La “tassa invisibile” della giustizia lenta: perché fare impresa in Italia costa di più (e perché molti investitori stranieri guardano altrove)

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In Italia c’è una voce di costo che non compare nei bilanci, ma pesa come un macigno su contratti, crediti, investimenti, piani industriali e, di conseguenza, sui conti dello Stato: il tempo. Non quello della produzione o della logistica. Non quello dell’eccessiva burocrazia, che comunque rimane un nodo gordiano, a livello nazionale ed europeo, che va sciolto ad ogni costo. Ma quello della giustizia, soprattutto civile, senza però commettere l’errore di sottovalutare quella penale.

Quando una controversia commerciale dura anni, un’azienda non perde solo pazienza: perde liquidità, fiducia, e spesso opportunità. E un investitore estero, davanti a quest’incertezza, tende a scegliere Paesi dove far rispettare un contratto è più rapido e prevedibile. Dove la giustizia è più veloce, dove l’applicazione dello Stato di diritto è efficiente.

Stando ad un’indagine del 2023 svolta dal World Justice Project e citata nel rapporto Draghi sul futuro della competitività europea, se dei dieci Paesi che hanno ottenuto il punteggio più alto al mondo per l’applicazione dello Stato di diritto, otto sono Stati membri dell’Ue, l’Italia naviga in trentaquattresima posizione, dietro Paesi come la Lituania, la Lettonia, il Costarica, Malta, Cipro e le Barbados.

Ecco perché sarebbe un errore liquidare come una questione solo di settore il dibattito sulla giustizia che si svolge da anni nel nostro Paese, e che in queste settimane tiene ancora più banco per il referendum sulla separazione delle carriere, o non comprendere il motivo per cui l’attuale governo stia lavorando con tanta energia per realizzare le riforme sulla giustizia.

Parliamo infatti di un tema che s’intreccia profondamente con l’economia italiana e con l’attrattività del nostro Paese per le imprese straniere.

Il rapporto Draghi indica in modo chiaro che le aziende, in particolare quelle comunitarie, ma il discorso può essere tranquillamente esteso a tutte, comprese quelle americane, hanno bisogno di efficienza e semplificazione, e sono preoccupate da tutto ciò che ne può rallentare o mettere in pericolo dinamismo e opportunità di crescita.

Scrive Draghi: “La regolamentazione è considerata da oltre il 60 per cento delle imprese dell’UE un ostacolo agli investimenti, e il 55 per cento delle PMI indica gli ostacoli normativi e gli oneri amministrativi come la sfida più grande”.

Di conseguenza, tutto ciò che può compromettere l’efficienza e il funzionamento di un’impresa viene visto come una mancanza di opportunità e un freno alla produttività e allo sviluppo. Sotto questo profilo, anche le lungaggini della giustizia rappresentano purtroppo un dissuasore.

La conferma di quanto sia sentito questo problema, arriva proprio dagli Stati Uniti e la si può individuare nella “Dichiarazione sul clima degli investimenti in Italia”, pubblicata dal Dipartimento di Stato Usa a settembre scorso. Il documento sottolinea come la lentezza del sistema giudiziario civile continui a rappresentare un fattore di incertezza per gli investitori, in particolare per quanto riguarda l’esecuzione dei contratti, la risoluzione delle controversie commerciali, il recupero dei crediti. È vero, sottolinea sempre il Dipartimento di Stato, che le regolamentazioni e gli atti amministrativi possono essere impugnati davanti ai tribunali, ma i tempi lunghi dei procedimenti incidono negativamente sull’effettività della tutela giuridica.

Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, già 10 anni fa, lo scriveva senza giri di parole: un sistema giudiziario efficiente migliora il clima d’affari e può attrarre investimenti esteri, mentre inefficienze e ritardi pesano su investimenti e crescita. In pratica, la giustizia si trova a rappresentare uno dei fattori di deterrenza per gli investitori stranieri.

Non a caso, la riforma della giustizia, per ridurre l’arretrato dei procedimenti civili e accelerare la definizione delle cause costituisce uno dei pilastri fondamentali del Pnrr.

Ma i numeri sono impietosi. Stando alle tabelle del ministero della Giustizia, dopo una lenta e graduale diminuzione avviata dal 2014, la durata di un processo civile ordinario di primo grado ha cominciato a risalire e nel 2024 e si attesta su una media di 947 giorni, pari a oltre due anni e 7 mesi. Per concludere quello d’appello ci vogliono in media 1008 giorni, pari a 2 anni e 9 mesi. Ad agosto del 2024, i dati resi noti dall’ufficio statistico della Corte di Cassazione, evidenziavano che per la definizione dei processi civili davanti alla Suprema Corte si superano i 3 anni.

In definitiva, dal suo inizio, una causa civile rischia di durare quasi 8 anni.

Ma non dobbiamo ignorare il penale. Gli imprenditori sono consapevoli del rischio di trovarsi invischiati in un processo, restando per anni sulla graticola, anche senza arrivare ad una condanna.

