Dopo il report sull’autonomia strategica italiana l’associazione ‘Futuri probabili’ lavora a uno studio sull’atomo. Parla il presidente Luciano Violante.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quello della Camera Lorenzo Fontana, il ministro della Difesa Guido Crosetto: pochi sono in grado di attrarre un pubblico del genere. C’è riuscito lo scorso giugno Luciano Violante, per la presentazione del rapporto ‘Per una strategia di sicurezza nazionale’ dell’associazione Futuri Probabili, creata e presieduta dalla fine del 2024 dallo stesso ex presidente della Camera. Violante spiega quale sarà il prossimo focus: l’energia, in particolare il nucleare.
Dopo il report sulla strategia di sicurezza nazionale come sta proseguendo il lavoro dell’associazione?
Il rapporto è stato accolto con grande interesse. Indica i campi da presidiare e gli obiettivi prioritari per la sicurezza nazionale. Ora abbiamo deciso di approfondire il tema dell’energia. L’idea iniziale era di pubblicare rapporti biennali, ma probabilmente saranno rapporti annuali. Anche se pochi lo sanno, noi siamo, dopo la Germania, il secondo produttore di competenze in questo campo.
Oggi bisogna spiegare che il nucleare non è più quello di decenni fa: ci sono due linee di ricerca, fissione e fusione, con rischi e potenzialità molto diverse. Questo nucleare non è alternativo alle altre fonti di energia pulita. Il mondo va in quella direzione: servono competenze, e dunque formazione. È importante che i giovani capiscano queste trasformazioni: ci sarà una forte domanda di professionisti in questo settore.
Il lavoro di ricerca di Futuri Probabili (associazione sostenuta da Fondazione Leonardo e Intesa Sanpaolo) diventa offerta formativa attraverso il legame con Multiversity (il polo delle università telematiche che raggruppa Pegaso, Mercatorum e San Raffaele, presieduto dallo stesso Violante, ndr). In che modo?
Lavorano con l’associazione anche i docenti di Multiversity. Cerchiamo di mettere in rete le migliori competenze delle nostre università e di molte altre università “tradizionali” con le nostre attività di ricerca e analisi.
Di fronte ai temi più urgenti individuati nel report va cambiata l’offerta formativa?
Abbiamo un calo demografico, una popolazione che invecchia e una dinamica migratoria che non premia la conoscenza. Produciamo pochi laureati: solo la Romania ne ha meno di noi. Eppure molte nostre università sono di alta qualità. Il problema è che il diritto allo studio non è garantito.
Le università digitali sono fondamentali per ampliare l’accesso al sapere a ceti sociali che non possono permettersi i costi del soggiorno nelle città ove hanno sede le migliori università tradizionali. Ma, naturalmente, devono offrire una formazione seria, come quella dei grandi atenei tradizionali.
Tornando al tema nucleare, quanto sarà collegato alla sicurezza nazionale?
Molto. Va curata la sicurezza fisica delle centrali, perché in caso di conflitto o di instabilità gli approvvigionamenti energetici sono i primi obiettivi. Lo abbiamo messo in evidenza nel rapporto: tutto il sistema energetico va protetto.
Nella guerra tra Russia e Ucraina si è visto chiaramente come l’attacco alle infrastrutture energetiche sia una componente strategica della competizione. Ci saranno audizioni con esperti e imprese. Sarà il primo passo per fare il punto sullo stato dell’arte.
Mettere in sicurezza un Paese occidentale comporta costi crescenti. Gli Stati europei sono preparati?
Stanno affrontando costi molto elevati, perché ciò che prima veniva curato dagli Stati Uniti oggi dobbiamo farlo da soli. E parlando di Difesa, il mercato delle armi è cambiato radicalmente: un carro armato che costa 10 mln di dollari può essere distrutto da un drone che ne costa 50mila.
La guerra russo-ucraina sarà un banco di prova per i conflitti del futuro. Il problema principale sarà mettere in sinergia tutti i sistemi di difesa dei Paesi europei.
Nel report parlate anche di minacce interne: in Italia vede anche segnali di tensione sociale in crescita?
No, ma di recente ho visto cartelli di imbecilli che recitavano: “la lotta armata inizia qui”. La lotta armata l’abbiamo già avuta, ed è costata migliaia di vittime. Su questo terreno bisogna essere uniti e fermissimi.
Nel momento in cui andiamo in stampa le tensioni internazionali sulle terre rare sono alle stelle (con la Cina che ha stretto sulle esportazioni). Che strade abbiamo? Anche per la ricerca di terre rare, il rapporto sottolinea l’importanza della subacquea.
Bisogna distinguere tra diversi tipi di terre rare, quindi bisogna valutare caso per caso. Mi piace citare il caso di una startup di Venezia (Rara Factory, ndr) che sta lavorando per produrne alcune artificialmente in laboratorio. Inoltre l’Europa ha avviato un programma per riaprire le miniere, e in Italia ci sono quelle nel Lazio e in Sardegna. Recuperare materiali che un tempo erano considerati scarti è oggi diventa una priorità strategica.
Fino a vent’anni fa il mare era visto solo come un luogo turistico, oggi è un’infrastruttura critica: i cavi per energia e comunicazioni passano sui fondali. Ma conosciamo solo il 20% dei fondali del Mediterraneo e il 10% dell’Atlantico, mentre sul Pacifico bisognerebbe capire cosa sta facendo la Cina. La mappatura del Mediterraneo deve costituire il nostro obbiettivo strategico.
Quando divenne presidente della Camera, pronunciò a Montecitorio uno storico appello per la riconciliazione tra sinistra e destra. Adesso in che fase siamo, da quel punto di vista?
Non mi pare ci sia attenzione per le ragioni dell’altro e viviamo una fase di scontro permanente. Oltretutto, e lo vediamo con le elezioni regionali, si vota continuamente. Questo esaspera i rapporti. In passato, anche tra avversari, c’era rispetto. C’era una specie di doppio standard; in Parlamento si lavorava per fare andare avanti il Paese, nelle piazze si competeva per il consenso.
Oggi i social hanno polarizzato il dibattito: ognuno dice la cosa più estrema per avere più like. Intanto la comunicazione digitale è profondamente alterata.
Siamo entrati nell’era della “guerra cognitiva”: attacchi che mirano a influenzare l’opinione pubblica. La Cina, solo tra settembre e dicembre 2024, ha investito circa 130 mln di dollari in queste operazioni. È la nuova frontiera del conflitto. Alcuni episodi di manipolazione – dalla Brexit, più recentemente la Romania – ci hanno insegnato molto. Ma resta un terreno rischioso.
Tempo fa il Capo di Stato Maggiore russo ha detto che i nemici non si guarderanno più negli occhi, combatteranno a distanza attraverso le tecnologie digitali e la deformazione dell’opinione pubblica del Paese ‘nemico’. La polarizzazione è evidente anche sul piano internazionale; siamo passati dal vecchio multilateralismo a un neobiporalismo con Russia Cina, Brics da una parte ed Europa, Stati Uniti, Israele e pochi altri Paesi liberaldemocratici dall’altra.
Cosa pensa dell’accordo Israele-Hamas?
Il documento di pace contiene molte ambiguità e la pacificazione è ancora lontana. È una situazione incerta.
Ma Trump meritava il Nobel?
Non è affar mio (ride, ndr).
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)

