Dopo il passaggio improvviso del ciclone Harry – che ha devastato diverse aree dello stivale – il dissesto idrogeologico è tornato prepotentemente al centro dell’attenzione. I nuovi dati 2024 del Rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) delineano un quadro chiaro: l’Italia è un territorio fragile, sempre più esposto a frane, alluvioni, erosione costiera e valanghe. L’Emilia-Romagna è in cima alla classifica delle regioni con il più alto livello di rischio, seguita da Toscana, Campania, Lombardia e Liguria. Ma il problema è tutt’altro che circoscritto: il 94,5% dei comuni italiani, pari a 7.463 su 7.896, presenta almeno una forma di pericolosità legata al dissesto idrogeologico.
Sappiamo bene che l’Italia, con le sue caratteristiche morfologiche, idrologiche, climatiche e sismiche, è molto vulnerabile. Gli ultimi anni lo confermano: il 2024 è stato il più caldo mai registrato, il 2023 ha visto a maggio precipitazioni più che raddoppiate rispetto alla media nazionale, mentre il 2022 è stato segnato da temperature eccezionalmente alte.
Eventi estremi sempre più frequenti che stanno accelerando fenomeni come frane superficiali, colate rapide di fango e detriti, alluvioni e flash flood, colpendo anche territori storicamente meno esposti. Alla naturale propensione al dissesto si somma l’impatto dell’uomo. A partire dal secondo dopoguerra, l’espansione urbana ha aumentato in modo significativo l’esposizione di persone e beni nelle aree a rischio. Le superfici artificiali sono passate dal 2,7% degli anni ’50 al 7,16% del 2023, mentre l’abbandono delle aree rurali montane e collinari ha ridotto il presidio e la manutenzione del territorio. Non a caso, l’Italia rientra nel cosiddetto “hot spot mediterraneo”, una delle aree europee più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico.
Il rischio in numeri
Secondo ISPRA, 1,28 milioni di persone vivono in aree a pericolosità elevata o molto elevata per frane (classi P3-P4), mentre 6,8 milioni sono esposti al rischio alluvioni nello scenario di pericolosità idraulica media (tempi di ritorno tra 100 e 200 anni). Complessivamente, il 19,2% del territorio nazionale è classificato ad alta pericolosità per frane e alluvioni.
Le frane rappresentano una delle emergenze principali: in Italia ne sono censite oltre 636.000, circa due terzi di tutte quelle presenti in Europa. Di queste, quasi il 28% è caratterizzato da dinamiche rapide e da un elevato potenziale distruttivo. Tra gli eventi più rilevanti del triennio 2022-2024 figurano le frane di Ischia nel novembre 2022, quelle in Emilia-Romagna nel maggio 2023 e l’evento di San Felice a Cancello, nel Casertano, nel 2024. Il rischio coinvolge anche il patrimonio economico e culturale del Paese: 580.000 famiglie, 742.000 edifici, quasi 75.000 imprese e 14.000 beni culturali ricadono in aree potenzialmente esposte.
Non meno rilevanti sono le minacce legate a valanghe ed erosione costiera. Le aree montane potenzialmente interessate da valanghe coprono 9.283 km², pari al 13,8% del territorio sopra gli 800 metri, mentre l’erosione riguarda 934 km di costa, ovvero il 27% delle spiagge italiane. Dal 1998 al 2024 sono stati censiti 25.539 interventi di mitigazione, uno sforzo significativo ma ancora insufficiente rispetto all’estensione del problema.
Le priorità per l’Italia
Il Rapporto ISPRA 2024 ribadisce la necessità di un aggiornamento continuo degli strumenti di conoscenza e pianificazione, di un monitoraggio capillare del territorio e di interventi strutturali mirati. La mitigazione del rischio richiede un approccio integrato che unisca prevenzione, corretta pianificazione urbanistica, manutenzione del territorio e una maggiore consapevolezza pubblica.
“Una conoscenza approfondita e dettagliata dei fenomeni di dissesto è fondamentale per programmare politiche efficaci di mitigazione del rischio”, ha sottolineato Stefano Laporta, presidente di ISPRA e del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. “La strategia deve basarsi su azioni sinergiche che includano pianificazione territoriale, interventi strutturali, reti di monitoraggio, sistemi di allerta, gestione dei corsi d’acqua e pratiche sostenibili in ambito agricolo e forestale”.
In questo contesto si inseriscono anche diverse progettualità finanziate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che vedono il coinvolgimento diretto di ISPRA: dai sistemi avanzati di monitoraggio dell’instabilità idrogeologica, alle nuove costellazioni satellitari per il controllo dei movimenti del terreno, fino ai programmi di ripristino degli ecosistemi marini e alle infrastrutture di ricerca sulle geoscienze.

