Tra boom del second-hand e ombre sulle filiere: la sfida del lusso, un settore sospeso tra narrazione etica e realtà produttiva.
Il mercato globale dei beni di lusso continua a muovere volumi imponenti: dalle borse agli orologi, fino al prêt-à-porter e alle linee di alta gamma, il valore complessivo del settore si attesta su centinaia di miliardi di dollari e, secondo le proiezioni di Bain & Company, potrebbe raggiungere tra 525 e 625 mld di euro entro il 2035 nonostante pressioni economiche e squilibri geopolitici crescenti. Parallelamente, nell’ultimo decennio – pur tra resistenze iniziali – si sono diffuse pratiche di economia circolare, iniziative di innovazione sociale e investimenti in sostenibilità che oggi attraversano una parte crescente dell’industria.
Se da un lato il lusso rimane sinonimo di esclusività e simbolo di affermazione sociale, dall’altro convive con una richiesta sempre più esplicita di responsabilità ambientale e tracciabilità da parte di istituzioni e consumatori.
Il second-hand come cartina di tornasole
Il mercato del second-hand e del vintage di lusso non è più una nicchia, ma uno dei segnali più chiari della trasformazione – e delle tensioni – che attraversano il settore.
Le analisi di Boston Consulting Group mostrano che il resale cresce oggi due o tre volte più velocemente del mercato del nuovo, con un valore già vicino ai 40 mld di dollari e previsioni di raddoppio entro il prossimo decennio. Non è solo un effetto prezzo: il second-hand intercetta consumatori che non accettano più l’idea di un lusso fondato sull’iper-produzione e che chiedono, invece, qualità, durata e responsabilità condivisa di cui diventano co-protagonisti.
Il vintage, in particolare, sta ridisegnando la grammatica del desiderio. Report di The Business of Fashion e dati provenienti da piattaforme come Vestiaire Collective mostrano una crescita a doppia cifra dei pezzi d’archivio e degli articoli iconici, mentre la domanda si sposta dalla novità alla storia, dalla scarsità costruita a oggetti che resistono al tempo e all’obsolescenza programmata.
È una dinamica che allunga il ciclo di vita dei prodotti e riduce la pressione su nuove produzioni, fornendo alternative che uniscono etica ed estetica.
Dietro la patina: le sfide delle filiere
Accanto all’espansione del vintage e alle narrazioni sulla sostenibilità, si moltiplicano evidenze che mostrano il lato più fragile delle catene di fornitura del lusso. Le recenti indagini della Procura di Milano, ad esempio, hanno portato alla luce condizioni di sfruttamento nei subappalti di fornitori e terzisti di diversi marchi: lavoratori migranti impiegati in laboratori clandestini, salari irrisori, turni di 12 ore, assenza di tutele.
In un caso emblematico, una storica azienda del cashmere è stata posta sotto amministrazione giudiziaria dopo la scoperta di decine di lavoratori non registrati costretti a lavorare fino a 90 ore settimanali per pochi euro. Anche l’Autorità garante della concorrenza ha sanzionato un importante gruppo italiano per la mancata supervisione della propria catena di fornitura, segnalando il cortocircuito tra narrazione etica e realtà produttiva.
Queste vicende, denunciate da sindacati e organizzazioni che parlano apertamente di “caporalato” nelle filiere della moda, mostrano come i diritti umani continuino a rappresentare il punto più dolente della sostenibilità nel lusso. E ricordano che la filiera non è un dettaglio tecnico: è il luogo dove si misura, in modo tangibile, la distanza tra ciò che il settore promette e ciò che realmente accade.
I trend della sostenibilità nel lusso: tra progressi reali e ambiguità strutturali
Negli ultimi anni il comparto del lusso ha iniziato a integrare pratiche che potrebbero segnare un cambio di paradigma, se condotte fino in fondo. L’economia circolare entra nelle collezioni con materiali rigenerati e processi di upcycling; crescono gli investimenti in tracciabilità, mentre aumentano le collaborazioni con piattaforme di resale per chiudere il cerchio di filiera.
Tuttavia, come evidenziato da diverse analisi di McKinsey & Company, la distanza tra impegni dichiarati e trasformazione strutturale resta ampia, soprattutto sul fronte delle catene di fornitura e della riduzione reale degli impatti ambientali.
Una lettura ancora più critica emerge dalle valutazioni diffuse da The Retail Bulletin: una larga maggioranza dei brand di lusso continua a ottenere punteggi bassi nei rating di sostenibilità, a causa della persistente opacità su dati sociali e climatici.
È qui che la sostenibilità smette di essere un’estensione estetica del brand e diventa un test politico e industriale. E sebbene l’Omnibus I’abbia ridimensionato l’ambizione iniziale del quadro normativo europeo, investire in trasparenza, diritti e sostenibilità è un passaggio necessario per restare credibili e competitivi, oltre che una scelta di responsabilità verso le persone e le filiere.
Il lusso al proprio bivio
La vera sfida per il lusso non è inseguire la sostenibilità come trend, ma riconoscere che il proprio futuro dipende dalla capacità di ripensare modelli produttivi, distribuzione del valore e impatti generati lungo l’intera filiera.
Il vintage, la circolarità e la tracciabilità sono segnali importanti, ma non bastano a sciogliere il nodo di fondo: un settore che vuole restare simbolo di eccellenza deve dimostrare che quella “eccellenza” vale anche per le persone e per il pianeta.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)
