La leadership al femminile secondo Laura Ramaciotti

Laura Ramaciotti

In Italia le donne rappresentano solo il 17% dei ruoli esecutivi nelle aziende. La storia di Laura Ramaciotti è quella di una battaglia silenziosa contro i pregiudizi legati ai ruoli apicali.

Quando Laura Ramaciotti ha iniziato il suo percorso accademico, forse non immaginava che sarebbe diventata la prima donna rettrice nella storia dell’Università di Ferrara. Non solo: è la seconda donna a guidare la Crui (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), dopo Giovanna Iannantuoni. In Italia, secondo i dati più recenti dell’Osservatorio Sda Bocconi, le donne occupano solo il 17% dei ruoli esecutivi nelle aziende, con una presenza particolarmente limitata in funzioni strategiche e di business.

Questo dato si confronta con percentuali più alte in altri Paesi europei come la Francia (32%), il Belgio (24%) e la Germania (23%). Sempre nel Belpaese, solo il 7% dei Ceo è donna e un’impresa su cinque non ha nessuna figura femminile in posizioni executive.

La disparità si riflette anche nel mondo accademico: sebbene oltre il 50% degli iscritti universitari e dottorandi sia formato da donne, la loro presenza diminuisce progressivamente nelle carriere, con solo il 43% tra i professori associati e una quota ancora più ridotta ai vertici accademici.

La storia di Ramaciotti è quella di una battaglia silenziosa contro pregiudizi, affrontati con rigore, ricerca e impegno. Ogni ostacolo è diventato per lei una spinta a farsi guida e ispirazione in un contesto dove la leadership femminile, pur essendo una questione recente, è ormai indispensabile.

Quali sfide ha dovuto affrontare come donna in posizioni di vertice e come le ha superate?

La sfida principale è stata quella del pregiudizio. Quando mi sono candidata per la corsa al rettorato di Ferrara diversi colleghi mi hanno rivelato di essere a disagio nel votare una donna. Che fino a quattro anni fa la riflessione di scienziati, per di più nel tempio del pensiero critico e dell’innovazione, fosse ancora ferma su posizioni simili è stato sinceramente avvilente. Per le donne vale ancora l’inversione dell’onere della prova.

Non devono dimostrare di avere capacità, ma che non sia vero il contrario. Anche se scienziate di rilievo internazionale hanno rappresentato un faro nella notte, nel mio percorso professionale prevalgono inevitabilmente le figure maschili.  Fra tutte, un posto di rilievo l’ha occupato Patrizio Bianchi, il mio maestro accademico, la cui vivacità intellettuale, coraggio di mettersi in gioco e capacità di visione oltre i confini del presente hanno stimolato il mio lavoro negli anni.

Come vede l’evoluzione del rapporto tra università, imprese e pubblica amministrazione nel contesto della nuova economia digitale?

Se dovessi riassumere la risposta in una parola direi: imprescindibile. Non a caso si tratta del cuore della ‘terza missione dell’università’, nata accanto alle due principali (formazione e ricerca) e indirizzata ad alimentare il circolo virtuoso dell’innovazione, con l’università che ascolta le esigenze di imprese e le istituzioni di governo, ai vari livelli, che forniscono strumenti per poter elaborare soluzioni ad hoc che vengano ‘valorizzate’ dal tessuto produttivo.

Lei è la prima donna nella storia dell’Università di Ferrara. Cosa significa questo traguardo?

Tanto una sfida quanto una responsabilità. Mi piacerebbe che studentesse e giovani ricercatrici prendessero atto del fatto che, oltre alla ‘missione disciplinare’ che ognuna stabilisce per sé studiando, le donne non devono aver paura ad aspirare a ruoli di leadership e devono poter avere pari accesso dei colleghi. Contribuendo alla guida e alla cultura delle organizzazioni, con capacità e punti di vista diversi e complementari a quelli tradizionalmente maschili. Questo mio desiderio di rettrice si fa ancora più intenso – e probabilmente più gravoso – ora che i colleghi rettori mi hanno eletto alla guida della Crui.

Qual è la missione di questa cattedra e il suo impatto concreto?

Per quanto riguarda l’Università di Ferrara: farla crescere e consolidare il ruolo strategico di tutte e tre le sue missioni – offerta formativa e metodologie didattiche all’avanguardia, filoni di ricerca sfidanti, ricadute sull’ecosistema socioeconomico. Ciò valorizzando la tradizione e raccogliendo le sfide del presente, con una particolare attenzione agli scenari che si andranno delineando nel prossimo futuro.

Per quanto riguarda la Crui: collaborare in maniera costruttiva con tutti gli stakeholder istituzionali, in primis il ministero dell’Università e della Ricerca (Mur), per garantire al sistema universitario pilastri solidi sui quali fondare il rilancio necessario a soddisfare le esigenze degli studenti e della scienza al servizio della società.

Quali valori e competenze ritiene fondamentali per le future generazioni di leader che vogliono affermarsi nel campo economico e accademico?

Il mondo ormai corre a una velocità che aumenta secondo una progressione geometrica. Le transizioni in atto – tecnologica ed ecologica – e i rispettivi adattamenti sociali e culturali non rispondono più ai ritmi dell’uomo del ’900.

Diventa quindi fondamentale riuscire a esprimere in modo originale e innovativo almeno tre competenze: immaginare gli scenari futuri; mantenere approcci flessibili per adattarsi al cambiamento; coltivare il dialogo, tanto all’interno delle organizzazioni che fra queste e le istituzioni di riferimento, imparando che propositività e sintesi sono le chiavi indispensabili per un confronto fruttuoso.

Come possono l’istruzione e la ricerca universitaria ridurre le diseguaglianze e promuovere uno sviluppo sostenibile?

In due modi. Da una parte, garantendo parità di accesso alla formazione e alla ricerca, eliminando barriere di genere e di censo attraverso le diverse iniziative promosse dalle università – dal bilancio di genere alle misure sul diritto allo studio, per fare due esempi. Dall’altra, aggiornando costantemente la didattica, così da fornire agli studenti conoscenze e competenze all’avanguardia che agevolino il loro ingresso nel mondo del lavoro.

La promozione dello sviluppo sostenibile, invece, non è solo un ‘compito disciplinare’ – organico ormai alla didattica e alla ricerca – ma deve sempre più diventare matrice dell’operato territoriale degli atenei – ad esempio, attraverso la razionalizzazione dei consumi, l’edilizia responsabile o la promozione di campagne informative.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 9, anno 8)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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