Dalla caduta di Maduro al collasso economico di Teheran: come la fine dell’asse tra Iran e Venezuela sta travolgendo il regime degli Ayatollah.
Le recenti proteste in Iran contro il regime degli Ayatollah coincidono con la cattura da parte americana del leader venezuelano Nicolás Maduro.
Due paesi diversi in aree del mondo distanti, tuttavia esiste un nesso tra i due eventi.
Il sanguinario regime iraniano e il Venezuela sono paesi sotto sanzioni e hanno stretto nel tempo un asse vitale per aggirare le restrizioni occidentali, aggravando le già serie crisi economiche interne. Teheran e Caracas avevano stretto un patto decennale per contrastare le sanzioni americane: da un lato l’Iran ha fornito per anni carburante e droni al Venezuela in cambio di oro e petrolio, creando circuiti di pagamento illegali. Entrambi i paesi hanno fatto ricorso a criptovalute per regolare le transazioni commerciali, evitando le tracciabilità bancarie internazionali. Il Venezuela ha trasferito tonnellate d’oro, spesso contrabbandato, verso l’Iran come forma di pagamento per i servizi di riparazione delle raffinerie e la fornitura di carburante. Tecnica usata anche dalla Cina, principale acquirente di petrolio venezuelano.
In sintesi tra Teheran e Caracas si era rafforzata un’alleanza strategica focalizzata sulla cooperazione energetica e commerciale, con accordi da miliardi di dollari per il settore petrolifero venezuelano e scambi in tecnologia militare e beni industriali, rafforzando la posizione di entrambi i governi contro l’occidente. Non solo, il Venezuela era anche una sorta di ‘zona franca’ dell’Iran in cui gruppi terroristici come le milizie al Quds o Hezbollah, vicini a Teheran, avevano creato la loro base operativa per spedire cocaina verso Europa e Medio Oriente. Anche i pasdaran iraniani hanno utilizzato il Paese sudamericano per il contrabbando di oro e per far transitare agenti e attrezzature: il Venezuela era diventato, così, per Trump una sorta di avamposto iraniano nell’America latina, nel cosiddetto ‘cortile di casa’.
Da quanto detto è facile intuire che, con la caduta di Maduro, gli Ayatollah hanno perso un canale vitale: oro, petrolio e flussi off-shore per aggirare le sanzioni ma anche un asset operativo utile per espandere le reti terroristiche loro affiliate.
Il risultato è stato un aggravarsi repentino dei già fragili indicatori economici iraniani, inflazione galoppante, che già a ottobre sfiorava il 50%, ulteriore svalutazione della moneta e aumento dei prezzi dei beni di prima necessità di almeno 20-30 punti percentuali.
I primi a risentirne sono stati i commercianti iraniani che sono scesi in piazza insieme a milioni di giovani per chiedere la fine della dittatura degli Ayatollah.
Il resto è storia nota, repressioni, arresti arbitrari e migliaia di morti. Il regime non intende fermarsi e Trump, invocato a gran voce dai giovani iraniani per aiutarli nel fermare le violenze non ha ancora deciso quando e come agirà. Sullo sfondo il silenzio di un’Europa che fin qui pare davvero poco ‘volenterosa’.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)
