Nel cuore del Ghetto di Roma, un luogo dove oggetti, relazioni e memoria si intrecciano da sette generazioni. Bruno e Andrea Limentani raccontano l’evoluzione di un’impresa familiare capace di trasformarsi.
Nel retro dello storico negozio al Ghetto, lontano dal brusio di via del Portico d’Ottavia, il tempo sembra rallentare. Bruno e Andrea Limentani ci accolgono nel loro studio mentre, tutt’intorno, piatti bordati d’oro e porcellane dalle decorazioni sopraffine raccontano due secoli di storia. Servizi realizzati per papi, famiglie reali, divi di Hollywood e capi di Stato: oggetti nati per la tavola, diventati testimoni silenziosi del passaggio delle epoche e del potere. Fondata nel 1820, la Ditta Leone Limentani è oggi alla settima generazione. Bruno e Andrea, cugini, ne custodiscono l’eredità guidandone l’evoluzione: tra grandi forniture internazionali, yacht e residenze di lusso, e un canale retail che resta profondamente legato alla cultura dell’abitare e all’interior.
La Ditta Leone Limentani ha oltre due secoli di storia. Come nasce questa attività e quali sono stati i primi passaggi fondamentali del suo sviluppo?
L’azienda nasce nel 1820 nel Ghetto ebraico di Roma, in un periodo in cui agli ebrei era consentito commerciare solo determinati beni. All’inizio vendevamo ceramiche di seconda scelta e vetro riciclato, perché non era permesso trattare materiali preziosi. Per uscire dal ghetto e rifornirsi, il fondatore Leone Limentani dovette addirittura ottenere uno speciale passaporto papale che ancora oggi è affisso qui in ufficio.
Dopo il 1870, con l’abbattimento delle mura del ghetto, l’attività conobbe un forte sviluppo: iniziammo a vendere porcellane più pregiate, argenti e a realizzare forniture importanti, spesso personalizzate, per ambasciate, palazzi e famiglie di alto profilo.
Da allora l’azienda si è tramandata di generazione in generazione, adattandosi continuamente ai cambiamenti della società.
La storia della vostra famiglia è stata segnata anche da momenti drammatici, come il rastrellamento del Ghetto e l’occupazione nazista.
Durante l’occupazione nazista il nostro negozio, che era l’immobile più grande del Portico d’Ottavia, venne requisito dalle SS e trasformato nel loro quartier generale. La mia famiglia fu costretta a fuggire e a dividersi per evitare la deportazione.
Prima di andare via, i tedeschi rubarono tutta la merce. Nel dopoguerra si è dovuto ripartire da zero, ma il periodo della ricostruzione ha offerto anche grandi opportunità.
In pochi anni l’attività tornò ai livelli precedenti, inserendosi pienamente nel boom economico e diventando un punto di riferimento per la casa, la tavola e le grandi forniture.
Per decenni le liste di nozze hanno rappresentato il vostro core business. Quando e perché questo modello è entrato in crisi?
Fino agli anni Novanta arrivavamo a gestire anche mille liste di nozze l’anno. Era una vendita molto fluida, senza contrattazione, perché gli sposi, non dovendo pagare direttamente, puntavano alla massima qualità. Poi è cambiata la società: la classe media oggi preferisce puntare sulla lista-viaggio trascurando arredi e suppellettili.
A questo si sono aggiunte la concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce. In pochi anni siamo passati da numeri enormi a volumi molto più ridotti, rendendo necessario un ripensamento profondo del modello di business.
In particolare, il mondo della nautica è diventato centrale. Perché?
Da circa dieci anni l’80% del nostro fatturato deriva dalle forniture complete. Non parliamo solo di piatti e bicchieri, ma di arredamento a 360 gradi: cucine, tessili, illuminazione, oggetti decorativi, fino a materassi e accessori.
Lavoriamo su yacht, jet privati, ville, ambasciate, hotel di lusso e residenze private in tutto il mondo. Il servizio è estremamente dettagliato: partiamo dai rendering e dai moodboard degli architetti, facciamo proposte grafiche, seguiamo la produzione, la logistica e spesso andiamo personalmente a consegnare e allestire.
Oggi circa il 95% dei nostri clienti è straniero e il nostro valore aggiunto è essere un interlocutore unico, affidabile e con una storia alle spalle.
Come è cambiata la clientela negli ultimi anni? Chi è oggi il vostro cliente medio e cosa acquista?
Oggi il nostro cliente medio è un cliente di altissimo profilo. Parliamo di armatori, grandi imprenditori internazionali, family office, studi di architettura e società di management.
È una clientela che non entra necessariamente in negozio, ma lavora su progetti che durano anche tre o quattro anni. Cerca un servizio completo, personalizzato, e soprattutto qualcuno che risolva problemi complessi, dalla selezione dei prodotti alla gestione fiscale e logistica.
Il negozio al dettaglio resta importante, ma rappresenta ormai circa il 20% del nostro lavoro. Il resto è progettazione, consulenza e fornitura su misura.
Negli ultimi tempi si parla molto dell’aumento di valore dell’argento. Come ha influito questo trend sulle vendite e sull’interesse per l’argenteria?
Il valore dell’argento come materia prima è aumentato molto, ma questo non ha portato a un aumento delle vendite, anzi in parte le ha rallentate. L’argenteria non è un bene rifugio come l’oro o i diamanti: gran parte del costo è dato dalla lavorazione. Un servizio di posate in argento ben fatto deve avere un peso importante, altrimenti risulta scomodo e poco funzionale.
Oggi un buon servizio può costare anche quindici volte un equivalente in acciaio, senza offrire un reale vantaggio pratico. Inoltre l’argento è percepito sempre più come qualcosa di legato al passato, ‘da casa della nonna’, e nelle abitazioni moderne si vede molto meno. Continuiamo a venderlo, soprattutto a clienti molto facoltosi, ma non ha più il ruolo centrale che aveva un tempo.
Il negozio di Portico d’Ottavia è famoso per i suoi corridoi e per le storie che custodisce. C’è un aneddoto che rappresenta bene lo spirito di Limentani?
Ce ne sono molti a cominciare dalla nostra infanzia, perché siamo cresciuti tra queste mura. Un tempo qui si faceva la fila con il numerino, e capitava che personaggi come Marella Agnelli aspettassero come tutti gli altri. Un episodio che ricordo bene riguarda una grande fornitura per uno yacht: in un solo pomeriggio la moglie di Yasser Rashid, allora primo ministro dell’Arabia Saudita svuotò letteralmente il magazzino, acquistando tutto ciò che le piaceva, con una fiducia totale.
Poi ci sono episodi che intrecciano il lavoro alla storia. Quando arrivò la chiamata del Vaticano, pensavamo a uno scherzo. Invece era davvero il segretario di Papa Giovanni Paolo II.
Da lì nacque una fornitura ufficiale e, soprattutto, un rapporto di fiducia che portò nostro padre David a svolgere un ruolo decisivo nell’organizzazione dello storico incontro del 1986 in sinagoga tra il Papa e il rabbino capo di Roma, il primo di questo tipo. Un evento che ancora oggi sentiamo come parte della nostra storia familiare.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

