Il costo della frammentazione nella difesa: la spesa aumenta, ma non la capacità.
L’Europa sta spendendo tanto, ma non in maniera integrata: l’aumento del budget militare non si sta traducendo automaticamente in maggiore capacità di difesa e questo finora è il grande cruccio.
Gli eserciti europei utilizzano finora 15 modelli di carri armati diversi, sistemi d’arma e munizionamento non interoperabili e filiere di produzione separate. Questa frammentazione moltiplica i costi, riduce l’efficienza e ostacola la costruzione di una vera strategia comune.
Con l’aumento del bilancio previsto dagli impegni Nato la questione centrale sarà dove e come acquistare le nuove armi. Oggi circa tre quarti dei contratti europei riguardano prodotti fabbricati fuori dall’Unione, in larga parte negli Stati Uniti. Dunque, spendiamo per arricchire un nostro alleato strategico, certo, che però può avere ambizioni diverse dalle nostre, forse anche interessi divergenti.
Il rischio è di ripetere ciò che è avvenuto con l’energia durante la crisi del gas, quando la risposta all’emergenza ha aumentato la dipendenza esterna invece di ridurla. Per invertire questa tendenza la Commissione Ue ha lanciato il programma Safe, che mette a disposizione fino a 150 mld in prestiti a lungo termine per finanziare investimenti congiunti in capacità militari europee.
Nasce con l’obiettivo di rendere più conveniente e rapida la cooperazione industriale, creando economie di scala e rafforzando la base tecnologica comune della difesa. “Se gestito con una logica di approvvigionamento coordinato, questo strumento potrebbe trasformare la spesa in un volano per la produttività interna e la sovranità strategica dell’Unione”, dice Alessandro Tommasi, alla guida della società di advocacy Future Proof of society.
Ma gli interrogativi sono tanti. Partiamo dall’esempio dei droni. Per contenere la minaccia dei velivoli russi a guida autonoma, che costano tra i 25mila e i 50mila euro l’uno, l’Europa sta schierando una potenza economica non comparabile. Ciò ci dice molto della nostra inerzia.
I Paesi Nato, per contrastare questi attacchi ibridi che stanno mettendo fuori gioco alcuni aeroporti costretti ad interrompere il traffico aereo, hanno schierato tra Polonia e Paesi baltici una forza aerea composta di Awacs da trecento milioni, F-35 da almeno cento milioni e F-22 da 350 milioni di dollari l’uno.
Il problema è che nella guerra moderna i sistemi d’attacco – dai droni, ai missili da crociera, ai missili balistici – costano una frazione di quelli di difesa. Una batteria antimissile di Patriot americani o di Samp-t italo-francesi può richiedere un miliardo, ma serve per fermare missili da poche migliaia di euro.
Nel 2024 le fabbriche russe sono arrivate a produrre 4,5 milioni di colpi d’artiglieria (tipicamente di 152 millimetri) al costo medio di circa mille dollari a pezzo. Nel frattempo, nello stesso anno, Europa e Stati Uniti insieme hanno prodotto 1,3 milioni di colpi al costo di quattromila dollari al pezzo, con punte di cinquemila. Ciò si spiega col fatto che il Cremlino è passato da anni a un’economia di guerra.
E produce l’acciaio, il ferro e l’energia che le sue fabbriche di armi ricevono a prezzi irrisori. L’azienda occidentale che sta aumentando di più la produzione è la tedesca Rheinmetall, che ha appena costruito una joint-venture con l’italiana Leonardo per la realizzazione di carri armati. Ma i nostri costosissimi piani europei per tank, mezzi pesanti o aerei caccia rischiano di essere maturi tra anni e di nascere vecchi.
Peccato che nessuno li usi più nel conflitto russo-ucraino, perché non resisterebbero sul campo di battaglia. Il futuro della guerra sarà drone contro drone, in sistemi di difesa aerea automatici. E l’Europa è in grande ritardo. Il produttore del Termit, una start-up di nome Tencore, nell’estate del 2024 aveva solo pochi modelli-pilota e cercava in Europa un partner industriale per crescere.
Non lo ha trovato, perché le grandi aziende hanno pensato non fosse un prodotto all’altezza. Ma Termit ha trovato un finanziatore negli Stati Uniti (il fondo Mits Capital) e ora i suoi modelli si trovano ovunque sulla linea del fronte in Donbass. A combattere con i droni oggi è solo il 25% delle unità dell’esercito di Kiev, al quale si deve il 75% dei bersagli colpiti.
Così quando diciannove droni russi sono entrati in territorio polacco, missili aerotrasportati della Nato dal costo di tre milioni l’uno hanno dato la caccia a quei piccoli oggetti volanti di Mosca e ne hanno abbattuti solo tre. Gli intercettori ucraini invece costano settemila euro a pezzo e colpiscono decine di bersagli aerei russi ogni notte. Ad aiutarli è una rete di sensori al suolo piantati su buona parte del territorio ucraino, per tracciare dal rumore i velivoli russi senza pilota che volano sotto ai radar. Per i droni d’attacco a lunga gittata invece l’Ucraina ha stretto accordi con due società di localizzazione geospaziale da satellite – la finlandese Iceye e l’americana Planet – in modo da fissare con precisione le coordinate dei bersagli in territorio russo.
L’Ucraina è passata da zero droni prodotti nel 2021, a 2,2 milioni di droni nel 2024, 3,5 milioni quest’anno e ha una previsione fra sei e sette milioni il prossimo. Nel settore privato lavorano alla Difesa ottocento imprese, più altre 2.500 startup. L’uso di sistemi autonomi – senza pilota umano a distanza – migliora d’altronde del 30% la precisione degli attacchi.
Ora Kiev possiede una banca dati di milioni di video di combattimento. Conservata in una località segreta: solo su di essa si possono addestrare i sistemi di intelligenza artificiale da integrare nei droni per la prossima generazione di velivoli senza pilota. Una analoga l’hanno accumulata i russi. Ed è ormai a disposizione della Cina, che affina le proprie tecnologie di guerra e le migliora studiando i droni ucraini caduti nei territori controllati da Mosca. Noi siamo in disparte.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)

