“Senza Nobel non sono obbligato alla pace”, lo scrive Donald Trump in una lettera al premier norvegese Jonas Gahr Store, perché non aver ottenuto il Nobel Prize tanto agognato brucia ancora. Sembrano i deliri di un folle, invece sono le prese di posizione “assertive”, diciamo così, del Presidente degli Stati Uniti d’America che, con le sue minacce di nuovi dazi del 10 percento, dal primo febbraio, contro gli otto Paesi europei rei di aver inviato militari in Groenlandia, ha provocato stamane il tonfo delle Borse europee. Mentre a Davos si apre il World Economic Forum, il rischio di una nuova guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico alimenta il nervosismo sulle principali piazze finanziarie europee, a partire da Milano e Francoforte.
Se l’Europa fa la voce forte annunciando possibili contromisure – quindi controdazi – per oltre novanta miliardi, l’Italia tenta la mediazione criticando le parole di Trump (“non le condivido”, ha detto la premier Giorgia Meloni) e indicando una via di dialogo, molto diversa dai toni del presidente francese Emmanuel Macron che evoca addirittura il “bazooka”, cioè lo strumento di anti anticoercizione europeo.
All’origine di tutto c’è la Groenlandia e il progetto americano “Golden Dome”, il sistema di difesa (anche spaziale) del futuro che necessita di una copertura totale, estesa anche all’area artica. Trump non è il primo presidente americano a volere la Groenlandia: da Madison nel 1814 a Johnson nel 1876, da Taft nel 1910 a Ford negli anni Settanta. Altri presidenti hanno provato ad annettere il territorio che fa parte della Danimarca ma non dell’Unione europea. Una landa desolata, abitata da poco più di cinquantamila persone, divenuta più interessante in tempi recenti in seguito allo scioglimento dei ghiacciai e alla ampia disponibilità di materie prime. Per gli Stati Uniti è una questione di sicurezza nazionale: la Danimarca, per quanto attore europeo rilevante, resta un Paese piccolo e con un Pil limitato, privo cioè delle risorse e della forza militare e strategica per contrastare l’interesse crescente di cinesi e russi nell’Artico. “La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un ‘diritto di proprietà’? Non ci sono documenti scritti. Sappiamo soltanto che una barca è approdata lì centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo barche che approdavano lì. Ho fatto per la Nato più di chiunque altro fin dalla sua fondazione, ora la Nato faccia qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non sarà sicuro se non avremo il controllo totale e complesso della Groenlandia”, ha scritto Trump nell medesima missiva rivolta al premier norvegese e rivelata da Sky News.
Per paradosso, la Cupola d’oro americana, cioè il sistema di difesa immaginato per contrastare la minaccia degli avversari, Cina e Russia in testa, sta innescando una crisi mai vista con gli alleati della Nato. Alcune azioni europee paiono puramente dimostrative, come l’invito di qualche decina di militare (la Germania li ha ritirati dopo tre giorni) per operazioni di addestramento che paiono piuttosto una provocazione. È chiaro che Trump ha un approccio pragmatico, da problem solver, che non pone limiti alla capacità espansiva americana. E vuole lasciare un segno nella storia. L’Europa, dal canto suo, farebbe bene a difendere i suoi interessi primari, che hanno a che fare con la competitività e l’export delle imprese europee più che con i ghiacciai e le slitte nell’Artico. C’è da augurarsi che un po’ di buon senso riporti tutti a più miti consigli. A mente fredda, anzi gelida.

