Per decenni, le aziende asiatiche hanno guardato alla Borsa di New York o al Nasdaq come tappa obbligata per il debutto sui mercati pubblici. Il colosso tecnologico del Sud-est asiatico Sea, ad esempio, si è quotato al NYSE nel 2017. Più recentemente, anche la piattaforma di viaggi Klook, con sede a Hong Kong e Singapore, ha presentato domanda di quotazione a NY. “Storicamente siamo stati dominati da un unico grande mercato dei capitali: gli Stati Uniti e Wall Street”, ha dichiarato Vikram Lokur, Ceo di Morgan Stanley Investment Management per Singapore.
Ora però lo scenario potrebbe cambiare, con un numero crescente di aziende che valuta la possibilità di quotarsi in mercati al di fuori degli Stati Uniti. “Credo stia iniziando un’era che potremmo definire la ri-globalizzazione dei poli regionali”, ha aggiunto Lokur.
Hong Kong e le doppie quotazioni
Hong Kong, ad esempio, ha registrato un forte aumento delle doppie quotazioni nell’ultimo anno: da un lato le società cinesi già quotate nella Cina continentale interessate ad accedere a capitali internazionali, dall’altro le aziende cinesi quotate negli Stati Uniti alla ricerca di un canale diretto verso gli investitori domestici. In parallelo, diverse borse asiatiche hanno avviato iniziative per incentivare gli investimenti interni.
“In passato dipendevamo molto di più dal capitale estero, ma oggi molto meno”, ha spiegato Jason Saw, responsabile investment banking di CGS International Securities. “La Malesia ospita uno dei principali fondi pensione della regione e la Monetary Authority of Singapore ha lanciato un programma da 5 miliardi di dollari di Singapore (3,8 miliardi di dollari USA) destinato al mercato locale. È evidente una tendenza dei governi a spingere i fondi verso investimenti domestici”.
Parallelamente, alcuni governi, in particolare quello giapponese, stanno portando avanti importanti riforme della governance aziendale per migliorare la trasparenza e aumentare il valore per gli azionisti. Il successo del Giappone, con il Nikkei 225 ai massimi storici, sta spingendo anche Corea del Sud, Singapore e Malesia a introdurre programmi simili.
La situazione resta comunque complessa. “C’è un cauto ottimismo”, ha affermato Yuelin Yang, membro del board dell’Asian Corporate Governance Association. “Ma problemi come le partecipazioni incrociate tra aziende o il tunnelling continuano a creare differenze rilevanti tra i vari mercati”.
Un unico blocco?
I singoli mercati del Sud-est asiatico non possono competere, da soli, con la profondità di capitali istituzionali e retail disponibili negli Stati Uniti o in Cina. Ma, secondo Saw, l’intera area ASEAN potrebbe avere una massa critica sufficiente per diventare un player di livello globale. “Sono molto ottimista sul potenziale di capitale dell’ASEAN e sulle opportunità di integrazione. Se riuscissimo a mettere insieme queste risorse e presentarci come un unico blocco, avremmo una forza davvero significativa”, ha affermato.
Dopo anni di debolezza, il mercato delle IPO nel Sud-est asiatico sta mostrando segnali di ripresa. Secondo Deloitte, i proventi complessivi delle nuove quotazioni nella regione sono aumentati del 53% dall’inizio dell’anno, con particolare dinamismo nel real estate, nei servizi finanziari e nei beni di consumo. Tuttavia, la scelta della piazza di quotazione potrebbe diventare sempre meno centrale in futuro, grazie a nuove tecnologie e servizi che permettono agli investitori di accedere ai mercati globali con maggiore facilità. “Per molte aziende del secolo scorso, la domanda chiave era: dove quotarsi? Nel prossimo secolo la domanda sarà: come connettersi?” ha concluso Lokur.
L’articolo originale è disponibile su Fortune.com

