Il digitale ridisegna la figura professionale dell’agricoltore e aumenta l’efficienza nel settore primario.
Tra robotica, sensoristica e intelligenza artificiale il settore dell’Agritech continua a crescere in Italia. Il mercato oggi, nonostante la presenza di aziende agricole di piccole dimensioni e una visione culturale ancora da sviluppare, nel nostro Paese vale già 2,3 mld di euro.
L’utilizzo di soluzioni all’avanguardia permette, infatti, di trasformare il lavoro nei campi, ridurre gli sprechi e migliorare la sostenibilità della nostra agricoltura. Ne abbiamo parlato con Roberto Mancini, amministratore delegato di Diagram Spa.
Come si sta sviluppando il settore dell’Agritech in Italia?
Il settore dell’Agritech nel nostro Paese presenta dinamiche simili a quelle del resto d’Europa. Il mercato vale oggi circa 2,3 mld di euro, un dato in leggero calo rispetto all’anno precedente: non è un’inversione di tendenza, ma il risultato del consolidamento di alcune tecnologie e della crescita di altre, come i modelli predittivi e l’intelligenza artificiale. L’agritech, infatti, comprende un insieme molto ampio di soluzioni che passano dall’IoT, alla robotica, fino ad arrivare alla sensoristica, software e piattaforme di gestione agricola e l’Italia è considerata un mercato avanzato nel continente. Tuttavia, il tasso di adozione resta limitato: solo 2 milioni di ettari su 12 sono oggi coperti da strumenti digitali, un dato nettamente inferiore a quello di Paesi come Stati Uniti, Cina o Brasile, dove le superfici più estese facilitano l’impiego di tecnologie evolute.
Quali sono le ragioni dietro questa lentezza nell’adozione?
Le cause sono sia culturali sia strutturali. La dimensione media delle aziende agricole italiane è ridotta, circa 11 ettari, e ciò rende più difficile investire in tecnologie avanzate. Inoltre, l’età media degli agricoltori è elevata e non sempre c’è una visione imprenditoriale orientata alla trasformazione digitale. L’Italia, comunque, non è un’eccezione: Francia, Spagna e Germania mostrano dinamiche simili. L’accelerazione può arrivare soprattutto attraverso due leve: la Pubblica amministrazione, che incentiva e utilizza la tecnologia, e le grandi filiere agroalimentari che impongono standard stringenti su qualità, tracciabilità e sostenibilità.
Quali sono le tecnologie che stanno trasformando maggiormente il settore?
La robotica e la sensoristica sono le prime a emergere per immediatezza e capacità di impatto. I sensori raccolgono dati da immagini satellitari, droni, centraline in campo e macchinari agricoli; questi dati permettono di modellare lo stato delle colture e dei terreni. L’intelligenza artificiale potenzia enormemente questi strumenti: grazie a modelli sofisticati si possono prevedere rese, stimare consumi, individuare con anticipo rischi fitosanitari. La guida autonoma delle macchine agricole è già molto diffusa, mentre i software di gestione integrano processi, dati e attività operative, facilitando l’adozione delle pratiche di precision farming. L’obiettivo è sempre lo stesso: aumentare produttività e sostenibilità riducendo gli sprechi di acqua, fertilizzanti, carburante ed energia.
Che ruolo gioca l’intelligenza artificiale in questo processo?
L’AI accelera e migliora ciò che già esisteva, rendendo più precisi ed efficaci i modelli agronomici. Ad esempio, consente di intercettare una malattia su un vigneto alcuni giorni prima che sia visibile a occhio nudo, permettendo interventi localizzati e meno invasivi. Questo si traduce in risparmi economici, minore uso di chimica e maggior tutela dell’ambiente. L’intelligenza artificiale non sostituisce il lavoro dell’agricoltore, ma lo supporta con strumenti decisionali più accurati.
Ci sono differenze tra Nord e Sud Italia nell’adozione dell’agritech?
Sì, ma sono principalmente legate alla distribuzione della produzione agricola. Il Nord concentra oltre metà della produzione nazionale e, di conseguenza, anche gli investimenti e l’adozione delle tecnologie sono maggiori. Questo però non significa che il Sud sia fermo: al contrario, ospita eccellenze che investono in innovazione e un sistema universitario molto attivo. Il più grande progetto europeo di ricerca nel settore, ‘agritech’, è coordinato proprio dall’Università di Napoli e vale circa 300 milioni di euro. La ‘doppia velocità’ resta, ma non rappresenta un limite invalicabile.
Che tipo di supporto pubblico esiste oggi per l’agritech?
I principali strumenti sono la Pac europea, che da anni sostiene il settore agricolo, e una serie di fondi europei, nazionali e regionali dedicati alla digitalizzazione. Queste risorse accelerano l’introduzione delle tecnologie in azienda e riducono il rischio percepito dagli agricoltori. Senza questo sostegno, l’adozione sarebbe ancora più lenta.
Come sta cambiando la figura dell’agricoltore?
L’agricoltore sta diventando sempre più un imprenditore. Il peso dei sussidi sul reddito si è ridotto notevolmente e oggi la competitività si gioca su efficienza, professionalizzazione e qualità del prodotto. Le grandi filiere richiedono standard elevati e un maggiore livello di controllo e tracciabilità lungo tutta la catena di produzione. Inoltre, seppur lentamente, si intravede un ricambio generazionale che porta con sé maggiore familiarità con strumenti digitali e modelli di gestione moderni.
Quali sono le sfide principali per il futuro?
Le sfide coincidono con quelle globali: cambiamento climatico, gestione dell’acqua, salute del suolo, sicurezza alimentare. L’agritech può aiutare a rispondere a tutte queste esigenze, ma il nodo resta la capacità di adottare le tecnologie su larga scala. Nonostante le difficoltà, il settore è destinato a crescere. La nostra azienda, oggi il principale operatore indipendente del settore in Italia, ha superato nel 2024 i 100 mln di fatturato e opera sia nel pubblico sia nel privato, con l’obiettivo di sostenere il sistema Paese ed esportare competenze all’estero.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)

