wang, presidente e Ceo per Greater China, Sud-est asiatico e India di Envac Ab, ha confermato questa visione, sottolineando l’importanza della scala. Le tecnologie e le infrastrutture verdi, ha detto, devono poter crescere affinché le aziende possano “fare la cosa giusta” e investirvi senza sacrificare la redditività.
L’articolo originale è disponibile su Fortune.com.