E in Italia la giustizia penale non è solo lenta, ma imprevedibile e molto spesso invasiva nella fase iniziale, anche sotto il profilo dell’esposizione mediatica. Una miscela esplosiva che rischia di trasformare l’indagine in una vera e propria pena anticipata, con effetti devastanti sull’attività economica.

L’uso frequente di misure cautelari, quali il sequestro dei beni, dei conti correnti, delle quote societarie, porta all’impossibilità di pagare fornitori e dipendenti, blocca gli investimenti, fa perdere commesse, in definitiva aumenta il rischio concreto di fallimento di un’azienda.

In pratica, il nostro Paese viene percepito come ad alto rischio legale, perché la sanzione economica arriva ben prima della sentenza, per la quale troppo spesso ci vogliono anni.

Nel 2024 la durata media di un processo si attesta sui 404 giorni, ma se ci limitassimo a guardare solo i dibattimenti davanti ad un tribunale collegiale, i giorni diventano 723. Quindi, a seconda di come si svolge il processo, la sua durata oscilla fra oltre un anno e due anni. In appello l’attesa sale fino a 808 giorni. Ai quali va aggiunta la lunga attesa per il giudizio di Cassazione.

Va poi considerato che per i soli processi di primo grado, nel corso dell’anno giudiziario 2023-2024 si è registrato oltre il 50 per cento di assoluzioni (che non hanno impedito alle Procure generali di proseguire comunque fino al terzo grado), e che nei casi del reato di abuso d’ufficio, contestatissimo da amministratori locali di ogni colore politico e da imprenditori, e recentemente abolito, toccava punte del 95 per cento.

Aspettando Godot, cioè una sentenza definitiva di assoluzione e la piena riabilitazione, l’attività delle aziende subisce pesanti ripercussioni, con conseguenze sulla sua attività. I manager indagati perdono credibilità verso banche e partner, gli investitori si allontanano, le gare pubbliche diventano inaccessibili, i rapporti commerciali si interrompono.

Così, anche se alla fine arriva la tanto sospirata assoluzione, il danno economico, oltre che d’immagine, è già fatto.

Lo stesso, come detto, avviene in ambito civile: anche quando le aziende hanno ragione e vincono una causa, spesso arrivano tardi per trasformarla in un incasso, un risarcimento o una tutela concreta.

Una giustizia lenta crea tre problemi pratici. I crediti non rientrano. Se un cliente non paga, recuperare diventa una maratona. Risultato: più fatture “in sospeso”, più bisogno di fido bancario, più interessi. Si stipulano contratti più “difensivi”, perché a causa dell’incertezza dei tempi, molte aziende evitano accordi complessi, partnership rischiose, forniture a lungo termine. Si investe meno, si cresce meno. Infine, Se i tribunali sono lenti, per una banca o un fondo è più difficile stimare quando e quanto recupererà in caso di contenzioso. E quando il rischio sale, sale il prezzo del denaro oppure il credito si restringe.

Ecco perché le aziende straniere preferiscono guardare altrove ed ecco perché le lungaggini della giustizia rappresentano un costo economico per il nostro Paese molto salato. Parliamo di decine di miliardi, anche con stime prudenti.

Il rapporto Ocse 2024 sull’economia italiana, per esempio, calcola che migliorando l’efficienza della giustizia civile e riducendo di metà la distanza che oggi l’Italia ha rispetto alla media degli altri Paesi Ocse, nel lungo periodo il Pil pro-capite potrebbe aumentare dell’1,6 per cento.

Rapportando questo 1,6 per cento al Pil 2024, che è pari a quasi 2.200 miliardi di euro, parliamo di circa 35,2 miliardi di euro, che a seconda dei punti di vista possiamo guardare come potenziale introito o, vista la situazione, come effettivo danno economico.

E questa è la stima più prudente.

Uno studio Ces-Eures, commissionato da Confesercenti nel 2017, stimava che lentezze e inefficienze della giustizia valessero 2,5 punti di Pil, all’epoca circa 40 miliardi di euro.

Se, teoricamente, riportassimo quel 2,5 per cento al Pil 2024, si parlerebbe di 55 miliardi di euro.

Infine, c’è un costo che è proprio iscritto “a bilancio”: secondo i dati forniti dalla Commissione Europea, nel 2023 l’Italia è stata condannata a pagare 88,4 milioni di euro di compensazioni per l’eccessiva durata dei procedimenti.

Davanti al desolante quadro rappresentato da questi dati, da numeri certi, dalle stime e dalle valutazioni di numerosi autorevoli organismi, è evidente perché sia così importante e cruciale per l’Italia restituire efficienza e credibilità alla macchina giudiziaria.

Con il motore a pieno regime, con una solida certezza del diritto, con il rispetto dell’articolo 111 della Costituzione, quello che definisce un processo “giusto” anche, ma non solo, quando ne viene garantita la ragionevole durata, il nostro Paese diffonderebbe fiducia e tornerebbe ad essere attrattivo per le imprese di tutto il mondo, ne ricaverebbe evidenti benefici economici, di crescita, produttività e sviluppo.

Ecco perché quello delle riforme, soprattutto in materia di giustizia, è un appuntamento che nessuno può permettersi di fallire.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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