Giustizia e intelligenza artificiale: il confine invalicabile tra algoritmo e responsabilità

justice ai

“Everybody wants to rule the world”, cantavano i Tears for Fears nel 1985. Oggi, a voler governare il mondo, sembra essere l’intelligenza artificiale. O almeno, c’è chi vorrebbe affidarle sempre più spazi decisionali, anche in ambiti dove la neutralità, il contesto e il giudizio umano non sono opzionali, ma essenziali.

Professioni come quelle dell’avvocato, del magistrato e, più in generale, di chi opera nella giustizia e nella legalità, stanno affrontando una sfida senza precedenti, ovvero integrare gli strumenti di intelligenza artificiale nel proprio lavoro senza smarrire il ruolo critico e umano che ne costituisce l’essenza.

Il confine però tra supporto tecnico e sostituzione di responsabilità è oggi pericolosamente sottile. Conviene quindi partire subito da un punto fermo: l’intelligenza artificiale non è, e non sarà mai, un viatico per acquisire certezza giuridica o per gestire il rischio legale. Non perché sia inefficace. Al contrario, è uno strumento straordinariamente potente, capace di processare enormi volumi di dati, individuare pattern, produrre analisi e documenti con sorprendente velocità. Ma resta uno strumento e ciò che sembra una decisione ragionata è in realtà il risultato di un calcolo statistico, una stima probabilistica basata su correlazioni, dati di addestramento e modelli algoritmici.

Ed è qui che nasce il problema, non tanto nel rischio della fallibilità tecnica del modello di AI, ma nella tentazione della delega implicita all’algoritmo che può deresponsabilizzare il giurista e, nel tempo, indebolirne la capacità critica di valutare situazioni complesse con la lente severa del diritto. Per questo, affidarsi con leggerezza d’animo alla valutazione della macchina non sarebbe accettabile, né giuridicamente né deontologicamente. Anzi, più ci affidiamo alla macchina, più la nostra responsabilità si intensifica.

Non è retorica tecnofobica ma una verità giuridica sostanziale perché utilizzare sistemi di AI in ambito legale implica una responsabilità vigilante e oggettiva, paragonabile a quella prevista per chi esercita attività intrinsecamente pericolose o si avvale di ausiliari e collaboratori.

Gli esempi non mancano. In Italia e all’estero, diversi avvocati sono stati sanzionati per aver depositato atti difensivi contenenti precedenti giurisprudenziali inventati da ChatGPT, senza averne verificato l’autenticità. Un errore che mette in discussione non solo la loro diligenza, ma la stessa affidabilità del giudizio, con conseguenze processuali e deontologiche di profondo impatto.

Molti sistemi di AI impiegati in studi legali, amministrazioni o aziende operano come black box, basati su modelli di deep learning che producono risultati sofisticati ma opachi, senza possibilità di risalire alla logica che li genera. È il caso del sistema COMPAS, utilizzato negli Stati Uniti per stimare la recidiva e basato su un algoritmo che, per un bias originario, discriminava sistematicamente i detenuti afroamericani, senza che fosse possibile ricostruire o contestare i criteri decisionali.

Ma se la giustizia si fonda sull’inspiegabile, cosa resta dello Stato di diritto? La politica normativa ha iniziato a rispondere. Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act), pubblicato nel luglio 2024 e in vigore dal prossimo agosto 2026, classifica i sistemi in base al rischio e impone requisiti severi per quelli utilizzati in ambito legale o giudiziario: registrazione in un database europeo, valutazione d’impatto preventiva, auditabilità tecnica, trasparenza operativa e supervisione umana attiva.

In Italia, la Legge 23 settembre 2025, n. 132, entrata in vigore l’11 ottobre, recepisce e rafforza l’impianto europeo. Prevede che l’uso dell’intelligenza artificiale nelle professioni regolamentate sia ammesso solo come strumento ausiliario, mai sostitutivo del contributo intellettuale e critico del professionista.

La norma introduce anche un principio di trasparenza verso clienti e cittadini, che devono essere informati in modo chiaro sull’eventuale uso di sistemi AI, a tutela del rapporto fiduciario e della reale protezione dei diritti.

Analogamente, l’intelligenza artificiale potrà entrare nei tribunali solo con funzioni organizzative o di supporto gestionale, per esempio nella programmazione delle udienze o nella gestione documentale, mentre la valutazione delle prove e l’assunzione delle decisioni resteranno riservate al magistrato, in piena adesione al principio di terzietà e responsabilità personale del giudice.

Il quadro normativo è dunque chiaro: l’intelligenza artificiale non può essere il volto della giustizia. Può essere un ausilio, mai un sostituto. E ogni suo impiego implica un innalzamento della soglia di vigilanza e consapevolezza da parte del giurista.
Perché il diritto non è fatto solo di norme e dati, ma di contesti, eccezioni, valori. La regola cambia sfumatura a seconda dell’ambito, la norma si interpreta, il precedente si valuta, le prove si apprezzano. Tutte operazioni che nessuna macchina può compiere con responsabilità e consapevolezza.

Viviamo, però, in un tempo in cui l’efficienza tecnologica rischia di sopraffare la prudenza, e in cui il mito dell’automazione può farci dimenticare che l’intelligenza artificiale non è per nulla intelligente, è solo artificiale.

Insomma, nel diritto, nella compliance, nella giustizia, non possiamo permettere decisioni statistiche spacciate per verità assolute. Non possiamo accettare che la logica della probabilità sostituisca quella della responsabilità. Perché la macchina non sarà mai chiamata a rispondere davanti alla legge. Lo sarà sempre l’essere umano.

Ed è così che deve essere perché la giustizia è materia umana, concepita per essere esercitata da uomini, per altri uomini, e in nome del Popolo. Il futuro del diritto, semmai, sarà quello di formare giuristi capaci di comprendere l’AI senza subirne passivamente la fascinazione.

 

 

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.