Il World Economic Forum di Davos: “America first”

Trump a Davos

Fortune Italia da Davos

Davos è sempre Davos. Ma anche no.

Perché i jet privati stipati sull’altopiano alpino, le delegazioni blindate, i ceo che si muovono tra panel pubblici e incontri riservati, i padiglioni aziendali che occupano la Promenade come ambasciate temporanee del capitalismo globale ci sono sempre, ma dietro l’estetica immutabile del World Economic Forum, qualcosa quest’anno è decisamente cambiato.

Il tema scelto – “A spirit of dialogue” – suona quasi ironico, se non ridicolo, se si considera che il protagonista assoluto di questa edizione, il presidente americano Donald Trump, ha un’idea del dialogo più vicina al “monologo” che all’interazione. Il suo ritorno in Svizzera – alla guida della più grande delegazione americana di sempre – non rappresenta solo una presenza ingombrante, ma il segno plastico di un cambio di paradigma: il forum, nato per celebrare cooperazione, multilateralismo e regole condivise, si ritrova ad accogliere il leader che più di ogni altro ha contribuito a smontarle.

Trump arriva sulle Alpi mentre minaccia nuovi dazi contro gli alleati europei, rivendica l’annessione della Groenlandia, tratta l’America Latina come un cortile di casa e mette sotto pressione perfino l’indipendenza della Federal Reserve. Più che dialogare, il presidente americano sembra intenzionato a parlare al mondo, non con il mondo. Il monologo, appunto. E Davos, che per decenni ha incarnato l’illusione ordinata della globalizzazione, diventa così il palcoscenico di una nuova fase: quella in cui il potere non cerca più consenso, ma accetta apertamente il conflitto.

Non è un caso che, accanto a Trump, i veri protagonisti siano le fratture. Il World Economic Forum registra una partecipazione record – circa 3.000 delegati, oltre 60 capi di Stato e di governo, più di 800 vertici aziendali – ma l’unità di intenti è un ricordo lontano. Il Global Risks Report indica nella “confrontazione geo-economica” il principale pericolo a breve termine, mentre il Global Cooperation Barometer certifica il declino del multilateralismo. In altre parole: tutti sono a Davos, ma nessuno crede davvero nello stesso mondo.

Le presenze raccontano questa tensione. Da un lato, Ursula von der Leyen e i leader europei che tentano di difendere l’idea di un commercio aperto e regolato; dall’altro, la Cina che si presenta come potenza razionale e stabilizzatrice, mentre gli Stati Uniti appaiono sempre più come un attore revisionista. È ciò che alcuni analisti definiscono “il mondo meno uno”: un ordine globale che continua a esistere, ma senza – o contro – Washington.

Sul fronte economico e sociale, la distanza tra retorica e realtà è altrettanto evidente. Alla vigilia del forum, Oxfam ha certificato che la ricchezza dei miliardari è cresciuta di 2.500 miliardi di dollari in un solo anno, superando i 18mila miliardi complessivi, mentre quasi metà della popolazione mondiale resta in condizioni di povertà.

Un dato che stride con lo spirito originario di Davos e che alimenta la sfiducia nelle istituzioni: secondo l’Edelman Trust Barometer, quasi il 70% degli intervistati ritiene che i leader politici ed economici mentano deliberatamente.

Eppure, proprio mentre le disuguaglianze esplodono, il forum celebra il debutto di Jensen Huang, ceo di Nvidia, simbolo dell’era dell’intelligenza artificiale e di una nuova concentrazione di potere tecnologico e finanziario. L’AI è ovunque nei panel e nei discorsi, ma più come leva di competitività che come terreno di regolazione condivisa. Anche qui, Davos fotografa più che guidare.

Tra le assenze, la più significativa è quella del suo fondatore. Klaus Schwab, “Mr Davos”, non c’è. Dopo oltre mezzo secolo, il forum entra in una nuova fase senza la sua figura di riferimento, mentre crescono le voci critiche che lo descrivono come un luogo sempre meno capace di incidere e sempre più simile a un rito autoreferenziale.

Le proteste, come ogni anno, scorrono ai margini: accuse di ipocrisia climatica, di connivenza con i “profittatori di guerra”, di distanza dalle vite reali.

E tuttavia, Davos non è morto. È cambiato. Non è più il luogo dove si costruisce l’agenda globale, ma quello dove si misura la sua disintegrazione. Non produce sintesi, ma segnali. In questo senso, il forum del 2026 è una fotografia fedele del tempo che viviamo: un mondo affollato di leader, idee e interessi, ma povero di regole condivise.

Forse è questo, oggi, il vero significato di Davos. Non il laboratorio del futuro, ma lo specchio di un presente in cui il dialogo sopravvive come aspirazione, mentre la forza torna a essere il linguaggio dominante.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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