Anche quest’anno la Supercoppa italiana, in programma dal 18 al 22 dicembre, diventa la Supercoppa d’Arabia, visto che Napoli (vincitore dell’ultimo scudetto), Bologna (detentore della Coppa Italia), Inter (seconda in Serie A) e Milan (finalista sconfitto dagli emiliani) andranno a giocarsela, come nel 2024, nella città di Riad, al centro della penisola saudita.
Perché? Per ragioni di marketing, di promozione del calcio italiano all’estero, per “trasformare ogni partita in un evento globale”. Ma soprattutto per incassare i 23 milioni di euro offerti dagli arabi alla Lega, che ne trattiene 6,8 nelle sue casse e ne destina così i restanti alle quattro partecipanti: 8 alla vincitrice, 5 alla finalista e 1,6 a testa alle due semifinaliste sconfitte. Più i ricavi dagli sponsor.
Responsi che usciranno dal seguente calendario: il 18 dicembre sfida tra Napoli e Milan, il 19 Bologna-Inter e il 22 finalissima tra le vincitrici. Tutte le partite si giocheranno alle ore 20 italiane.
Un accordo da 4 edizioni in 6 anni
L’accordo tra la Lega di Serie A e l’Arabia Saudita è stato siglato nel 2023 e prevede che nell’arco di sei edizioni quattro vengano disputate a Riad, per un compenso complessivo di 92 milioni di euro. Accordo che ha portato anche alla modifica della struttura della competizione, non più con una finale secca tra le vincitrici di campionato e coppa nazionale, com’è stato per 36 edizioni (dal 1988 al 2022), ma con un mini torneo a quattro partecipanti, includendo anche le secondo piazzate dei due tornei. Più partite per più proventi, quasi triplicati rispetto alla precedente formula.
Non risale al 2023, comunque, l’usanza di esportare questa competizione all’estero. Anzi, ormai è diventata una consuetudine dal 1993, quando s’è giocata Milan-Torino negli Stati Uniti alle altre edizioni disputate oltre confine, per un totale di 15 con questa: due in America, una in Libia, due in Qatar, quattro in Cina e adesso sei appunto in Arabia Saudita. Qualche esempio di montepremi? Nel 2011 Pechino valse 3,5 milioni di euro ciascuna a Milan e Inter, comprensivi di diritti Tv e sponsorizzazioni, mentre nel 2014 Juventus e Napoli si portarono a casa dal Qatar 1,85 milioni di euro a testa.
Polemiche
Il tema del calcio italiano esportato all’estero, in barba ai tifosi che non possono permettersi trasferte così lontane e spesso fanno fatica pure a seguire le partite alla televisione dati i fusi orari sfasati, ripropone però puntualmente, ogni volta che ci si avvicina alla competizione, polemiche su che cosa debba rappresentare il pallone per il Paese, se lo sport nazionale da vivere con la bandierina allo stadio, oppure un business da esportare per finanziare un sistema che si auto rincorre.
Polemiche quest’anno più vive che mai, alimentate dalla chiacchierata ipotesi, al momento quasi tramontata, di disputare Milan-Como di campionato, l’8 febbraio 2026, a Perth in Australia. Un “esperimento” e una “occasione per espandere il brand”, secondo la Lega Serie A, peraltro giustificati dall’indisponibilità per quel giorno di San Siro, impegnato nell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali. E che porterebbe un indotto, secondo Calcio&Finanza, di 12 milioni di euro, di cui 3-4 copriranno le spese e 8-9 da destinare a rossoneri, lariani e, in misura minore, alle altre 18 squadre di A per aver appoggiato l’iniziativa.
Il progetto sembrerebbe al momento saltato a causa delle stringenti condizioni che avrebbero posto l’Asian Football Confederation e Football Australia, che sono andate ad aggiungersi alle rimostranze dei calciatori, perplessi dal dover fare 13mila km e venti ore di viaggio per giocare una partita “in casa”, e ai dubbi della stessa Uefa, che avrebbe concesso la delega con riluttanza. Ma questa è un’altra storia, adesso c’è la Supercoppa: le quote danno favorita l’Inter, abbastanza lontani Napoli e Milan (quasi alla pari) e per ultimo il Bologna.

