Kevin Hassett, direttore del National Economic Council e attuale favorito per diventare presidente della Federal Reserve, ha sostenuto che l’ampio regime di dazi imposto dal presidente Donald Trump sta svolgendo un ruolo significativo nel contrastare il debito nazionale statunitense, oggi pari a 38.000 miliardi di dollari. Durante una conversazione con il miliardario David Rubenstein, cofondatore del Carlyle Group, Hassett ha affermato che il primo passo per affrontare il debito è ridurlo rispetto all’obiettivo prefissato: “E chiaramente lo stiamo facendo con le grandi riduzioni del deficit in questo momento”.
Hassett ha aggiunto di essere non solo ottimista sulla crescita economica, ma anche “sul fatto che abbiamo entrate dai dazi e molto più contenimento della spesa rispetto al passato”. Ha sottolineato che i dazi sono una parte importante della politica economica di Trump e che “gran parte delle entrate che arrivano al Tesoro” provengono proprio dai dazi. Hassett ha presentato i dazi come parte di una più ampia strategia di offerta, che a suo avviso può stimolare la crescita, ampliare la base fiscale e, nel tempo, alleggerire il peso del debito.
Appena il giorno prima, al DealBook Summit di New York, il collega di governo di Hassett, il Segretario al Tesoro Scott Bessent, aveva descritto le entrate derivanti dai dazi come più simili a un “cubetto di ghiaccio che si restringe” che a una soluzione fiscale duratura. Una posizione in linea con la recente stima del Congressional Budget Office, secondo cui il risparmio sul debito nazionale si è ridotto di 1.000 miliardi di dollari tra agosto e novembre, man mano che gli accordi commerciali hanno portato a un’aliquota tariffaria effettiva sempre più bassa. Pantheon Macroeconomics ha rilevato di recente che i dazi hanno generato 100 miliardi di dollari in meno rispetto alle iniziali attese della Casa Bianca, principalmente a causa del crollo delle importazioni dalla Cina.
È vero, comunque, che l’aumento delle entrate tariffarie dal 2024 al 2025 è considerevole, pari a circa tre o quattro volte il livello dell’anno precedente, secondo i calcoli del capo economista di Apollo Global Management, Torsten Slok, elaborati a settembre (come mostrato nel grafico sottostante). Ma l’affermazione di Hassett sul contenimento della spesa è stata contestata dagli osservatori di bilancio, in particolare dal Peter G. Peterson Institute e dal Committee for a Responsible Federal Budget. Il primo ha calcolato che la crescita del debito di 1.000 miliardi di dollari in soli due mesi rappresenta il ritmo più rapido mai registrato al di fuori del periodo pandemico.
Bessent ha difeso il regime tariffario durante un’intervista con Andrew Ross Sorkin del New York Times, affermando che i dazi stanno attualmente generando entrate consistenti e che sono “positivi per il lavoro”. Ha sottolineato che l’obiettivo finale non è finanziare in modo permanente il governo, ma riequilibrare il commercio e ricostruire la manifattura nazionale.
La Corte Suprema resta vigile sui dazi
Le dichiarazioni di Bessent e Hassett arrivano mentre la Corte Suprema sta valutando se Trump abbia ecceduto nei suoi poteri utilizzando l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 per imporre dazi molto più ampi rispetto ai precedenti presidenti. Bessent ha affermato mercoledì che, se la Corte dovesse annullare molte di queste tariffe, sarebbe “una perdita per l’amministrazione” e “una perdita per il popolo americano”.
Riguardo alla Corte Suprema, Hassett ha sostenuto che il ricorso a una legge sulle emergenze economiche è giustificato dai danni sociali causati da decenni di ampi disavanzi commerciali e dal peggioramento del benessere dei lavoratori americani, testimoniato anche dalle “morti per disperazione”, spesso legate al fentanyl. Hassett ha affermato che l’amministrazione è fiduciosa che la Corte Suprema confermerà l’uso dei poteri di emergenza da parte di Trump per imporre dazi all’import. Ha inoltre respinto l’idea che i dazi siano intrinsecamente inflazionistici, definendoli uno shock sui prezzi una tantum, e non un fattore persistente di aumento dell’inflazione, una valutazione condivisa da Bessent nella sua intervista con Ross Sorkin.
L’articolo originale è su Fortune.com
FOTO: Kevin Dietsch – Getty Images

